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Marco Baranello
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| Trauma ed
eziopatogenesi del disturbo borderline di
personalità |
| il ruolo del "trauma"
infantile e della memoria nell'eziopatogenesi del
disturbo borderline |
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Parte 1.
Introduzione al Concetto di "Borderline" e alla
Diagnosi di BPD.
“Borderline”
è un termine di origine inglese traducibile letteralmente
con i sostantivi “confine” e “limite”.
Il termine borderline
indica il problema che ha posto un certo tipo di
“sindrome” che sempre più pesantemente, dal punto di
vista epidemiologico, si presentava davanti ai
professionisti della salute. Una modalità di funzionamento
“mentale” non classificabile con i criteri a
disposizione dei clinici della prima metà del secolo
scorso.
La diversa
terminologia utilizzata nel corso degli anni per definire
questo gruppo di pazienti rispecchia l’eterogeneità della
patologia, che presentava sia modalità di funzionamento che
tendevano verso la psicosi sia altre verso un quadro più
funzionale di tipo nevrotico, ma non classificabile
completamente in nessuno dei due versanti.
Riportiamo
cronologicamente alcuni dei termini utilizzati per definire
il concetto: “nevrosi borderline” (Clark, 1919),
“carattere impulsivo” (Reich, W. 1925), “schizofrenia
atipica” (Kasanin, 1933), “schizofrenia pseudonevrotica”
(Hoch e Polatin, 1949), “disturbo subaffettivo” (Akiskal,
1981).
Adolph Stern (1938)
fu probabilmente il primo autore ad utilizzare il concetto
di borderline per definire un quadro psicopatologico
specifico caratterizzato da elementi sia nevrotici che
psicotici. Successivamente Knight (1953) sottolineò la
debolezza dell’Io tipica di questo gruppo di pazienti.
Grinker et al.
(1968) diedero una spinta notevole verso l’autonomia
nosografia della patologia borderline, basando i loro
criteri diagnostici soprattutto su comportamenti
fenomenologicamente osservabili: ipersensibilità alle
critiche, paura ed inadeguatezza nei confronti dei rapporti
intimi, disturbi dell’identità, bassa autostima, tendenza
alla depressione, difese primitive, sospettosità, presenza
di rabbia come emozione prevalente.
Dalla loro ricerca
emersero, quattro sottotipi (Gabbard, G.O. 1994):
1)
versante psicotico
a.
comportamento inappropriato non adattivo
b. problemi con
l'esame di realtà e il senso di identità
c. comportamento
negativo e rabbia apertamente espressa
2)
nucleo della sindrome borderline
a.
affettività negativa e pervasiva
b. volubile cinvolgimento con gli altri
c. rabbia agita
d. inconsistente identità del Sé
3)
gruppo "come-se"
a.
tendenza ad imitare l'identità degli altri
b. anaffettività
c. comportamento più adattivo
d. relazioni carenti in spontaneità e genuinità
4)
versante nevrotico
a.
depressione analitica
b. ansia
c. aspetti nevrotici e narcisistici
Grinker et al., nel
loro lavoro, sembrano ipotizzare una sorta di continuità
nel funzionamento mentale tracciando una linea immaginaria
tra i due versanti psicotico e nevrotico; inoltre gli autori
notarono che i pazienti “borderline” non andavano
incontro, col procedere del tempo, a forme di funzionamento
palesemente schizofreniche. Questa evidenza permise di non
considerare la “sindrome” borderline come se fosse, in
realtà, una forma di “schizofrenia latente”.
Nel 1975 Gunderson
e Grinker (Gabbard, G.O. 1994) sottolinearono alcune
caratteristiche chiave, tali da permettere una valutazione
diagnostica chiara e sistematica di “paziente borderline”.
Gunderson (1994) tentò in seguito di identificare quali
criteri diagnostici avrebbero permesso una distinzione della
personalità borderline da altri tipi di diagnosi
psichiatriche.
La Zanarini,
Gunderson et al. (1990) hanno classificato quelle che dalla
loro ricerca risultavano essere forti caratteristiche
discriminanti del disturbo borderline di personalità
rispetto agli altri disturbi dell’asse II. Sono stati
trovati sette aspetti che sono, in qualche modo, specifici
per il disturbo borderline di personalità:
1)
pensiero quasi-psicotico
2)
auto-mutilazione
3)
tentativi di suicidio a fini manipolatori
4)
preoccupazione di essere abbandonati, inghiottiti (engfulment)
e annientati (annihilation)
5)
severità/titolarità (entitlement)
6)
regressioni della terapia
7)
difficoltà di controtransfert
Da
questa linea di tendenza, tracciata da Grinker e seguita da
Gunderson e altri, di puntare l’attenzione su criteri
diagnostici di tipo descrittivo, si discosta Otto Kernberg
(1975), il quale tentò di inquadrare la “patologia”
borderline da un punto di vista psicodinamico.
Il concetto di «organizzazione
borderline di personalità» identificava, per Kernberg,
quei pazienti che mostravano specifici modelli di
funzionamento divisi dall’autore in quattro grandi gruppi:
1)
manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io.
2)
spostamento verso il tipo di pensiero del processo
primario.
3)
meccanismi di difesa specifici al livello di
organizzazione della personalità “limite”. In
particolare la scissione, l’idealizzazione primitiva,
l’identificazione proiettiva, la negazione,
l’onnipotenza e la svalutazione.
4)
patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate.
Dispersione dell’Identità, non integrazione del Sé,
pensiero dicotomico.
Il
concetto di «organizzazione» adottato da Kernberg, non
favorisce una netta discriminazione da altre patologie.
Infatti, secondo l’autore, altri disturbi come quelli
narcisistico, antisociale, schizoide e paranoide potrebbero
essere caratterizzati da una sottostante organizzazione
borderline.
I dati
epidemiologici, se si prendessero in considerazione
valutazioni diagnostiche basate su un’“analisi
strutturale” anziché su una di tipo categoriale,
sarebbero destinati ad aumentare notevolmente.
Ancora oggi le
discussioni relative alla diagnosi differenziale,
soprattutto dagli altri disturbi di personalità, sono
tutt’altro che esaurite.
Alcuni autori (Tyrer
et al., 1990) hanno evidenziato come non si possano creare
delle associazioni tra le risposte a vari trattamenti e i
diversi disturbi di personalità. Sembrerebbe quindi che la
differenziazione tra questi disturbi sia piuttosto
artificiale più che una necessità pratica (Roth, A.,
Fonagy, P. 1996).
Si potrebbe anche
pensare che le non differenti risposte ai vari trattamenti
possano rappresentare difficoltà di applicazione della
tecnica per questo gruppo di pazienti.
Nell’ultimo
capitolo accenneremo alla diagnosi differenziale da quelle
che secondo alcuni autori (Zimmerman, Coryell 1990 - Swartz
et al. 1990), sono le forme patologiche riscontrate più di
altre in comorbilità con il disturbo borderline di
personalità.
Attualmente la
definizione più utilizzata da ricercatori e clinici per
codificare il disturbo borderline è probabilmente il DSM-IV
(American Psychiatric Association, 1994).
Il manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali colloca la
patologia borderline sull’asse II, all’interno del
“gruppo b” dei disturbi di personalità. Sono descritti
inoltre dei criteri generali che si possono applicare ad
ognuno dei dieci disturbi di personalità e che sono:
(A) un
modello abituale di esperienza interiore e di comportamento
che devia marcatamente rispetto alle aspettative della
cultura dell’individuo. Questo modello si manifesta in due
(o più)
della aree seguenti:
|
1)
|
cognitività
(cioè modi di percepire e interpretare se stessi,
gli altri e gli avvenimenti) |
| 2) |
affettività
(cioè, la varietà, intensità, labilità e
adeguatezza della risposta emotiva) |
| 3) |
funzionamento
interpersonale |
| 4) |
controllo
degli impulsi |
(B)
Il modello abituale risulta inflessibile e pervasivo
in una varietà di situazioni personali e sociali.
(C)
Il
modello abituale determina un disagio clinicamente
significativo e compromissione del funzionamento sociale,
lavorativo e di altre aree importanti.
(D)
Il modello è stabile e di lunga durata, e
l’esordio può essere fatto risalire all’adolescenza o
alla prima età adulta.
(E)
Il modello è abituale non risulta meglio
giustificato come manifestazione o conseguenza di un altro
disturbo mentale.
(F) Il
modello abituale non risulta collegato agli effetti
fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione
medica generale.
Il disturbo
borderline, nello specifico, appartiene al cluster
definito “drammatico-imprevedibile” (Roth, A., Fonagy,
P. 1996) ed è descritto (American Psychiatric Association,
1994 - DSM-IV) come «una modalità pervasiva di instabilità
delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e
dell’umore e una marcata impulsività, comparse nella
prima età adulta e presenti in vari contesti…». Il
DSM-IV elenca quindi una serie di nove criteri diagnostici
di cui sono necessari almeno cinque per una “diagnosi”
positiva; ci riferiremo a questo numero minimo di criteri
come "unità diagnostica". Utilizzando il DSM-IV
troviamo ben centoventisei unità diagnostiche [ Nota1
].
In questa
definizione si può notare come sia necessario, per una
corretta valutazione, che il quadro fenomenologico sia
comparso «nella prima età adulta».
Sappiamo che la
personalità di un individuo si formerebbe attraverso un
lungo processo che ha luogo, probabilmente, nell’arco
dell’intera esistenza. Sembrerebbe comunque ormai
acquisito che le prime esperienze infantili giochino il
ruolo più importante nel processo di sviluppo della
personalità.
Da uno studio
condotto dalla Ludolph ed altri (1990) su un gruppo di
ventisette ragazze adolescenti, sembra emergere la
possibilità di utilizzare i criteri per una diagnosi di
disturbo borderline di personalità negli adulti, anche in
adolescenza. Il limite maggiore di questo studio sta nel
campione, che prende in esame soltanto un piccolo gruppo di
adolescenti femmine.
Riportiamo i nove
criteri diagnostici utilizzati dal DSM-IV, dei quali,
ricordiamo, sono necessari cinque o più per una
“diagnosi” positiva di disturbo borderline:
1.
sforzi disperati di evitare un reale o immaginario
abbandono. Nota Non includere i comportamenti
suicidari o automutilanti considerati nel criterio 5.
2.
un quadro di relazioni interpersonali instabili e
intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi
di iperidealizzazione e svalutazione.
3.
alterazione dell’identità: immagine di sé e
percezione di sé marcatamente e persistentemente
instabili.
4.
impulsività in almeno due aree che sono
potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere,
sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate). Nota
Non includere i comportamenti suicidari o
automutilanti considerati nel criterio 5.
5.
ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari,
o comportamento automutilante.
6.
instabilità affettiva dovuta a una marcata
reattività dell’umore (per es., episodica intensa
disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano
poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni.
7.
sentimenti cronici di vuoto.
8.
rabbia immotivata e intensa o difficoltà a
controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o
rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9.
ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi
transitori, legati allo stress.
L’ultimo
criterio è stato aggiunto soltanto nella versione più
recente del DSM. Nel DSM-III-R (A.P.A., 1987) infatti non
era presente.
I sintomi
dissociativi, nei pazienti borderline, generalmente sembrano
legati a situazioni stressanti perlopiù in risposta ad
abbandono reale o immaginario. Il tema dell’abbandono
sembra centrale in queste persone.
Gli sforzi
disperati di evitare l’abbandono espressi nel criterio 1,
evidenziano l’alta sensibilità di questi individui verso
le situazioni ambientali. Anche brevi separazioni o piccoli
cambiamenti, come un lieve ritardo da parte di una persona
significativa, potrebbero scatenare intensa paura di
abbandono.
Gli individui con
BPD potrebbero credere che il rifiuto e l’abbandono da
parte degli altri implichino il fatto di essere
“cattivi”.
Il criterio cinque
è probabilmente quello che pone maggiori problemi rispetto
ad una diagnosi differenziale con i disturbi dell’umore.
Il gesto suicidario, messo in atto dal soggetto con disturbo
borderline di personalità, potrebbe avvenire in una
condizione dissociativa transitoria e seguire un vissuto di
senso di colpa per essere stati “cattivi” (DSM-IV,
A.P.A. 1994). I gesti suicidari portano ad un suicidio
riuscito nel 8-10% dei casi.
I sentimenti di
rabbia che spesso affliggono queste persone, possono essere
scatenati dalla paura di una “minaccia” d’abbandono da
parte dei caregiver, di amici o amanti. Una paura
spesso non motivata che potrebbe nascere dalla percezione
distorta che una disattenzione nei propri confronti, un
rifiuto, ecc.,
siano indice di abbandono e rifiuto globali.
I sentimenti
cronici di vuoto e la noia che spesso provano i soggetti con
disturbo borderline, li spingono a ricercare costantemente
qualcosa da fare, come se dovessero “riempire” un
“buco” mai pieno.
Per definire un
buco occorre descrivere quello che c’è intorno. Allo
stesso modo per una comprensione del disturbo borderline
crediamo necessario prendere in considerazione tutto quello
che circonda l’organismo, quindi guardare al complesso di
fattori che potrebbero aver influenzato lo sviluppo della
personalità e che continuerebbero a mantenerlo.
Per far questo
abbiamo deciso di presentare in maniera distinta i diversi
modelli teorici, considerando sempre che la tendenza attuale
sembra essere verso l’integrazione. A tal proposito
crediamo che la teoria dell’attaccamento abbia permesso di
trovare uno spazio di incontro tra approcci apparentemente
distanti.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2001)
Trauma ed eziopatogenesi del disturbo borderline di
personalità.
Parte 1. Introduzione al concetto di borderline e alla
diagnosi di BPD.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 03 marzo 2001.
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