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Sergio Antonini
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| "Serial
Killer": introduzione al fenomeno dell'omicidio
seriale |
| chi è il serial killer, come
opera? articolo di psicologia criminale e
criminologia |
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Dai primi giorni di
febbraio fino ad oggi stiamo assistendo allo svolgersi delle
vicende relative a Michele Profeta, il presunto killer di
Padova, accusato di aver commesso due forse tre omicidi
nella zona lombardo-veneta; l'ultima notizia trasmessa dai
giornali riguarda un suo probabile tentativo di fuga dal
carcere scoperto in tempo dalle guardie carcerarie. Intanto
i mass-media ripropongono particolari sempre più esaurienti
sui delitti dell'assassino e sulle carte da gioco lasciate
da quest'ultimo accanto ai cadaveri e ancora una volta viene
chiamata in causa la figura del "mostro", termine
italiano, a dire il vero semplicistico e non corretto, con
cui si suole tradurre la parola "serial killer".
Il termine omicida seriale molto più vicino al significato
della formula inglese "serial killer", non ha
ottenuto mai molto credito forse per la maggiore suggestione
e spettacolarità che la parola mostro sa esprimere.
L'immagine dell'omicidio ha da evocato da sempre un misto di
paura ed insieme di inquietante fascino nell'uomo. E'
sufficiente pensare alla dimensione istituzionalizzata
dell'omicidio messa in atto quotidie, negli scontri tra
gladiatori nel colosseo, nella Roma imperiale, così come ai
sacrifici umani compiuti dagli Aztechi per gli dei, ai
raffinati e truculenti sistemi di tortura congegnati nel
medioevo dalla inquisizione spagnola o nel rinascimento
nell'Inghilterra di Enrico VIII, fino ad arrivare alla
grande riscossione di successo dei romanzi gialli a partire
dalla metà dell'800 con i racconti più celebri che
raccontavano di assassinii e morti misteriose.
La figura dell'omicida seriale ha poi aggiunto a queste già
cospicue motivazioni quella non indifferente della figura
dell'insospettabile omicida, dell'immagine del doppio,
diviso e tormentato da una doppia esistenza, solare e ktonia
al tempo stesso, il "Doctor Jekyll and Mr Hide"
descritto mirabilmente da Stevenson per intenderci.
Quello che più affascina del fenomeno è probabilmente
l'incontro con la personificazione del male, la violenza
perpetrata su di un altro essere umano senza altri fini, la
votazione dell'omicida a questo stile di vita efferato, come
testimonia il titolo di un libro sull'analisi dell'omicidio
seriale intitolato "Vivere per uccidere". Perché
il serial killer e questa è una caratteristica distintiva
della sua personalità, non uccide per un regolamento di
conti (come un killer mafioso), per questioni economiche o
di acquisizione di potere (i delitti dei "colletti
bianchi"), né per rivendicazioni politiche (come le
organizzazioni terroristiche), ma bensì per delle
motivazioni inconsce che pur nella loro diversità si
ricollegano al piacere recato dal sopprimere l'esistenza
altrui.
Spesso però soprattutto nelle notizie fatte circolare dai
mass-media si possono riscontrare alcune inesattezze sulle
caratteristiche discriminanti dell'azione del serial killer,
come ad esempio quando si è parlato di serial killer a
proposito degli autori della strage di Novi Ligure e anni
prima a proposito di quella di Pietro Maso e compagni.
Vediamo innanzitutto di tracciare delle specificazioni in
merito alle diverse modalità di azione omicidiaria e in
quali di esse si distingue il serial killer.
Una distinzione sulle modalità dell'omicidio plurimo è
stata fatta a metà degli anni '80 negli USA dall'FBI grazie
ai dati forniti dall'NCAVC (Centro nazionale di analisi dei
crimini violenti) visto il crescente aumento di omicidi
plurimi e la difficoltà da parte degli inquirenti nel
trovare dei punti fermi che aiutassero a tracciare un
identikit criminogeno.
Di solito gli omicidi multipli si possono inquadrare in
queste categorie:
Il "Muss Murderer", ossia l'omicida di massa, è
colui che compie quattro vittime o più in uno stesso luogo
e nella medesima circostanza; esempi di questo tipo appaiono
spesso nelle cronache americane, ultimamente un uomo
ritenendo di aver subito un licenziamento ingiusto dal suo
posto di lavoro ha ucciso con un fucile 6 dipendenti
dell'ufficio in cui lavorava.
Lo "Spree Killer" è l'autore di tre o più atti
omicidiari distinti, con un intervallo di tempo di solito
breve (non superiore ad un ora) che separa un omicidio
dall'altro. La cinematografia statunitense ci ha fornito un
calzante esempio di Spree Killer con il film "Un giorno
di ordinaria follia" di J. Schumacher.
Gli autori della strage di Novi Ligure o quelli
dell'uccisione dei coniugi Maso nel 1991 possono essere
riconosciuti come esempi di "Family Murderers";
infatti la caratteristica principale del Family Murderer è
quella di focalizzare la sua azione omicidiaria contro i
membri della sua famiglia: la strage viene spesso compiuta
nella medesimo luogo e circostanza o quanto più portata a
termine in un breve lasso di tempo (massimo un'ora). Il
motivo per cui le stragi sia dello Spree Murderer che del
Family Murderer non si protraggono molto a lungo dipende sia
dal movente dell'azione che nella maggioranza dei casi
risiede in un disturbo psichiatrico preesistente che porta
l'omicida a compiere l'atto nel più breve tempo possibile
pressato da una forma delirante che lo obbliga a farlo, sia
perché dopo i primi omicidi viene velocemente rintracciato
e fermato dalla polizia.
Altri dati interessanti da aggiungere a proposito di tutte e
tre queste tipologie di assassino multiplo sono che gli
assassini non scelgono l'identità delle vittime, massacrano
chiunque abbia la sventura di incontrarli, essi inoltre come
ho già accennato, arrivano al momento omicidiario in uno
stato di disorganizzazione delle funzioni psichiche, o sotto
l'effetto di droghe, non hanno cioè in termini di legge la
piena capacità di intendere e volere le loro azioni. Questo
tipo di killer infine finisce con il perdere facilmente il
controllo della situazione che lui stesso ha creato, lascia
innumerevoli tracce sul suo cammino di morte che non si
preoccupa di celare, viene presto rintracciato e messo alle
strette dalle forze dell'ordine e la sua azione termina o
con il suo suicidio messo in atto per evitare l'arresto o
con la morte in uno scontro a fuoco con la polizia, più
raramente si costituisce spontaneamente.
Il Serial Killer, di cui mi occupo qui in particolare, è
definito come colui che, letteralmente, "uccide in
serie" da un minimo di 2-3 a più persone, in periodi
di tempo piuttosto lunghi (da giorni ad anni) e spostando
anche di molti chilometri il proprio raggio di azione
omicidiario.
In questo si differenzia come già si può vedere dalle tre
precedenti tipologie di omicidi sia per la durata che per il
raggio di azione implicati nell'omicidio.
Il "Ritual Murderer", ossia l'assassino che uccide
per adempiere ai dettami e ai rituali di sette
pseudoreligiose, pseudopsicologiche o a sfondo esoterico per
scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori,
orgiastici ecc...
Un esempio di tale omicidio rituale è fornito dal caso dei
delitti compiuti negli anni '60 dagli adepti della setta di
Charles Manson, che destarono scalpore per l'incredibile
ferocia con la quale furono commessi.
Tornando ad occuparci di assassini seriali, la nazione in
cui si è registrato il maggior numero di casi di serial
killer sono gli USA; fino al 1997 (anno a cui ci riferiamo
per la casistica sui S.K.) sono considerati attivi negli USA
quasi 100 serial killer e 450 sono reclusi in prigione, a
questi ultimi sono stati attribuiti circa 2.700 omicidi, ma
considerando le numerose persone scomparse in questi stati
potrebbero essere ancora di più.
I motivi per cui negli ultimi decenni si è registrato in
alcune nazioni un incremento dei serial killer sono tanti.
Innanzitutto il fenomeno è divenuto mano a mano più
visibile in virtù dei moderni mezzi d'informazione, sempre
più efficienti, che ormai quotidianamente parlano dei
delitti dei serial killer, inoltre i sistemi investigativi e
le procedure di medicina legale hanno permesso di ascrivere
alla mano dei serial killer molti delitti che in altri tempi
sarebbero stati archiviati come decessi di altro genere.
Un territorio come gli Stati Uniti inoltre, in cui troviamo
gran parte della popolazione ammassata in metropoli che
superano spesso i 3 milioni di abitanti, con un alta densità
di popolazione e con diverse fasce della popolazione in
forte rischio di marginalità sociale e in condizioni di
povertà, costituisce un habitat ideale per la condotta
omicidiaria del serial killer.
Infatti l'ambiente alienante e individualistico della società
metropolitana/industriale, in cui migliaia di individui
vivono dentro un grattacielo, con scarsi momenti di incontro
dati i diversi orari lavorativi e di continuità
relazionale, dato il notevole intercambio di persone in uno
stesso stabile, favorisce quello stile di vita solitario e
anonimo dentro cui si cala l'omicida. Nell'ambiente
metropolitano si è infatti persa quella sorta di controllo,
di monitoraggio sociale che era costituito nella società
rurale, dalla piccola comunità contadina, stretta intorno
alle solide tradizioni della chiesa, del lavoro nei campi e
dei riti, delle feste di villaggio, in cui tutti sanno tutto
di tutti e parlano di tutti.
Infine il fatto che ogni differente stato degli USA abbia
una diverso sistema giudiziario facilita l'operato degli
omicidi che sono soliti uccidere le loro vittime in diversi
stati: il diverso modo di intendere reati contro il
patrimonio e la persona, la diversa velocità dell'apparato
burocratico, la difficoltà tra gli stati nel passarsi
informazioni sui casi ha permesso a molti criminali
ricercati magari da anni in uno stato, di commettere molti
altri omicidi in un altro prima di essere individuati e
riconosciuti colpevoli per tutti i crimini commessi.
Gli studiosi americani, dopo aver esaminato tutti i serial
killer incarcerati, hanno tracciato un identikit
psicobiografico che si può così riassumere.
Sono prevalentemente maschi di razza bianca (nel 90% dei
casi), hanno un'età media all'epoca dell'omicidio di 27
anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali; primogeniti,
hanno trascorso la loro infanzia e adolescenza in famiglie
violente, con una madre "patologica" (spesso
prostituta) e un padre assente (delinquente). Da bambini
sono stati trascurati o maltrattati e sono sono stati
oggetto di violenze anche sessuali, manifestando di
conseguenza comportamenti disturbati quali torture ad
animali e piromania, con marcato isolamento sociale.
La mancanza di rapporti interpersonali e di validi modelli
di riferimento ha provocato, da adolescenti, l'incapacità
di interagire con le persone dell'altro sesso, con la
conseguenza di accumulare frustrazione e rabbia: gli
assasini seriali non hanno avuto normali rapporti
eterosessuali, preferendo invece la masturbazione compulsiva
e rapporti omosessuali o la zoofilia; hanno manifestato in
adolescenza comportamenti antisociali (furti, violenza,
fughe da casa, abuso di alcool e droghe). Dotati di un
quoziente intellettivo medio, in età adulta, talvolta, sono
riusciti a costruirsi una famiglia, cosa che consente loro
di assumere una facciata di normalità, dietro la quale si
cela però il problema dell'indefinita identità sessuale.
Sono spesso pigri e incostanti sul lavoro, attività nella
quale accumulano ulteriori stress e frustrazioni, per
sfuggire alle quali tendono a rinchiudersi nel loro mondo
immaginario.
L'iter che porta questi individui a compiere quel passo
fondamentale per la loro condotta di assassini recidivi che
è il primo omicidio, è costituito da un lungo percorso
iniziato nell'infanzia, caratterizzato da "fantasie
onnipotenti di morte" che si fanno con il passare degli
anni sempre più vivide e pressanti, fino a non poter più
solo esser solo pensate ma a dover anche essere messe in
atto. Le fantasie di un serial killer psicopatico si fondano
quasi sempre secondo Roger Depue esperto dell'FBI sul
binomio sesso-violenza, attraverso la loro infanzia di
bambini abusati sia fisicamente che sessualmente
incominciano a costruire delle fantasie a sfondo
sadico-sessuale, in cui il ruolo del violento e del
seviziatore è svolto da loro ed in cui l'orgasmo non può
essere raggiunto se non infliggendo sugli altri sofferenza e
dominio.
L'assassino seriale con l'eliminazione di un essere umano
appaga i suoi fantasmi di morte e distruzione, concretizza e
ritualizza questo fantasma di rivalsa sull'aggressore di un
tempo, questa "sensazione di onnipotenza", di aver
avuto cioè pieno dominio e arbitrio dell'altrui vita gli dà
quel tantum di eccitazione, di trasgressione, di conquista
che lo fa sentire vivo, porta l'omicida a ripetere
l'esperienza più volte, rendendolo così un serial killer,
vampiro della vita degli altri.
Per quanto riguarda le modalità con cui uccidono si possono
distinguere due tipi di omicidi: I serial killer organizzati
e i serial killer disorganizzati: I primi pianificano con
cura i delitti, scegliendo le vittime ed il luogo del
delitto. Utilizzano un'arma propria e non lasciano tracce.
Sono individui apparentemente normali, socialmente inseriti,
spesso coniugati e ciò rende molto difficile individuarli;
inoltre siccome posseggono mediamente un alto quoziente
intellettivo mettono a punto tutta una serie di accorgimenti
che rendono difficile alla polizia la loro individuazione e
cattura. Per esempio riescono a uccidere diverse persone in
luoghi anche molto distanti fra loro, stanno attenti a non
lasciare tracce sul luogo del delitto, cambiano volutamente
"modus operandi" per confondere gli inquirenti,
seguono attentamente lo svolgersi delle ricerche e spesso
anticipano le mosse della polizia. Inoltre sono gratificati
dall'attenzione data loro dai mass-media perché ciò
rafforza l'identità negativa che si stanno costruendo e
spesso sfidano le autorità inviando messaggi denigratori di
sfida o rivendicando con qualche macabro particolare la
paternità dei propri misfatti. Infine sono capaci di
intendere e volere, pur presentando disturbi della
personalità, di carattere sadico e sessuale.
I serial killer disorganizzati uccidono invece perché colti
da un impulso improvviso, senza scegliere la vittima e senza
curarsi di lasciare tracce, utilizzando talvolta un'arma
trovata sul posto.
Il luogo del delitto si trova spesso nei pressi della loro
abitazione e si presenta come disordinato, lasciato così
come è. I delitti sono efferati e a volte sono costellati
da atti sessuali e di cannibalismo verso la vittima. Tali
assassini seriali sono mentalmente malati, per lo più
affetti da psicosi. Infatti c'è da dire che molti di queste
sequele di violenza sarebbero potute essere evitate se i
malati fossero stati adeguatamente curati e monitorati da
uno specialista soprattutto nelle fasi a sfondo
delirante-persecutorio. Infatti il cosiddetto
"raptus" dello schizofrenico sembra non esistere,
dato che l'atto violento di quest'ultimo avviene dopo tutto
un crescendo di segnali, di sintomi sempre più gravi e
frequenti cui non si è posto tampone con un aiuto
farmacologico o psichiatrico.
Considerando più specificamente le tipologie di assassino
seriale si possono distinguere a seconda della motivazione
che li spinge ad uccidere tre categorie: gli psicotici, gli
edonisti, i missionari.
Gli psicotici (schizofrenici, paranoici) uccidono perché
guidati da allucinazioni uditive (voci imperative) e da
deliri mistici o di grandezza.
Gli edonisti, che uccidono per il "gusto di
uccidere", per l'emozione ed il piacere che provocano
la soppressione di un essere umano, per il senso di
onnipotenza che deriva dal poter disporre totalmente della
vita di un uomo; una sottocategoria è costituita dai "Lust-Killer",
ossia "assassini per libidine", per i quali
l'omicidio riveste il valore di gratificazione sessuale,
perché per raggiungere l'orgasmo devono uccidere.
I missionari, che uccidono sulla base di "motivazioni
morali": le vittime sono prostitute, omosessuali, neri,
barboni, drogati, ossia quelle categorie di persone che essi
considerano la "feccia" da cui ripulire il mondo.
Infine a proposito del comportamento violento del serial
killer vale la pena ricordare la considerazione dello
psicoanalista Frank M. Lachmann. Secondo Lachmann vari
fattori: storici, ambientali, genetici e psicologici, tra
cui anche gli abusi e le violenze subite porterebbero il
futuro serial killer a sviluppare un'aggressività di tipo
"eruttivo, vulcanico"; un'aggressività cioè che
invece di essere una reazione comportamentale ad un ambiente
che non è in grado di soddisfare i bisogni (come nelle
persone normali) e quindi "reattiva", eromperebbe
senza bisogno di nessuna sollecitazione dal contesto in cui
è immersa la persona.
Il serial killer spesso non è consapevole di questa
impulsività comportamentale, ed è per questo forse che
conducono una doppia vita, una magari banale e anonima ed
un'altra drammatica che li porta ad uccidere.
Nel caso di violenze subite nell'infanzia da un bambino,
Storolow (un'altro psicoanalista) afferma che dopo averne
subito la conseguente reazione emotiva dolorosa, il bambino
desidera intensamente da parte di qualcuno una risposta
sintonizzata che possa modulare, contenere, migliorare il
suo stato affettivo reattivo e doloroso. Quando invece (come
nel caso dei serial killer) il dolore affettivo del bambino
incontra una consistente mancanza di sintonia, allora egli
percepisce che quei sentimenti reattivi dolorosi, non sono
bene accolti da chi si occupa di lui, e devono essere
sequestrati in modo difensivo per poter sostenere il legame
di cui egli ha necessità. Questo affetto abortito diventa
fonte di conflitto e vulnerabilità agli stati traumatici e
dura tutta la vita. Inoltre spesso il bambino acquisisce la
convinzione inconscia che gli stati affettivi dolorosi e
terrorizzanti sono le manifestazioni di una sua tara
disgustosa, oppure di una sua cattiveria interiore
intrinseca.
Si viene così a formare internamente una identità in
negativo, un Sé cattivo e tutte le volte che l'individuo
ritiene di non essere stato compreso, "contenuto"
dall'altro, reagirà con rabbia e violenza per aver visti
ancora una volta frustrati i suoi bisogni di rassicurazione
e di sintonizzazione emotiva.
Dott. Sergio Antonini
Antonini, S. (2001)
Serial Killer. Introduzione al fenomeno dell'omicidio
seriale
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 03 agosto 2001.
Riferimenti
Bibliografici
Musci,
A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) (1997) vivere
per uccidere, anatomia del serial killer. Calusca Edizioni.
Bourgoin,
S. (1993) la follia dei mostri. Sperling & Kupfer
Editori, 1995
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