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Marco Baranello
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| Parte 2. Trauma e
Borderline - Modelli Teorici di Riferimento |
| comprensione teorico dello
sviluppo del disturbo borderline di personalità |
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Parte 2.
MODELLI TEORICI DI RIFERIMENTO
2.1
Modelli Psicodinamici
La
psicoanalisi, da Freud ad oggi, ha dato vita ad innumerevoli
modelli che vengono definiti psicodinamici. Per questo è
spesso difficile trovare un punto di incontro tra approcci
che utilizzano terminologie diverse, e parlare alla luce un
unico modello potrebbe essere piuttosto riduttivo. Chiediamo
al lettore uno sforzo nel cogliere, più che le differenze
tra i vari approcci, l’orientamento generale del discorso.
Cercheremo per
quanto possibile di fornire una chiave di lettura unitaria,
seppur sfaccettata, degli approcci psicodinamici presi in
considerazione.
La questione del
"disturbo" borderline ha avuto una notevole
importanza clinica e teorica in psicoanalisi, favorendo un
processo di revisione dei principali assunti psicoanalitici,
ripristinando inoltre alcune intuizioni come quelle della
rilevanza del trauma reale nel processo di sviluppo
dell’individuo.
Già Adolph Stern
(1938) indicò alcune caratteristiche eziologiche
riscontrate nella pratica clinica con i pazienti borderline
e che orientativamente sono: mancanza di affetto spontaneo,
frequenti e accese discussioni tra genitori, attacchi di
rabbia contro il bambino, separazione e divorzio, abbandono
del tetto coniugale, crudeltà, trascuratezza, brutalità
genitoriali protratte nel tempo.
Nonostante già nel
1938 Stern indirizzò i clinici verso i possibili elementi
eziologici, il problema di una chiara e ben definita
categoria diagnostica divenne prevalente nelle ricerche
successive, penalizzando gli studi sulle cause.
Riteniamo che i
lavori di Kernberg sui pazienti borderline abbiano offerto
un trampolino di lancio per le attuali ricerche anche per
quanto concerne l’eziologia.
Kernberg puntò la
sua attenzione di clinico su un particolare aspetto che i
suoi pazienti borderline presentavano; egli si rese conto di
una scissione massiccia messa in atto da queste
persone. Una scissione che possiamo definire “verticale”
rispetto alla linea conscio-inconscio, in cui sono presenti
elementi consci opposti non a quelli inconsapevoli ma
in contrapposizione con altro materiale conscio. Ad esempio,
rispetto ad un oggetto, che può essere l’analista, il
paziente con diagnosi di BPD potrebbe, da un giorno ad un
altro, da un momento all’altro, affermare cose opposte del
tipo che odia completamente l’analista oppure che lo
“idealizza” come indispensabile.
Nel paziente
borderline queste non sembrano essere due condizioni della
stessa persona, del tipo “ci sono aspetti che odio in
tizio ma anche elementi che trovo positivi e di cui non
posso fare a meno”. L’individuo con diagnosi di disturbo
borderline di personalità è come se si riferisse non a due
aspetti dello stesso oggetto, ma a due persone differenti
mantenendo, a livello cognitivo, un unico riferimento
oggettuale.
Sembrano esserci,
non diversi aspetti della stessa persona ma diversi momenti
di valutazione.
La teoria kleiniana
dello sviluppo indica due posizioni del bambino rispetto
alla relazione con l’oggetto, una definita schizo-paraonide
ed una depressiva, le cui descrizioni sembrano
perfettamente sovrapponibili a quello che Kernberg ha
individuato essere una caratteristica tipica dei pazienti
“limite”.
Nella posizione
schizo-paranoide il bambino farebbe, secondo la Klein,
un’esperienza dell’oggetto come scisso. Non una
“madre” con caratteristiche diverse, ma madri distinte,
quella “buona” e quella “cattiva” e persecutrice.
Ad una madre
“buona” corrisponderebbe un Io buono e ad una
“cattiva” un Io cattivo.
Nella posizione
depressiva avverrebbe un’integrazione, ovvero si
attribuirebbero all’oggetto intero entrambe le
caratteristiche altrimenti vissute come scisse. La madre
diviene un oggetto unico, con aspetti buoni e cattivi. Non
si tratta quindi più di due madri. Questo potrebbe
significare, per il bambino, che gli attacchi finalizzati
alla distruzione dell’oggetto cattivo, in realtà, abbiano
colpito anche quello buono. Da qui la nascita del senso di
colpa, e l’uso del termine posizione depressiva.
Nei borderline
questi processi sembrano essere evidenti. L’oggetto è
percepito come scisso.
Ad un oggetto
cattivo, corrisponde un Io complementare cattivo che attacca
e tenta di distruggere, ad un oggetto buono corrisponde un
Io buono che ha diritto alle cure e all’attenzione.
Il disturbo
borderline sembra inoltre, in molti casi, sovrapponibile ai
disturbi dell’umore, il che, da una luce kleiniana,
potrebbe essere visto come il tentativo, mai riuscito, di
integrare le parti scisse del Sé e dell’altro. Da qui
l’instabilità nell’immagine di sé e nelle relazioni,
indicata dal DSM-IV (A.P.A., 1994).
Rosenfeld (1988)
fa notare come i pazienti borderline e psicotici
utilizzino, in modo massiccio, un processo inconscio
definito da Melanie Klein (1946) identificazione
proiettiva.
È possibile
pensare all’“identificazione proiettiva” come ad un
meccanismo a doppia valenza: difensivo e comunicativo.
In breve questo processo
si riferirebbe ad una particolare condizione per cui una
persona tenderebbe a “mettere” nell’altro “parti”
di Sé scisse, rimanendo in un certo senso legato a questi
aspetti.
Non è una
proiezione in senso attributivo, cioè liberarsi di
“cose” addossandole ad altri, ma un tentativo di far
vivere nell’altro questi aspetti del proprio Sé.
Ad esempio, un
paziente che attraverso questo processo inconscio, riesce a
far sentire in colpa l’analista perché la seduta sta
finendo proprio nel momento in cui stava per dire qualcosa
di importante, potrebbe attivare una collusione nel
terapeuta che decide di prolungare di qualche minuto la
seduta. Il terapeuta potrebbe aver percepito la paura
dell’abbandono da parte del paziente e vivere un senso di
colpa per essere stato visto e/o sentirsi abbandonante.
Questo processo
viene messo in atto, non “magicamente”, ma
attraverso agiti e linguaggio; ciò che sembra venir meno è
il confine dell’Io. Sembra non esserci un senso di identità
stabile in quanto ciò che è proiettato, non è ed è
contemporaneamente Sé.
Secondo la Joseph
«la posizione schizoparanoide è dominata dal bisogno del
bambino di difendersi dalle angosce e dagli impulsi,
scindendo l’oggetto e proiettando queste parti scisse del
Sé in un oggetto che sarà poi vissuto come simile a queste
parti scisse, o identificato con esse; ne risultano così
alterate la percezione dell’oggetto e la sua successiva
introiezione…». Se un paziente proiettasse i propri
sentimenti di profonda aggressività dentro
l’analista, vivrà il terapeuta inevitabilmente come una
persona aggressiva (il processo è inconscio) nei propri
confronti; i meccanismi intensi di proiezione di queste
parti aggressive impediscono al paziente di entrare in
contatto con l’analista come egli è, cioè nella sua
esistenza separata.
Ecco che i pazienti
borderline si trovano a sperimentare rapidamente intense
relazioni con l’altro. Tipico dei soggetti con diagnosi di
BPD, sembra l’invischiarsi con l’oggetto, non
vivere una netta separazione. I sentimenti di abbandono
potrebbero essere in parte spiegati
dai massicci processi di identificazione proiettiva messi in
atto.
Aver detto che
attraverso questo processo, parti del Sé vengono proiettate
nell’altro rimanendone legati, ci può far pensare ad un
tentativo di sperimentare un certo controllo
sull’oggetto, come nella collusione del terapeuta prima
descritta. La sensazione di controllare l’altro potrebbe
rimandare come messaggio una non chiara separazione tra
l’Io e l’oggetto.
Questa difficoltà
di percepire l’altro come nettamente separato ci offre lo
spunto per introdurre la posizione di Margaret Malher.
La Malher, secondo
Greenberg e Mitchell (1983) si pone come la più influente
seguace di quella strategia, che i due autori definiscono di
accomodamento, di ampliare il modello delle pulsioni
includendovi «nuove dimensioni dello sviluppo psicologico»
in particolare «l’aspetto personale delle
relazioni con la realtà» (corsivo nell’originale).
La Malher guarda
allo sviluppo psicologico dell’uomo in senso evolutivo,
seguendo un processo che da una fase di “autismo” arriva
fino a quella che l’autrice definisce di
“separazione-individuazione”.
La fase definita
dalla Malher come “autistica” normale si protrae per le
prime settimane di vita del neonato e descrive quello che
secondo l’autrice è il funzionamento iniziale del
bambino, cioè quello di un sistema apparentemente chiuso.
La ricerca sull’infanzia, attualmente molto utilizzata
anche in psicoanalisi grazie ai contributi di Stern e di
Lichtenberg, ha dimostrato come, fin dall’inizio della sua
esistenza, il bambino sia in grado di percepire e rispondere
ai vari tipi di stimolazione esterna, il che sembrerebbe
contraddire in buona misura le intuizioni della Malher.
Margaret Malher, tuttavia, non parla del bambino come di una
“tabula rasa”, si riferisce piuttosto a fenomeni più
evidenti all’osservatore.
Sottolineiamo che i
dati dell’infant research nascono dall’uso di
tecnologie sempre più avanzate che riescono a rilevare gli
eventi microscopici, cioè che vanno ben oltre la semplice
osservazione.
Verso le quattro
settimane di vita, dice la Malher, si verificherebbe una
sorta di cambiamento dovuto alla maturazione fisiologica, in
cui ci sarebbe una maggiore sensibilità del neonato verso
gli stimoli provenienti dall’esterno. Questo aumento di
reattività causerebbe una sorta di consapevolezza confusa
della madre come oggetto esterno.
Dall’ottica del
bambino non ci sarebbe una netta differenziazione dalla
madre. Entrambi andrebbero a comporre l’unità simbiotica
ovvero il bambino si comporterebbe come se egli stesso e la
madre fossero un sistema specifico e onnipotente. Questa è
la “fase simbiotica normale”. Quella simbiotica sarebbe
una fase pre-oggettuale, in cui l’altro viene percepito
con più sensibilità ma sempre come un oggetto non
separato.
È una fase
delicata che apre il bambino verso il mondo degli oggetti,
verso un senso di sé e degli altri più maturo.
Al di là della
fase simbiotica, per la Malher inizierebbe un processo di
separazione e di individuazione che rappresenta la terza
fase. Appartengono a questo periodo quattro sotto-fasi la
prima delle quali è descritta come un’iniziale
“differenziazione”.
A livello
fenomenologico il bambino appare, quando è sveglio, quasi
sempre vigile. Il bambino (cinque-sei mesi) inizierebbe ad
esplorare il corpo della madre, a giocare con vestiti,
capelli, ecc. Da questa iniziale attenzione focalizzata
sull’oggetto, il bambino incomincerebbe a rivolgere la sua
attenzione anche verso stimoli più distanti. Ci sarebbe
quindi una capacità di discriminare oltre che tra sé e la
madre anche tra gli oggetti altro da sé, quindi
distinguere la madre dalle altre figure.
L’Io inizierebbe a discriminare tra sé e
l’oggetto materno ed anche l’altro rispetto alla madre.
È qui che potremmo
inserire l’uso “transizionale” dell’oggetto (Winnicott,
1953). Donald Woods Winnicott, parlando di “oggetto
transizionale” definisce una particolare area dello
sviluppo della personalità, in cui avverrebbe una
transizione, cioè un passaggio, da una fase
“onnipotente” di controllo della realtà verso una
modalità di sperimentare sé e l’altro, realtà interna e
mondo esterno, come separati seppur correlati. L’oggetto
transizionale rappresenterebbe il “primo possesso
non-me” del bambino. È un oggetto molto particolare il
cui senso è definito soltanto dal tipo di uso che ne fa il
bambino e non dal tipo di oggetto. L’oggetto diviene
“transizionale” perché permette al bambino di
sperimentare, senza una drastica rottura con l’esperienza
precedente, la limitazione offerta dalla “realtà” degli
oggetti. Siamo di fronte ad un oggetto reale ma verso il
quale il bambino esercita pieni poteri di controllo e
manipolazione e di cui, dice Winnicott, non occorre
domandare la provenienza o il tipo di uso. Potremmo dire che
il bambino sta sperimentando la propria onnipotenza su un
oggetto reale che, in quando tale, pone dei limiti. Il
bambino può abbracciarlo, calpestarlo, abbandonarlo,
riprenderlo, morderlo, baciarlo. In ogni caso l’oggetto
non potrà mai rispondere pienamente ai desideri onnipotenti
del bambino, in quanto reale e non creato in maniera
fantastico-onnipotente da lui. Ecco che il soggetto
sperimenterà i limiti della propria onnipotenza e farà
esperienza di Sé e dell’altro come sempre più separati,
dotati ognuno di una propria soggettività.
Per tornare alla
trattazione sullo sviluppo della personalità secondo la
Malher, alla sottofase di “differenziazione” seguirebbe
quella di “sperimentazione” in cui il bambino comincia a
sperimentarsi, appunto, come autonomo, come maggiormente
differenziato, come separato. È qui che inizierebbero i
movimenti comportamentali del camminare carponi, dello
staccarsi dalla madre per percorrere un certo tratto,
guardare indietro per vedere se la madre c’è ancora,
andare un po’ avanti e tornare al punto di partenza. Sono
movimenti muscolari che in qualche modo “doppiano” il
movimento “psicologico” di distacco dalla madre.
Crediamo comunque impossibile prescindere dall’uno o
dall’altro. Riteniamo che un’analisi sintetica
descriverebbe meglio il senso del fenomeno.
Sarebbe a questo
punto, secondo la Malher, che comincia veramente ciò che può
essere definito “nascita psicologica”, cioè la nascita
dell’Io e del soggetto che comincia ad individuarsi e a
separarsi e quindi che nasce nella sua individualità.
C’è una terza
sottofase, importante ai fini della nostra trattazione
sull’eziopatogenesi del disturbo borderline di personalità,
definita di “riavvicinamento”. Dopo la sperimentazione
il bambino sembra che si attacchi nuovamente al proprio
oggetto materno, come se si fosse spaventato, come se si
fosse reso conto che se ne sta andando e che potrebbe
perdere la madre, la sua attenzione, il suo affetto.
Questo accade fino
a quando, in qualche modo, il bambino realizza quella che è
definita la costanza dell’oggetto: la madre, come
oggetto “mentale”, si costituirebbe e si stabilizzerebbe
saldamente nel soggetto come elemento che ha una sua
costanza di presenza e che sulla base del quale il bambino,
con maggior sicurezza, potrà rimettere in atto i suoi
movimenti di distacco, di separazione, di sperimentazione,
di esplorazione, ecc., del mondo.
Questo è, in
sintesi, il processo genetico di strutturazione della
personalità così come viene inteso dalla Malher.
Abbiamo accennato
all’importanza della sottofase di riavvicinamento in
relazione alla comprensione eziologica del disturbo
borderline di personalità. La Malher (1971) sostiene che
una “crisi” di riavvicinamento non risolta potrebbe
portare ad una scissione quasi permanente del «mondo
oggettuale», in oggetti “buoni” e “cattivi”. È la
stessa Malher ad affermare che il meccanismo di «scissione
del mondo oggettuale» è caratteristico «di gran parte
delle traslazioni» dei pazienti limite. Questa posizione
sarà utilizzata anche da Kernberg (1975).
Abbiamo
sintetizzato nel capitolo precedente, i quattro punti
esposti da Kernberg nell’analisi strutturale. Cercheremo
ora di raffinare la loro descrizione senza comunque
dilungarci.
L’autore
sottolinea che il termine “analisi strutturale”, può
essere utilizzato nelle due accezioni di 1) analisi del
funzionamento mentale nell’ottica delle istanze Io, Es e
Super-Io, e 2)
per «descrivere l’analisi dei derivati strutturali delle
relazioni oggettuali interiorizzate».
La differenza però
rimane sfumata, in pratica è possibile unificare le due
accezioni.
Riportiamo la
descrizione dei quattro punti dell’analisi strutturale
proposti da Otto Kernberg (1975).
1.
Manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io.
L’autore parla
di aspetti “specifici” di debolezza dell’Io,
descritti da un predominare dei meccanismi di difesa
primitivi, ed aspetti “non specifici” come lo scarso
controllo dell’angoscia e degli impulsi, e la mancanza
di canali sublimatori maturi.
Ci sarebbe, nei
casi di organizzazione borderline di personalità (BPO),
un’incapacità nel differenziare l’immagine di Sé
dall’immagine dell’oggetto ed un “perdersi” dei
confini dell’Io.
2.
Spostamento verso il tipo di pensiero del processo
primario.
Per Kernberg è
il più importante indice singolo strutturale
dell’organizzazione borderline.
L’autore
sottolinea che i «pazienti con un’organizzazione della
personalità caso al limite raramente danno prova di
disturbo formale nei loro processi di pensiero». Il
pensiero del processo primario, si manifesterebbe sotto
forma di fantasie primitive, quando il paziente si trova
di fronte a stimoli non strutturati, come ad esempio un
reattivo proiettivo.
Per Kernberg la
deviazione verso il funzionamento del processo primario,
sarebbe «l’esito finale» di aspetti peculiari
dell’organizzazione borderline di personalità come il
riattivare «relazioni oggettuali patologiche» arcaiche
legate a «derivati pulsionali primitivi» patologici, e
altrettanto antiche tipologie difensive (meccanismi
dissociativi o di scissione) che vanno ad influenzare l’«integrazione
di processi cognitivi».
Ci sarebbe, per
Kernberg, una tendenza ad una parziale ri-fusione delle «immagini
primitive del Sé e dell’oggetto» che andrebbero a
danneggiare la «stabilità dei confini dell’Io».
Infine sarebbe peculiare anche una “regressione” nella
direzione di strutture cognitive più primitive dell’Io
dovuta a traslazioni a-specifiche «nell’equilibrio di
investimento-controinvestimento».
3.
Meccanismi di difesa specifici al livello di
organizzazione della personalità caso al limite
Il principale
problema che Kernberg riscontra nei pazienti
“borderline” è una mancata integrazione di immagine
primitive scisse si Sé e dell’oggetto ovvero una
separazione delle «relazioni oggettuali interiorizzate»
in “buone” e “cattive”. Quella che inizialmente
(in senso evolutivo) potrebbe essere l’assenza della
funzione integrativa di un Io inesperto, verrebbe poi
utilizzata in «chiave difensiva». Stiamo parlando del
processo di scissione. Kernberg parla di un tentativo
dell’Io di impedire «la generalizzazione
dell’angoscia» al fine di «proteggere il nucleo
dell’Io costruito attorno ad introiezioni positive».
A questo punto ci
possiamo domandare che tipo di situazione relazionale
possa permettere all’Io di continuare ad utilizzare
questa modalità di funzionamento primitiva. Cercheremo di
rispondere nel capitolo dedicato specificamente al ruolo
del trauma nell’eziopatogenesi del disturbo borderline
di personalità.
Tra i meccanismi
di difesa maggiormente messi in atto dai pazienti “borderline”,
Kernberg ha riscontrato: scissione, idealizzazione
primitiva, identificazione proiettiva, negazione,
onnipotenza e svalutazione.
4.
Patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate
Il meccanismo di
scissione utilizzato dai pazienti con disturbo limite,
dice Kernberg, permette di tener separati «stati
contraddittori dell’Io» legati alle precoci relazioni
d’oggetto.
L’immagine di Sé
e dell’Oggetto, nel paziente “borderline”, sarebbero
sufficientemente differenziate, contrariamente a quanto
avviene nelle psicosi, il che permetterebbe di mantenere,
secondo Kernberg, una «integrità dei confini dell’Io
in quasi tutte le aree». Tali confini diventerebbero più
sfumati o assenti, in quegli ambiti in cui si
verificassero «l’identificazione proiettiva e la
fusione con oggetti idealizzati».
Le relazioni
oggettuali, quindi le immagini dell’oggetto,
dicotomiche, e l’incapacità dei pazienti
“borderline” di integrarle, non permetterebbero di
portare funzionalmente a termine il processo di
strutturazione del “Super-Io”.
Per
Kernberg nei soggetti valutati aventi un’organizzazione
borderline, è «frequente una storia di estreme
frustrazioni e intensa aggressività (secondaria e primaria)
durante i primi anni di vita».
Ci sarebbe, per
l’autore, uno sviluppo abnorme dell’aggressività
pre-genitale di tipo orale. Questo porterebbe a sviluppare
precocemente pulsioni di tipo edipico creando una non
differenziazione tra le mete genitali e pre-genitali
influenzata da bisogni di tipo aggressivo.
Kernberg sottolinea
quindi la presenza di conflitti d’origine pulsionale che
porterebbero alla messa in atto di un meccanismo di
scissione. Ciò che risulta essere conflittuale sarebbe
dunque la relazione oggettuale tra caregiver e
bambino.
Un altro importante
autore, Heinz Kohut (1971), punta l’attenzione
principalmente sul fallimento empatico degli “oggetti-Sé”
nei confronti del bambino. Questo avrebbe quindi delle
conseguenze importanti nel costituirsi degli oggetti-Sé che
dovrebbero aiutare il bambino alla costruzione di un Sé
stabile e coeso.
Afferma Kohut che,
nel caso di gravi disturbi del Sé, come quello borderline,
un singolo evento abusivo potrebbe portare a conseguenze
meno gravi rispetto all’atmosfera cronica dominante degli
oggetti-Sé.
Questo ci aiuta ad
introdurre il pensiero di Stern (1985) che parla di un
fallimento nel processo di “sintonizzazione affettiva”
tra caregiver e bambino soprattutto a livello di
relazione intersoggettiva, nel caso specifico del disturbo
borderline di personalità. La sintonizzazione, come
sottolinea Lichtenberg (1989) non è l’empatia, sarebbe a
dire che ancora non vi sarebbe informazione circa lo «stato
mentale interno».
I bambini, a
partire da un anno di età, sperimenterebbero «l’attaccamento
come un “essere-con”». Ci sarebbe il riconoscimento
dello stato affettivo dell’altro e quindi una risposta.
Lichtenberg,
nell’introduzione al suo lavoro del 1989, “psicoanalisi
e sistemi motivazionali”, afferma che «per ognuno dei
cinque sistemi motivazionali di base … esistano dei
bisogni specifici e che quando questi bisogni sono
soddisfatti, il risultato è un’esperienza dell’oggetto-Sé».
L’autore dice di distinguere tra bisogni e desideri e
sottolinea che essi possano o meno coincidere. Il bisogno
sarebbe qualcosa di fondamentale per mantenere la coesione
del Sé, mentre i desideri, sarebbero «motivazioni
multiformi, coscienti e inconsce, derivate da ogni sistema,
spesso in reciproca competizione».
Pensiamo che il
desiderio sia più strettamente legato all’oggetto e
quindi alla relazione con esso, mentre il bisogno
rifletterebbe una necessità “biologica”. Ci può essere
il bisogno di soddisfare la fame, mentre il desiderio
sarebbe legato all’oggetto “cibo” o “madre che
nutre”. Questa distinzione, che crediamo essere qualcosa
di più rispetto ad una semplice sfumatura linguistica, può
dimostrare ed essere dimostrata dalla varietà di gusti e
preferenze rispetto ad un oggetto che rappresenta sempre
“cibo”, ad esempio. Ci chiediamo infatti come nasce una
preferenza oggettuale.
Non è nostra
intenzione dilungarci in dibattiti dalla parvenza più
squisitamente filosofica, in realtà crediamo che questa
ipotesi di una più netta distinzione concettuale, possa
aiutarci a capire meglio alcune patologie, come pensiamo sia
il disturbo borderline, legate ad un fallimento nella
relazione oggettuale, quindi al fallimento degli oggetti-Sé,
per usare una terminologia kohutiana.
2.2
lo
sviluppo del Sé
La
psicologia del Sé, la cui paternità è attribuibile a
Heinz Kohut, si è sviluppata notevolmente negli ultimi
decenni del secolo scorso. Tra gli autori in questo momento
più interessati ad un discorso sullo sviluppo del Sé,
probabilmente Joseph D. Lichenberg e Daniel Stern sono tra i
più autorevoli.
Questo paragrafo
sarà dedicato al pensiero di Stern e all’ipotesi dei
quattro sensi del Sé.
L’interesse di
Stern (1985) è focalizzato sul periodo pre-verbale.
L’interrogativo che si pone, e che probabilmente condivide
con la maggior parte dei teorici dello sviluppo umano, è
sul tipo di esperienza che un neonato può fare di Sé e
degli altri, cioè quali «mondi interpersonali» può
creare il bambino.
È attualmente
impossibile capire l’esperienza diretta del bambino in età
pre-verbale, possiamo soltanto inferire e tradurre, in un
sistema comprensibile, ciò che osserviamo. Questo pone
ovviamente dei limiti e una certa approssimazione. Per
quanto sensibili possano essere gli strumenti a nostra
disposizione, infatti, è difficile immaginare come
comprendere l’esperienza soggettiva del bambino.
Nonostante si possa
pensare che ogni tipo di inferenza sia riduttiva,
condividiamo l’idea di Stern che, senza possibilità di
inferire, tutte queste ricerche rimarrebbero “clinicamente
sterili”
Nonostante non
esista una chiara definizione di Sé, Stern sottolinea che
il senso del Sé è una realtà soggettiva importante ed un
«fenomeno evidente» che non è possibile ignorare.
Per l’autore
esistono più sensi del Sé, oltre quello maggiormente
evidente che compare una volta presenti linguaggio e «consapevolezza
autoriflessiva».
Stern ipotizza
l’esistenza di «sensi del Sé» già in età pre-verbale
che avrebbero la funzione di organizzare l’esperienza
successiva dell’essere umano.
L’autore si
occupa prevalentemente di «quei sensi del Sé» che ritiene
assolutamente necessari nelle «interazioni sociali
quotidiane», cioè quelli «la cui grave compromissione
potrebbe danneggiare il normale funzionamento sociale» (Stern,
1985).
I quattro sensi del
Sé che ci accingiamo a descrivere brevemente, circoscrivono
ognuno un certo «campo di esperienza di sé e di relazione
sociale».
Per Stern ogni
senso del Sé, una volta formatosi, rimane per sempre attivo
e funzionante e continua a svilupparsi.
Il senso del Sé
emergente si svilupperebbe a partire dalla nascita fino a
circa due mesi di vita e rappresenterebbe una forma di
apprendimento, il processo verso l’integrazione di
esperienze vissute in modo separato. Stern ipotizza che il
bambino piccolo possa fare quindi esperienza
dell’organizzazione stessa del Sé, cioè l’esperienza
del processo.
Il bambino tra i
due e i sei-sette mesi di vita inizierebbe a sperimentare se
stesso come un’entità separata dagli altri, ecco il senso
del sé nucleare. Il bambino quindi non sperimenterebbe una
fusione simbiotica con l’altro da Sé. Questa
differenziazione sarebbe dimostrata, secondo Stern, dalla
capacità del bambino di sperimentare «azione e volizione,
coerenza del corpo come locus, coerenza affettiva come fonte
di consapevolezza e continuità di esperienza sotto forma di
costruzione di memoria» (Lichtenberg, 1989).
Importante, ai fini
della nostra trattazione, è proprio quest’ultimo punto.
Riteniamo che sia necessario, affinché l’esperienza
risulti funzionale allo sviluppo, il ricordo. Il bambino in
età pre-verable ha molto probabilmente una modalità di
memorizzazione diversa rispetto al bambino in grado di
astrarre.
Il linguaggio,
quindi la capacità simbolica, permette una codifica diversa
dell’esperienza. Possiamo pensare anche che la possibilità
di utilizzare al meglio la funzione simbolica sia offerta
dai ricordi precedenti, cioè dall’esperienza nel periodo
pre-verbale.
Stern ipotizza,
come abbiamo già accennato in precedenza, l’esistenza di
«rappresentazioni di interazioni generalizzate» (RIG).
Memorie come quelle motoria, affettiva e percettiva,
verrebbero vissute in maniera integrata. Quello che il
bambino ricorda sarebbe una generalizzazione di ripetuti
eventi interattivi tra Sé e l’altro. L’esperienza
successiva verrebbe quindi organizzata da quella precedente.
Insieme al ricordo sarebbe evocato un senso di “essere
con”, infatti, secondo Lichtenberg (1989), l’esperienza
vissuta del bambino sarebbe in prevalenza quella di un «mondo
di regolazione condiviso».
Stern identifica
inoltre quattro costanti fondamentali del Sé che brevemente
sono: il Sé agente, il Sé dotato di coesione; il Sé
affettivo e il Sé storico.
Tali costanti, una
volta integrate, forniranno al bambino un senso unificato
del Sé nucleare. Per Stern questo processo di integrazione
sarebbe possibile grazie alla memoria, che appunto
integrerebbe diversi aspetti dell’esperienza vissuta.
Stern sottolinea l’importante ruolo della memoria
episodica descritta da Tulving (1972).
La memoria
episodica, per Stern, avrebbe il vantaggio di contenere
azioni, percezioni ed affetti come attributi principali di
un «episodio ricordato».
Dunque l’unità
mestica sarebbe l’episodio. Un episodio è però
composto da attributi di minore grandezza come le
sensazioni, le percezioni, le azioni, gli affetti e le mete,
verificatisi attraverso un certo tipo di relazione
(temporale, causale, fisica)
che li connoterebbe come «un episodio unitario di
esperienza». Nonostante si possa immaginare che ogni
singola componente venga integrata attraverso la memoria in
un sistema che chiamiamo “evento”, successivamente, nel
ricordo, quell’evento rimarrà unitario e inscindibile,
dato che l’episodio ha senso proprio dall’integrazione
funzionale delle singole unità (probabilmente anch’esse
composte). Stern sottolinea l’importanza delle RIG ed
afferma che tali memorie generalizzate vanno a costituire
una «previsione personale, individualizzata, di come le
cose presumibilmente si presenteranno di momento in momento».
Stern si pone
chiaramente in contrasto con autori come Winnicott e Malher,
almeno per quanto riguarda la capacità di differenziazione
del bambino tra Sé e l’altro. Il senso del Sé nucleare
si formerebbe molto più precocemente rispetto a quanto
ipotizzato dagli autori prima citati.
L’”essere con
un altro” implica un sistema di interazione, una
co-costruzione della realtà, come si può osservare nel
gioco. Il gioco, afferma Stern è «una creazione reciproca,
un fenomeno “Noi”, o “Sé-altro”».
L’altro sarebbe
il regolatore del Sé in formazione del bambino; questo
secondo noi è uno degli aspetti fondamentali per la salute
mentale. Il bambino costruisce il suo mondo regolato da un
altro con una propria peculiare esperienza. L’interazione
tra bambino e caregiver, dice Stern, «costituisce il ponte
fra due mondi soggettivi potenzialmente del tutto separati»
e, siccome ogni bambino è probabilmente in contatto con più
caregiver, possiamo immaginare un mondo di interazioni
complesso la cui media andrebbe a costituire l’esperienza
globale.
Quando l’autore
parla di “ponte fra due mondi”, vorremmo aggiungere
“in continua evoluzione”. Ogni esperienza si va ad
integrare con quelle precedenti fino ad offrire senso o
modificare i ricordi.
Quando ci riferiamo
alla media, comunque, non possiamo prescindere dal peso
maggiore degli eventi attuali nel definire quelli passati.
Per tornare alla
descrizione dei sensi del Sé, successivamente a quello
nucleare, Stern parla di un Sé soggettivo che si
costituirebbe tra il settimo e il quindicesimo mese di vita.
In questa
“fase” i bambini inizierebbero a rendersi conto che le
esperienze soggettive sono condivisibili con gli altri,
almeno potenzialmente. La prospettiva relativa
all’esperienza con l’altro cambia. Se in precedenza
basato sull’interazione, ora il mondo esperienziale
verrebbe visto secondo un’ottica intersoggettiva.
Il bambino si
accorgerebbe dell’esistenza della propria mente e di
quella degli altri, sarebbe cioè in grado di condividere
stati affettivi. Non soltanto lui ma anche il caregiver
quindi ha un Sé, un’esperienza propria, una soggettività.
Ecco la possibilità di condividere i contenuti della mente
e compartecipare agli stati affettivi.
Per Stern la
possibilità condividere degli stati affettivi passa
attraverso un importante processo definito
“sintonizzazione”. L’autore riporta alcuni esempi per
illustrare il fenomeno. Uno di questi è il seguente.
«Una bambina di
nove mesi è molto eccitata dalla vista di un giocattolo e
cerca di impadronirsene. Quando ci riesce esclama con forza aaah!,
e guarda la madre. La madre ricambia lo sguardo ed effettua
un vigoroso movimento con la parte superiore del corpo,
della durata esatta dell’aaah! della bambina e con
lo stesso carattere di eccitazione, gioia intensià».
Stern sottolinea
alcune caratteristiche delle sintonizzazioni, che le
connoterebbero come «il mezzo ideale per realizzare la
partecipazione intersoggettiva degli affetti» come il
sembrare che ci sia stata una sorta di imitazione e il fatto
che l’operazione, definita di matching, sia
transmodale, ovvero il canale espressivo usato dal caregiver
può essere diverso da quello utilizzato dal bambino; infine
l’oggetto della corrispondenza che è stata ottenuta non
è il comportamento del caregiver ma un aspetto peculiare
che ne rifletta lo stato d’animo.
La sintonizzazione
degli affetti sembra consistere nella realizzazione di
alcuni comportamenti in grado di evidenziare «la qualità
di un sentimento condiviso» utilizzando anche canali
espressivi diversi. Non si tratta quindi di semplice
imitazione, poiché la mera imitazione non permette ai
partecipanti di inferire lo stato affettivo altrui. Stern
sintetizza affermando che «L’imitazione comunica
la forma, la sintonizzazione i sentimenti».
Lichtenberg (1989),
riferendosi allo stesso periodo di vita del bambino parla
della maturazione di una capacità immaginativa che
consisterebbe in pratica in quello che Stern ha definito Sé
soggettivo.
È lo stesso
Lichtenberg ad affermare che il solo vantaggio della
terminologia utilizzata da Stern è quello di essere
maggiormente esperienziale.
Alla fine della sua
trattazione relativa ai sensi della Sé, Stern parla di un
senso del Sé verbale, quindi di un’età che parte più o
meno dai due anni di vita.
2.3 teorie
cognitive e cognitivo-comportamentali
Sono
stati per primi gli psicologi ad orientamento psicoanalitico
ad aver definito e sviluppato il concetto di "borderline"
(organizzazione borderline e disturbo borderline); per
questo motivo gli approcci cognitivi e comportamentali hanno
avuto sempre un interesse minore verso questo tipo di
disturbi.
Tra gli autori
comportamentali che si sono attualmente si stanno occupando
del disturbo “borderline” spicca Marsha Linehan (1987) e
la sua teoria dialettico-comportamentale.
L’ipotesi
dell’autrice è che alla base dello sviluppo del disturbo
borderline di personalità ci sia una regolazione delle
emozioni disfunzionale, quindi sia compromesso il sistema
che permette questa regolazione.
La teoria della
Linehan può essere considerata di tipo integrato, in quanto
l’ipotesi è che la patologia borderline sia la risultante
del convergere di numerosi fattori soprattutto biologici e
di interazione tra individuo e ambiente, cioè sociali. Un
presupposto fondamentale sarebbe inoltre l’influenza
reciproca tra l’ambiente e l’individuo.
Si parte dagli
assunti che fattori biologici ereditari guidino, in qualche
misura, le scelte individuali e che siano gli stessi
individui creatori del proprio ambiente di vita.
Linehan e Koerner
(1993) citano l’ipotesi di Scarr e McCarteney relativa a
tre effetti attraverso cui i fattori genetici influenzano
l’esperienza individuale.
Ci sarebbe un effetto
genotipico passivo rappresentato dalle interazioni
gene-ambiente in qualche modo indipendente dall’individuo.
In altre parole, un bambino non può scegliere o determinare
la sua condizione genetica e ambientale iniziale.
Un altro effetto
sarebbe quello reattivo rappresentato da quelle
situazioni in cui il genotipo è in grado di stimolare
specifiche risposte ambientali.
L’ultima modalità
attraverso la quale i geni sono in grado di condizionare
l’esperienza sarebbe descritta dall’effetto
genotipico attivo.
In sostanza la
persona cercherebbe un ambiente in grado di appagare quello
che è il proprio potenziale genetico.
Secondo la teoria
della Linehan, lo sviluppo della patologia borderline
avrebbe a che fare essenzialmente con quest’ultimo tipo di
effetto genotipico.
La non riuscita
regolazione delle emozioni, ipotizzata alla base del
disturbo borderline, sarebbe il risultato del convergere di
una certa «vulnerabilità emozionale temperamentale» e di
specifiche «circostanze evolutive» come l’ambiente
invalidante (Linehan, 1987b).
Per ambiente
invalidante, Marsha Linehan intende sia le difficoltà di
regolare le emozioni sia quel complesso di fattori ed
attributi ambientali e fisici che in qualche misura sono
maggiormente predisposti a creare ed esaltare una data
vulnerabilità emozionale.
Lineahn e Koerner
citano alcune caratteristiche che possono definire un
ambiente come invalidante. Una di esse sarebbe la tendenza
di una famiglia ad offrire risposte vaghe e non appropriate
a quelle che sono le esperienze soggettive, oppure il non
essere responsiva a quegli avvenimenti, sempre soggettivi,
«che non hanno riscontro pubblico».
Sono famiglie,
affermano gli autori, che utilizzano modalità estreme di
riposta (del tipo “troppo” o “troppo poco”) nei casi
in cui l’esperienza abbia invece un effettivo riscontro
pubblico.
Gli autori spiegano
l’esigenza della convalida pubblica dell’esperienza
privata affermando la sua importanza in quanto «la
comunicazione efficiente di un’esperienza personale è
seguita da mutamenti nel comportamento di altre persone che
accrescono la probabilità che i bisogni dell’individuo
trovino appagamento e riducono la probabilità di
conseguenze negative».
Rispondere secondo
una modalità “armonica” anziché “avversiva”
offrirebbe al bambino la possibilità di analizzare in modo
migliore i propri vissuti emotivi e quelli degli altri.
Fondamentale,
sempre secondo gli autori, sarebbe la tendenza delle
famiglie “invalidanti” nel promuovere il controllo «dell’espressività
emozionale» e la disapprovazione soprattutto
dell’espressione di affetti considerati negativi. Il
rischio quindi sarebbe quello di una generale tendenza alla
banalizzazione delle esperienze soggettive dolorose. Tali
esperienze sarebbero, da queste famiglie, associate a
caratteristiche “negative” di tipo deficitario
dell’individuo come “mancanza” di disciplina.
Ci sarebbe, negli
ambienti invalidanti, una sorta di tentativo di controllare
il comportamento, attraverso strumenti che vanno dal
criticismo fino all’abuso.
Lineahn e Koerner
elencano una serie di quattro insegnamenti che le
famiglie definite invalidanti non offrono al bambino,
contribuendo così alla mancata regolazione emozionale.
Non insegnerebbero:
1. a distinguere e
modulare l’attivazione emotiva;
2. a tollerare il
disagio;
3. a confidare
nella propria risposta emozionale.
4. sarebbero invece
attivi nell’insegnare ad invalidare l’esperienza
soggettiva; insegnerebbero a cercare nell’ambiente gli
“indizi” sul modo di comportarsi e su cosa provare.
Le
modalità di intervento e di risposta delle famiglie ad un
comportamento dei propri figli, non costituiscono la causa
prima della patogenesi del disturbo borderline, o dello
sviluppo patologico in generale.
Le differenze
individuali giocherebbero un ruolo fondamentale
nell’attribuire all’esperienza una connotazione
invalidante.
Una delle
esperienza invalidanti più traumatiche, secondo gli autori,
sarebbe comunque l’abuso sessuale nell’infanzia. Diversi
dati statistici rilevano un’alta prevalenza di questo tipo
di abuso nei soggetti borderline rispetto ad altre
“categorie” diagnostiche (v. terza parte dell'articolo).
2.4 teorie dell’attaccamento
Il
rapporto che il bambino ha con la propria madre, secondo
Bowlby (1960) sarebbe meglio comprensibile come la
risultante di diversi «sistemi di risposte istintuali»
geneticamente umani. L’attivarsi di tali sistemi in
presenza della figura materna, sarebbe la base del «comportamento
di attaccamento».
Per la Ainsworth
(1967) anche se si possono considerare i modelli di
comportamento come manifestazioni dell’attaccamento, non
è altrettanto vero il contrario. In altre parole non
sarebbe sostenibile far coincidere l’attaccamento con i
modelli di comportamento.
L’attaccamento
per la Ainsworth sarebbe “interno” e si presenterebbe «sotto
forma di sentimenti, ricordi, desideri, aspettative e
intenzioni».
Per Lichtenberg
(1989) l’attaccamento sarebbe meglio comprensibile come «una
mutua regolazione che ha origine dall’attivazione di
motivazioni e funzioni rilevanti» sia per la madre che per
il bambino e non semplicemente qualcosa che il caregiver fa
per il bambino o viceversa.
L’autore si
riferisce al «sistema motivazionale dell’attaccamento»
come concetto dal significato ampio che comprenderebbe anche
«l’attaccamento non prossimale ottenuto mediante lo
scambio informativo e auditivo». A dimostrazione di quanto
afferma riporta quelle che sembrerebbero evidenze empiriche
circa i processi di sintonizzazione (Stern, 1985), le
osservazioni circa l’allontanamento-riunione (Ainsworth,
1979) oltre alla situazione testale definita “Strange
Situation”.
Nella situazione di
allontanamento-riunione si nota come il bambino dell’età
di un anno, avrebbe già formato, in base alle esperienze
precedenti, alcune “scene” di allontanamento chiare e
definite.
I bambini
osservati, si comporterebbero come se avessero delle
aspettative circa i programmi intenzionali del caregiver.
I bambini a partire
dall’età di un anno sarebbero capaci, in altri termini,
di condividere «con la madre la consapevolezza soggettiva
che i comportamenti sono basati sulle intenzioni,
ognuna delle quali scatena delle risposte affettive» (Lichtenberg,
1989).
Queste situazioni
sperimentali esemplificherebbero le «diverse esperienze di
separazione-perdita» la cui «determinante centrale» nel
loro esito sarebbe l’affetto (ibidem).
È possibile
delineare, sulla base
delle osservazioni, alcuni gruppi. Lichtenberg descrive il
gruppo con attaccamento ottimale secondo un modello che
sarebbe «benessere legato allo “stare con” à
disagio legato alla separazione à
sollievo dal disagio, legato all’essere consolato e nuovo
benessere» mentre il modello relativo al gruppo evitante
sarebbe «benessere legato allo “stare con” à
angoscia o evitamento dell’angoscia ottenuto aderendo
rigidamente a una motivazione di esplorazione à
evitamento del contatto al quale si reagisce come se
innalzasse il disagio piuttosto che diminuirlo». In mezzo
ci sarebbe il gruppo ambivalente il cui modello sarebbe: «benessere
legato allo “stare con” à disagio legato alla
separazione à
parziale sollievo, parziale aumento dell’irritabilità,
legato al persistere di qualche disagio».
L’autore sostiene
come tali modelli abbiano origine durante l’intero arco
dello sviluppo a partire dalla nascita e relativamente alle
esperienze interattive tra il bambino e i caregiver.
L’importanza
delle figure di accudimento alternative a quella materna
sono evidenziate dall’autore quando parla
dell’attaccamento padre-bambino ed esemplificate dal
“caso di Anne” discusso brevemente nel primo capitolo di
questo lavoro.
La “strange
situation” (Ainsworth, 1978) è una situazione testale che
rappresenta probabilmente la tecnica sistematica più
utilizzata per valutare la qualità dell’attaccamento del
bambino ad un proprio caregiver (Fonagy, 1991).
In sintesi la
“strange situation” consiste nel testare la risposta del
bambino a situazioni stressanti: l’essere inseriti in un
contesto non familiare, due eventi di separazione dal
caregiver, la presenza di una persona estranea.
In un primo momento
la madre e il bambino rimangono insieme in una stanza con
dei giochi. Al bambino è concessa piena libertà di
movimento, in modo che possa essere in grado di esplorare
l’ambiente.
Ogni episodio (in
totale sono sette) ha una durata di tre minuti.
Successivamente
entrerà nella stanza un estraneo e quindi avverrebbe la
prima separazione dal caregiver. La madre lascia la stanza
ed il bambino rimane in presenza dello sconosciuto.
In un momento
successivo la madre torna e può confortare il bambino,
lasciandolo poi solo. A questo segue il rientro della
persona estranea e in conclusione avviene la seconda
riunione con il caregiver.
Il comportamento di
attaccamento verrebbe “modulato” (Main, 1999) secondo
specifici pattern.
Nei bambini
classificati aventi un attaccamento “sicuro” (B) nella
madre si rileverebbe una spiccata sensibilità nei confronti
dei segnali del proprio figlio. Questi bambini avrebbero,
secondo la Main (ibidem) interiorizzato il caregiver come
una “base sicura”, in altri termini avrebbero raggiunto
una buona “costanza dell’oggetto” (Malher, 1975).
Un altro tipo di
comportamento, definito “insicuro-ambivalente” (C)
sarebbe contraddistinto dalla forte inibizione del sistema
esplorativo, a favore di una predominanza di quelli
dell’attaccamento ed avversivo.
La riunione con il
caregiver è caratterizzata da intensa rabbia ed il bambino
arriva fino al rifiuto del contatto. Tali bambini sembrano
mostrare un tipo di emotività piuttosto esagerata ed è
quasi impossibile consolarli.
Le madri
evidenziano minore sensibilità nei confronti dei segnali
del bambino che porterebbe al consolidarsi di un modello
operativo interno, inerente la relazione con il caregiver,
contraddistinto da una forte dipendenza e dall’assecondare
le richieste del caregiver o più in generale
dell’ambiente. Questo potrebbe portare ad uno sviluppo
atrofico della stima di Sé. Sarebbero soggetti che si
evolvono all’interno di quella corazza fornita
dall’ambiente delle cure e che Winnicott (1988) definisce
falso-sé.
I bambini
appartenenti a questo gruppo propongono spesso soluzioni di
tipo aggressivo nei confronti delle figure che rappresentano
eventi di separazione (Main, Kaplan 1986).
Un terzo modello è
stato definito insicuro-evitante (A). I bambini di questo
gruppo mostrerebbero quasi nessun disagio nei confronti
della separazione dalla madre, e allo stesso modo non
darebbero segni di considerazione nei confronti della figura
materna durante il suo rientro nella stanza di gioco. Prima
di tornare ad esplorare l’ambiente, questi bambini
mostravano un evitamento attivo dei tentativi di contatto
della madre.
Main
e Hesse (1992) riportano che queste madri, nella propria
casa, rifiutavano attivamente ogni tipo di comportamento di
attaccamento che si evidenziava nell’allontanare il
proprio figlio ad ogni sua richiesta di avvicinamento.
Come sostenuto da
Main ed Hesse (ibidem) esiste una minoranza di
bambini classificabili come «disorganizzati/disorientati»
o «inclassificabili» (D) che mostrerebbero movimenti
contradditori e non ben organizzati, freezing
prolungato e stereotipie.
Nei casi a più
elevato rischio, affermano gli autori, questo tipo di
attaccamento sarebbe associato al maltrattamento durante
l’infanzia, mentre nel campione con un rischio più basso,
l’attaccamento di tipo D sarebbe associato alle esperienze
infantili di perdita dei genitori.
I bambini con
attaccamento disorganizzato/disorientato sperimenterebbero
un paradosso (cap. I) tra i due bisogni di essere accudito
ed evitare il caregiver poiché maltrattante. Questo
paradosso potrebbe risolversi nella costituzione di un
falso-Sé, e nell’atrofizzare lo sviluppo di un Sé
soggettivo.
Comunque Main e
Hesse suggeriscono come anche se c’è una sensibilità
materna ridotta nelle madri di bambini con attaccamento
insicuro-evitante (A) ed insicuro-ambivalente (C), questi
bambini sono comunque capaci di fronteggiare le condizioni
di paura lievi, spostando la propria attenzione «rispettivamente
lontano o verso» il caregiver.
Questo non
accadrebbe nelle rappresentazioni classificate come
attaccamento disorientato/disorganizzato nelle quali sembra
centrale il paradosso.
I diversi
comportamenti di attaccamento che si evidenzierebbero nella
“strange situation”, sembrerebbero correlati al tipo di
attaccamento che a loro volta hanno avuto i genitori.
Bowlby (1969)
descrive i modelli operativi interni come delle
“strutture” dinamiche modulate dall’esperienza passata
e in grado di organizzare l’esperienza successiva, i quali
fungerebbero da regolatori del comportamento del bambino con
i caregiver
Allo stesso modo
questi modelli operativi interni consentirebbero
all’adulto di organizzare e regolare le più svariate
relazioni che esso può intrattenere, quindi anche le
interazioni con la propria prole.
Se non ci fossero
«modelli operativi interni adeguati del Sé come genitore
in rapporto ad uno specifico bambino» (Bretherton, I. 1992)
probabilmente il genitore non sarà in grado di
offrire alle richieste segnalate dal bambino una risposta
adeguata.
Nel caso in cui
molti di questi bisogni attivati da un sistema
motivazionale, non fossero riconosciuti e/o non soddisfati
adeguatamente, verrebbe probabilmente impedita, sostiene
Bretherton (1992), «la comunicazione aperta all’interno
delle relazioni di attaccamento» come conseguenza del fatto
che il «materiale escluso difensivamente non potrà essere
utilizzato per una correzione degli errori».
Questi cattivi
modelli operativi dei genitori porterebbero ad un
complementare sviluppo, nel bambino, di modelli operativi
interni del Sé non adeguati, che organizzeranno la vita
relazionale anche in età adulta.
Nel parlare di
attaccamento, inoltre, dobbiamo ricordare l’importante
ruolo degli episodi di separazione e perdita che possono
avvenire durante l’infanzia.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2001)
Trauma ed eziopatogenesi del disturbo borderline di
personalità.
Parte 2. Modelli teorici di riferimento.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 03 marzo 2001.
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