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Marco Baranello
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| I Concetti di
Sofferenza Primaria e Sofferenza Secondaria in
Psicologia Emotocognitiva |
| l'uso clinico del concetto
psicologico di sofferenza |
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Premessa
Parlando di sofferenza dobbiamo riferirci ad una condizione
psicofisiologica che viene connotata negativamente
dall'organismo o dal sistema di riferimento e che
l'organismo vorrebbe cercare di risolvere. Eliminiamo quindi
l'alone retorico intorno al termine per leggerlo in
un'ottica scientifica propria della psicologia
emotocognitiva.
Sofferenza Primaria
In psicologia emotocognitiva definiamo la sofferenza
primaria come la sensazione, che può essere collocata su più
livelli di intensità da lieve a grave, di disagio, dolore,
angoscia, terrore, ecc. che una situazione, un'esperienza od
un sintomo producono come reazione
automatica dell'organismo.
Per esemplificare pensiamo ad una fobia specifica. La
persona che ha paura ad esempio degli insetti sa che alla
vista di un insetto (stimoloo fobigeno) sperimenterà una
situazione di sofferenza e di estremo disagio tale anche da
produrre una vera e propria crisi di panico (tachicardia,
tremori, sudorazione, sensazione di rigidità,..).
Ci deve essere stata però una prima volta in cui è capitato
che la vista dell'insetto abbia prodotto tale sofferenza,
sia che la persona lo ricordi, sia che non ne abbia diretta
memoria. Quel disagio sperimentato la prima volta è proprio
la sofferenza primaria: la reazione automatica
dell'organismo alla visione dello stimolo che poi diventerà
fobigeno.
A questo punto si associa molto rapidamente la sensazione di
sofferenza
con la rappresentazione dell'insetto e si instaura quel loop
disfunzionale di cui abbiamo già avuto modo di parlare in
altri articoli (baranello, 2006). La persona percepisce
quindi che è l'insetto che produce tale sensazione di
disagio e intensa paura, percò è l'insetto che va evitato.
Ma, ad un'analisi più attenta, vediamo che la persona non
evita l'insetto di per sé ma tenta di evitare la
proprio la sensazione di sofferenza che sa che la vista
dell'insetto produce. Si instaura quello che è noto agli
psicologi come "ansia anticipatoria" o più comunemente
"paura della paura".
Essendo però la crisi di panico e/o il disagio intenso che
si prova di fronte allo stimolo fobigeno (l'insetto del
nostro esempio) una soluzione dell'organismo a determinate
tensioni, l'evitamento blocca questa soluzione. I processi
attentivi che l'organismo mette in atto di fronte anche alla
sola possibilità della presenza di uno stimolo fobigeno
incrementano
proprio le tensioni oggetto-specifiche. L'aumento di
tensione produce uno stato di disagio a livello del sistema
nervoso centrale che necessita di essere risolto (anche in
questo caso la sofferenza è da considerarsi primaria). Anche
se per molti il sintomo è il problema, per lo psicologo ad
orientamento di psicologia emotocognitiva, il sintomo è la
soluzione autonoma dell'organismo (o sistema di riferimento)
per la risoluzione di specifiche tensioni.
Quindi evitare la situazione di sofferenza, aumentando le
tensioni, produce proprio il sintomo di cui la persona
vorrebbe liberarsi.
Di fatto, quindi, è proprio l'evitare la sofferenza
primaria che non permette all'organismo
di risolvere definitivamente il problema. Tale tendenza ad
evitare un disagio inevitabile viene definito come
evitamento fobico della sofferenza.
Sofferenza Secondaria
Introduciamo così il concetto di sofferenza secondaria
definendola come il risultato del tentativo della persona di
risolvere la sofferenza primaria.
Sintetizzando, dove la sofferenza primaria è il prodotto
diretto ed automatico dell'organismo ad una situazione,
sintomo, stress, esperienza, ecc. la sofferenza secondaria è
ciò che nasce dal tentativo psico-sociale di risolvere
quella primaria.
Quello che lo psicologo deve fare, quindi, è permettere
all'organismo di vivere la sofferenza primaria cercando di
risolvere tutti quei comportamenti psico-sociali che
generano quella secondaria. La sofferenza primaria è una
soluzione, quella secondaria è il problema.
Proviamo con un altro esempio ancora più comune. Immaginiamo
che dobbiamo per forza di cose telefonare ad una persona che
non sopportiamo, che ci annoia, che ci disturbo, ecc. Se
alla prima sensazione di disagio del tipo "devo chiamare ma
proprio non mi va,..." prendiamo il telefono e chiamiamo
vivremo di certo quello stato di disagio e
di sofferenza (nessuno lo eliminerà) ma lo vivremo per il
tempo necessario, quello della durata della telefonata.
Questa è la sofferenza primaria, una sofferenza che
sicuramente ci sarà, è inevitabile per definizione, ma che
termina soltanto
quando la sperimentiamo, quando la viviamo senza
contrastarla.
Se invece, ed è la tendenza molto comune, percepita come
normale, rimandiamo la telefonata il più possibile per
cercare di evitare la sofferenza primaria, allora stiamo
allungando i tempi della sofferenza stessa: alla sofferenza
che ci causerà comunque telefonare si aggiunge quella
relativa al tempo che intercorrerà fino a quando non saremo
costretti a telefonare. Spesso, anzi, la sofferenza sarà di
intensità maggiore.
Questa è la sofferenza secondaria che, sicuramente, avrà una
durata maggiore della durata della telefonata stessa che,
comunque, produrrà ugualmente quel disagio che stiamo
cercando di evitare.
L'esempio può sembrare banale ma evidenzia come non sia
necessario pensare
a chissà quale grave patologia per capire ciò che stiamo
affermando. I concetti di sofferenza primaria e secondaria
non sono legati infatti ai soli disturbi mentali ma sono
comuni ad ogni essere umano e si sviluppano nel quotidiano.
Grazie a questi nuovi concetti oggi abbiamo strumenti sempre
più raffinati per la risoluzione del disagio in tempi brevi,
con interventi psicologici mirati e senza uso di farmaci per
la maggior parte dei disturbi mentali, sintomatologie
specifiche e problematiche psicologiche e psico-sociali.
Anche se lo schema presentato negli esempi può apparire
semplice esistono processi complessi per i quali la persona
non si può rendere completamente conto di quali siano i
processi che hanno creato l'insorgenza della sofferenza
secondaria. Inoltre la comprensione del funzionamento di
tali processi non permette direttamente la soluzione del
disagio, occorre infatti un intervento mirato in grado di
valutare i processi di funzionamento globale
della persona e fornire tecniche specifiche per scardinare
il loop disfunzionale e rendere la persona libera di vivere
il proprio quotidiano ovvero, in una battuta, finalmente
liberi di soffrire, ma solo della sofferenza primaria,
quella inevitabile e, volenti o nolenti, necessaria.
Lo psicologo professionista sa quindi che ogni tentativo del
paziente di risolvere un problema che non ha funzionato
genera quella perdita di senso di volizione che non permette
alla persona di trovare soluzioni adeguate al problema e
che, anzi, potrebbe portare ad un suo peggioramento. Il
professionista psicologo dovrà valutare quali processi
psico-sociali mantengono il problema ed hanno generato
sofferenza secondaria. Quello che va prodotto nel paziente è
un cambiamento di prospettiva che può essere generato
soltanto grazie all'aiuto del paziente stesso che ci fornirà
tutte le informazioni necessarie. Il primo lavoro, durante
il processo di valutazione/intervento iniziali sarà quindi
teso ad agevolare la raccolta delle informazioni utili che
poi saranno utilizzate per la remissione del problema. Il
trattamento psicologico per finalità di cura però, lo
ricordiamo, inizia da subito, già dalla prima seduta. La
raccolta delle informazioni necessaria non è scisso
dall'intervento riabilitativo vero e proprio.
Definito quindi ciò che mantiene il problema e quei
pensieri, comportamenti, azioni che hanno prodotto e
mantengono la sofferenza secondaria sia a livello
individuale che relazionale e psico-sociale, si procederà
con l'intervento vero e proprio teso alla riduzione delle
azioni disfunzionali e alla risoluzione del disagio.
Ricordiamo che la paura di una persona di soffrire genera
una sofferenza ancora maggiore di quella che la persona
teme. Questo concetto farà da sfondo a tutti i nostri
interventi psicologici in psicologia emotocognitiva.
In conclusione ricordiamo che il concetto di sofferenza e
la sua distinzione in sofferenza primaria e secondaria, in
psicologia, ha un valore scientifico e non
retorico-filosofico. Pur apparendo semplice, questa breve
trattazione, nasce da numerose ricerche-intervento. Oggi
siamo infatti in grado di intervenire per la risoluzione del
disagio in tempi estremamente brevi, senza uso di farmaci,
utilizzando queste innovazioni teoriche nella disciplina di
psicologia. La maggiore dei sintomi e dei disturbi
psicologici trova oggi soluzione in poche sedute con uno
psicologo professionista esperto in psicologia
emotocognitiva. Questo perché c'è un viraggio importante dal
cercare le cause del problema a capire cosa il problema
causa ovvero come i sintomi si mantengono nel tempo. In
questo i concetti di sofferenza indicati hanno un ruolo
fondamentale.
Dott.
Marco Baranello
riferimento bibliografico per citare questa fonte:
Baranello, M. (2006)
i concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in
psicologia emotocognitiva
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 giugno 2006.
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