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Psicologia: una Risorsa per la SAlute


Psicologia emotocognitiva per una psicologia scientifica

Marco Baranello

Premessa

La “psicologia emotocognitiva” rappresenta l’integrazione ovvero l’applicazione nelle scienze psicologiche del paradigma emotocognitivo, una teoria generale sistemico-relativista circa il funzionamento organizzativo di sistemi a qualsiasi livello di complessità. Una teoria è un corpus di consocenze e acquisizioni che ruotano intorno ad un oggetto di studio, in questo caso l’oggetto di studio sono “i sistemi” ovvero degli “insiemi organizzati funzionalmente” così come essi vengono definiti ed osservati da chi (l’homo sapiens) ne definisce i confini, quale elemento centrale del proprio universo esperienziale. Le teorie emotocognitive fanno capo ad un insieme di conoscenze multi-disciplinari in ambito scientifico che spaziano dalla fisica alle neuroscienze, dall’elettronica alla psicologia.
La teoria è ciò che permette di conoscere il “come” del funzionamento dell’oggetto di studio, permette di definire leggi che siano codificabili in modo da rendere i fenomeni prevedibili, verificabili e, ove tecnicamente possibile, riproducibili. Una teoria adeguata, diremo verosimile o che comunque si avvicina alla “verità” del funzionamento del sistema di cui si occupa, permette di modificare l’uso di strumenti tecnici (o tecnologie) già a nostra disposizione in modo diverso, più proficuo, altresì permette di capire il motivo del funzionamento di alcuni strumenti quindi può portare ad abbandonarne alcuni in favore di altri e, allo stesso tempo, suggerire la realizzazione di nuovi strumenti tecnici, tecnologici o di intervento.
Immaginiamo l’invenzione della Radio. Essa è stata possibile per mezzo di tecnologie e materiali già esistenti all’epoca che, però, sono stati organizzati in modo diverso proprio grazie ad una nuova teoria in grado di spiegare matematicamente il funzionamento dei fenomeni elettromagnetici quindi dei processi di trasmissione wireless e ricezione dei segnali.

Ciò che accade quando una teoria cambia il modo di vedere le cose è che anche le conseguenze di questo cambiamento modificheranno il modo di organizzare le risorse disponibili e, spesso, le nostre stesse abitudini.
Tutto ciò però significa che qualora il modo di organizzare le nostre vita, fosse basato su vecchi assiomi secolarizzati, dominanti nella nostra cultura, che le nuove scoperte e teorie dimostrano essere ormai anacronistici e non proprio corretti, per non dire addirittura falsi, allora anche tutto quello che è stato costruito sul perno delle vecchie teorie, potrebbe essere cambiato.
Dietro vecchi assiomi si è però organizzata l’intera vita sociale, politica ed economica ed è per questo che le vere “rivoluzioni” scientifiche fanno fatica ad affermarsi, spesso ostacolate proprio dalle lobbies di potere istituzionalizzato che cercano di difendere le proprie posizioni ed i propri poteri a danno proprio dell’innovazione, anche se questa può portare beneficio per tutti.
Se l’essere umano fosse nei secoli stato più aperto forse oggi avremmo tecnologie e conoscenze che soltanto i nostri pronipoti potrebbero vedere.

Una rivoluzione scientifica avviene quando nuove teorie cambiano radicalmente le premesse da cui tutti noi siamo sempre partiti, convinti della loro veridicità. E’ spesso questo conformismo che impedisce di vedere oltre, di aprire gli occhi nel tempo in cui l’innovazione viene prodotta. Il sistema è lento ad assorbire il cambiamento.
In genere gli oppositori dell’innovazione scientifica, diranno che essa non è nulla di nuovo, che molte cose che le nuove teorie sostengono sono state già dette, in un tentativo di svalorizzare piuttosto comune quanto infantile. A queste persone rispondiamo che l’innovazione non è un tirare fuori il “coniglio dal cappello”, non è far apparire cose dal nulla, l’innovazione teorica è un modo diverso di organizzare, ovvero mettere in relazione, le conoscenze già disponibili insieme con le nuove scoperte. Una modalità analitica di leggere l’innovazione in genere porta a non comprenderla pienamente nel suo valore sintetico.
La scienza può illuminare il cammino di tutti, può portare all’incremento del benessere comune, quando non è assoggetta al potere economico politico di pochi. Ecco perchè negli Stati più democratici la scienza è libera e tutti possono partecipare in modo attivo allo sviluppo comune.

La teoria emotocognitiva viene sviluppata in un ambiente multi-disciplinare grazie all’integrazione di studi in elettronica, in psicologia con particolare attenzione alla psicofisiologia, grazie al confronto intra ed inter-disciplinare ed al rapporto clinico con pazienti psicologici trattati in setting di tipo psicologico puro, cioè senza farmaci e senza psicoterapia.
Nel corso degli anni si è sempre più rafforzata l’idea, supportata dagli studi di cui sopra, che le forme di organizzazione sistemica dalla cellula alle forme organizzative sociali, passando per l’organismo umano, quindi l’organizzazione dei sistemi sia semplici che complessi, fossero concepibili nei loro processi in funzione di un obiettivo di commutazione energetica. Energia che, avvisiamo il lettore, è di tipo strettamente fisico (energia termica, energia meccanica, energia elettrica,…). Le teorie emotocognitive si basano sul presupposto che ogni forma energetica sia generata su forme di organizzazione di processi oscillatori che, aggregandosi in frequenze sempre più complesse, variano la loro velocità oscillatoria sistema-relativa fino a manifestarsi sotto forma di onde o di materia relativamente al sistema osservante. Questo presupposto orienta quindi gli studi anche dei sistemi complessi come l’essere umano o gli organismo cosiddetti biologici. Analizzando i processi vediamo, ad esempio, che l’obiettivo di un organismo inteso come “macchina organismo”, indipendentemente dalla varietà dei suoi contenuti simbolici, è comunque quello di portare in equilibrio (dinamico e non statico) le modificazioni intrasistemiche, indipendentemente dal contenuto dello stimolo che potrebbe averle inizialmente sollecitate. Modificazioni che comunque sono necessarie, disequilibri del tutto naturali che permettono la nostra stessa esistenza e la cui assenza determinerebbe la cessazione delle attività funzionali dell’organismo. L’equilibrio dinamico è una forma oscillatoria naturale e viene definito nelle teorie emocognitive “ARMONICA” ed il processo che porta alla soluzione tensiva funzionale viene detto “ARMONIZZAZIONE”. I processi che favoriscono l’armonizzazione sono del tutto naturali, spontanei e involontari e possono essere condizionati soltanto dalla direzione che il sistema può imporre all’azione (attivazione centrale e periferica). Il processo diviene disfunzionale e circolare e viene definito nelle teorie emotocognitve “loop disfunzionale” (Baranello, 2006) ogni volta che si presenti un’opposizione volontaria ai processi di scarica tensiva prodotti in modo autonomo dal sistema ovvero ai processi naturali di armonizzazione sistemica. I nostri sistemi culturali, la nostra educazione può predisporre l’organismo ad attivarsi in opposizione portando a sviluppare processi disorganizzati assolutamente contro-natura.
Tale opposizione volontaria si ha qualora ci fosse quindi un’errata convinzione, una conoscenza sbagliata circa il processo normale di funzionamento sistemico. Spesso le conoscenze errate sono dovute ad una educazione basata su vecchi assiomi e perciò talmente diffuse e secolarizzate da essere reputate, falsamente, corrette dalla maggior parte di noi. Però se gli effetti delle proprie convinzioni portano all’incremento della disfuzione anziché alla sua reale soluzione, ciò dovrebbe essere sufficiente per dimostrare che l’azione orientata secondo i propri assiomi non è funzionale ai propri obiettivi e che, forse, non è tanto l’azione in sé ad essere errata, ma la premessa che l’ha generata ovvero l’azione è sbagliata perché è sbagliato il presupposto da cui essa si sviluppa. La coseguenza di una premessa sbagliata è sempre un errore, anche se messa in atto con le migliori intenzioni.

Di fatto le teorie emotocognitive cambiato l’ottica, cambiano il modo stesso di concepire il funzionamento sistemico e, per questo, trovano applicazione in più ambiti disciplinari. La teoria emotocognitiva rappresenta uno sviluppo delle conoscenze acquisite dall’essere umano intorno alla comprensione del funzionamento dei sistemi, sia essi semplici che complessi. E’ una teoria che cerca di codificare matematicamente i propri assunti di base, quindi di rispondere ai quesiti che si pone secondo un metodo scientifico tipico delle scienze naturali, e cerca di dimostrare per via applicativa la sua verosimiglianza con la realtà del funzionamento dei propri oggetti di studio. Dire verosimile è una atteggiamento proprio delle teorie scientifiche moderne che partono da concetti probabilistici e quindi riconoscono che nel futuro altro può essere scoperto per arrivare sempre più vicini alla realtà che, comunque sia, va sempre vista nell’ottica dell’homo sapiens, quale osservatore ed interessato a trovare leggi antropometriche (ed antropofiliache) in grado di spiegarne il funzionamento.
L’obiettivo più alto, forse utopico, delle teorie emotocognitive è quello di trovare codici inter-sistemici in grado di essere trasmessi oltre il limite della nostra specie, oltre il tempo a noi concesso.

Le teorie emotocognitive studiano i processi di funzionamento organizzativo sistemico indipendemente dalla funzione “simbolica” che può essere attribuita ad un processo da un osservatore. Scomposizioni (analisi) ed interpretazioni simboliche, secondo l’ottica delle teorie emotocognitive, portano l’essere umano verso le tenebre del simbolismo astratto, nella complicazione e nella confusione e per questo nelle teorie emotocognitive si cerca di ridurre al minimo il simbolismo, limitandone l’uso a codici base (linguistici e matematici) che definiamo processi. Del simbolismo l’essere umano deve poter eventualmente godere e giocare ma mai diventare suo schiavo. L’essere umano può essere libero di vivere una propria fede, una propria idea, un proprio progetto ma nell’ambito delle cure e degli interventi psicologici l’obiettivo non deve essere la discussione su argomenti simbolici o su contenuti astratti in quanto strettamente legati al soggetto quindi arbitrari ed opinabili e che nessuno, tantomeno un clinico, può modificare o imporre ad un altro.

La psicologia scientifica, e la psicologia emotocognitiva rientra in questa, ha il compito più tecnico di attenersi ai processi di base per rispondere in modo efficace al problema del committente e permettere al cliente di essere libero di scegliere. Una focalizzazione sui contenuti simbolici porterebbe soltanto ad un inutile allungamento dei tempi di trattamento e a interpretazioni interminabili anziché alla rapida soluzione del problema.

La psicologia emotocognitiva è una psicologia dei processi funzionali non simbolista e non interpretativa. Per la “psicologia emotocognitiva” lo studio dei processi organizzativi umani, sociali, aziendali, ecc. deve essere indipendente dal contenuto simbolico ad essi associato. Nei disturbi psicologici non ci interessa quindi il loro “significato” simbolico, che anzi consideriamo del tutto arbitrario, ma i processi che permettono il funzionamento di quel sistema e la sua manifestazione fenomenologica.
La psicologia emotocognitiva è quindi, ribadiamo, una psicologia dei processi. E’ estremamente tecnica e basa l’intervento, sia in ambito strettamente clinico-sanitario per la diagnosi, la cura e la riabilitazione sia in ambito organizzativo (sociale, politico, economico), sulla valutazione dei processi organizzativi e quando essi sono disfunzionali rispetto alle aspettative sistema-relative si pone quale obiettivo la riorganizzazione funzionale (riabilitazione) del sistema su cui interviene.

Gli strumenti tecnici rimangono quelli base dello psicologo, ovvero il colloquio psicologico, strumenti educativi, schemi informativi, stimolazioni psicologiche, ecc. il vero cambiamento apportato dalle teorie emotocognitive è nel come organizzare in modo più proficuo tali strumenti di intervento. Gli strumenti conoscitivi forniti dalle teorie emotocognitive sono ciò che distingue la psicologia emotocognitiva da altre forme di intervento.
L’intervento è strettamente legato all’informazione scientifica che viene fornita al sistema su cui si interviene al quale vegono quindi offerte spiegazioni basate sulle nuove scoperte sviluppate in seno alle teorie emotocognitive che configurano così l’intervento in modo tecnico basato sulla psicoeducazione e sull’informazione.
L’intervento non si basa né sulla relazione tra psicologo e cliente né sull’andare a cercare spiegazioni simboliche rispetto a ciò che viene espresso, né sul guardare al passato, né sulla fiducia a priori, né sullo studio delle relazioni familiari, né sull’esporre sistematicamente le persone alle proprie paure, né su inganni terapeutici, né su processi ipnotici. Si basa sulla tecnica pura dell’informazione quindi della stimolazione psicologica atta a fornire una spiegazione, non interpretativa e non simbolica, alla persona.
L’intervento si configura quasi come una semplice forma d’insegnamento personalizzato, quindi applicabile in ogni contesto educativo (scuola, famiglia, corsi, ecc.), quando l’intervento è svolto per scopi sanitari di diagnosi, cura e riabilitazione ciò che cambia è l’uso degli strumenti propri delle professioni e prestazioni sanitarie. In ambito medico la teoria può essere utilizzata per rendere più vantaggioso l’uso della spiegazione medica e permettere una migliore risposta alle cure medico-chirurgiche, in ambito psicologico per rendere più proficuo l’uso del colloquio psicologico e creare nuove forme di stimolazione psicologica per finalità terapeutico-riabilitative. Altresì è una teoria applicabile ovunque ci sia un sistema organizzato. Tra le applicazioni trova ampio spazio in fisioterapia così come nel marketing, nelle scienze politiche e in economia così come nelle neuroscienze.

Per tornare all’applicazione in psicologia, la psicologia emotocognitiva sta oggi permettendo di dimostrare l’efficacia tecnica dell’intervento psicologico contro chi ancora sostiene posizioni del tutto filosofiche.
La psicologia emotocognitiva con la sua codifica in leggi dei processi di funzionamento sistemici, apre la strada ad una psicologia scientifica contro la vecchia impostazione della psicologia filosofica. Un viraggio davvero importante che permette al cliente/paziente psicologico di usufruire di prestazioni tecniche dotate di prevedibilità con sempre meno margine di incertezza.

I sostenitori della psicologia filosofica cercano di imporre l’idea, basata su dati non scientifici interni alla disciplina ma basata su dati statistici relati alla valutazione dell’applicazione di vecchie teorie e vecchi metodi, che l’effetto “curativo” delle terapie psicologiche sia basato su variabili soggettive legate alla personalità del clinico quindi non quantificabili e non gestibili. Questa impostazione farebbe rabbrividire qualsiasi serio scienziato perché dimostra da una parte l’ignoranza in materia di funzionamento dell’organismo da parte di chi sostiene tali affermazioni, e dall’altra la dimostrazione dell’inefficacia in termini predittivi e quantificabili delle vecchie cure e teorie su cui si basano tali dati statistici.

Di fatto chi sostiene tale impostazione filosofica impone al paziente e alla comunità scientifica un concetto di cura basato sull’idea che non siano stati ancora trovati elementi chiari e ben definiti lasciando quindi i pazienti sempre in un’incertezza clinica e portando la psicologia ad essere lo zimbello delle scienze. Come dire che se il metodo non ha funzionato non è nel metodo che va rintracciato l’errore ma nella personalità dei soggetti che hanno partecipato alla relazione clinica. Beh, credo che sempre meno pazienti si rivolgerebbero a psicologi qualora sostenessero una cosa simile.
Questo non crea problemi soltanto al paziente ma anche agli stessi psicologi che, qualora accettassero un simile presupposto, verrebbero orientati verso una formazione il cui obiettivo sarebbe quello di modificarne la personalità o le capacità relazionali!
Anche se alla comunità scientifica generale questo può sembrare un atteggiamento di altri tempi, va ricordato che in ambito psicologico ancora ci sono forti sostenitori addirittura noti accademici di questa impostazione filosofica che cercano, attraverso l’imposizione della propria teoria, anche di censurare chi cerca di dimostrare il contrario ed avvicinarsi alla psicologia scientifica. Un atteggiamento questo che è più vicino a quello dell’inquisizione che della scienza.

La psicologia emotocognitiva è invece una psicologia che cerca di rispondere su base scientifica alle questioni in materia di funzionamento sistemico e per questo non si avvale della statistica ma di leggi scientifiche, ovvero basate sul metodo scientifico. La statistica è invece utilizzata per mostrare le percentuali ovvero le probabilità di successo in ambito dell’intervento. Quindi avremo che l’intervento è spiegato nel suo funzionamento, sul come e perché si è prodotto un risultato (metodo scientifico), da leggi codificate e, in più, ne viene dimostrata l’efficacia in termini statistici sul campione di riferimento trattato. Anche per valutare l’efficacia dell’intervento in ambito applicativo viene utilizzata una scala, da noi definita VRET (Valutazione Razionale dell’Efficacia del Trattamento) basata sulla remissione reale e visibile sia al clinico che al paziente, rispetto ai sintomi, problemi, disturbi per cui si è richiesto l’intervento. Questo per non lasciare al caso o all’interpretazione soggettiva il valore e l’efficacia del trattamento.

L’efficacia in psicologia emotocognitiva non è mai valutata in termini soggettivi o di sensazione. Per noi l’indicazione “sto un po’ meglio ma ho ancora il disturbo” non è un dato scientifico valido per dichiarare un successo clinico, né tantomeno è un dato scientificamente rilevante dire che “mi trovo bene col mio psicologo” o peggio “ora ho capito tante cose di me stesso che prima non sapevo, ma ho ancora il problema” oppure “ho accettato il mio problema” o ancora “riesco a convivere con il problema”. Queste affermazioni per uno psicologo emotocognitivo sono raccapriccianti, perché significa che l’intervento al quale ci si è sottoposti semplicemente non ha funzionato in termini di remissione del problema.

In psicologia emotocognitiva preferiamo, al limite, affermazioni del tipo “il mio psicologo mi sta antipatico ma mi ha risolto il problema!” in fondo un professionista viene pagato per risolvere. La bravura tecnica non coincide con l’empatia. Non è l’empatia che risolve non è la relazione che cura, ma deve essere un uso sapiente tecnico delle procedure cliniche per non lasciare al caso nulla. Se fosse la relazione a curare allora basta trovare brave persone e non professionisti della salute a pagamento!

Lo psicologo non è la persona comprensiva che ascolta, sono finiti i tempi della filosofia e della retorica che hanno portato soltanto a speculare sulla salute, oggi è necessario iniziare a dimostrate concreta e pragmatica efficacia, anzichè perdersi in chiacchiere che portano a prestazioni interminabili a volte lunghe una vita.
Non c’è più nessuno che oggi vuole credere che a curare in ambito psicologico sia la conoscenza simbolica di sé, lo scavare nel profondo! Anzi, chi parla ancora di profondo forse dovrebbe iniziare a dire anche quale sia “l’unità di misura del profondo”.

L’impostazione della psicologia filosofica ha portato anche esponenti accademici e consiglieri degli Ordini degli Psicologi a sostenere simboliche affermazioni come quella che stiamo per citare e da cui, da psicologi scientifici, noi ci discostiamo.

Affermano così due psicoterapeuti, A. Urso e D. Corsetti, esponenti dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, quindi con ruoi anche di potere decisionale:

“[…] nella relazione terapeutica avremo riprodotti uno per uno gli stadi dell’innamoramento: 1. una prima fase in cui l’amante idealizzerà l’amato (in questo caso il terapeuta) immaginando che egli sia una specie di eroe (cavaliere senza macchia e senza paura sempre pronto ad aiutarlo) senza limiti (che assomiglia così tanto allo stadio in cui il bambino idealizza i propri genitori) e che porta il paziente (come il bambino) a sentirsi, viceversa, veramente insignificante al confronto con l’eroe. In questa fase le difficoltà e, quindi l’impegno del paziente e le capacità di aiutarlo del terapeuta, si presentano al momento di accettare (riconoscere con se stessi) e quindi comunicare (al terapista) il proprio sentimento d’amore, dove è si spesso presente anche un desiderio sessuale (come giustamente afferma la psicoanalisi) ma ciò che è preminente è il desiderio di essere coccolato e protetto da tutto ciò che dal mondo esterno può far soffrire (il paziente, come già il bambino col genitore, tende ad usare il terapista alternativamente come dispensatore di rinforzi, come porto sicuro dalle tempeste che si verificano al di là del setting terapeutico, nonché come consigliere a cui ricorrere davanti ad ogni decisione fonte di tensione) [….] ” (Urso, Corsetti in “Etica della Relazione Terapeutica” – Sito Ordine Psicologi Lazio).

Questo stralcio della relazione di questi due psicoterapeuti dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ci fa capire da cosa la psicologia emotocognitiva prende nettamente le distanze. La loro è palesemente un’impostazione filosofica e indicano in pratica che l’impegno di un paziente si presenta nel momento in cui il paziente riconosce con se stesso e quindi comunica al terapista il proprio sentimento d’amore (e deve farlo!). Queste convinzioni filosofiche ovviamente condizionano quei trattamenti basati su tali premesse che non hanno proprio “il sapore” di essere scientifiche. In pratica finché, secondo la psicoterapia, il paziente non accetta di essere innamorato del terapeuta è come se evitasse di affrontare il suo impegno. Pensate se un clinico cercasse quindi di condizionare il trattamento finché non si arrivasse a questo! Sarebbe aberrante.

Ribadiamo che la psicologia emotocognitiva prende le distanze da simili affermazioni e non si riconosce affatto in quanto esposto. Comunque è chiaro che l’affermazione è stata offerta da psicoterapeuti e vista come punto di convergenza di diverse forme di psicoterapia tra cui quella cognitiva e la psicoanalisi, quindi non riguarda affatto le cure psicologiche diverse dalla psicoterapia di cui invece fa parte la psicologia scientifica e la psicologia emotocognitiva. Se volete questa psicoterapia fate pure, siete liberi di scegliere, ma chi non vuole questo deve poter essere libero di scegliere altro! La psicoterapia non può imporre se stessa come unica forma di cura, le persone devono poter essere liberi di non utilizzare la vecchia psicoterapia, devono essere liberi di rivolgersi altrove!

Concetti astratti basati su altri concetti del tutto simbolici e soggettivi fanno capo soltanto a vecchie concezioni e assiomi ancora molto diffusi e che, per fortuna, oggi sono circoscritti quasi esclusivamente nel campo della vecchia psicoterapia come dimostrano alcune relazioni tecniche in merito (v. sopra), e non investono tutta la psicologia che, invece, oggi opera in ambito clinico senza farmaci e senza psicoterapia dimostrando sempre più ampiamente l’efficacia delle cure psicologiche di riabilitazione anche per quei disturbi un tempo considerati gravi o cronici.
Va detto che la gravità di un disturbo non coincide con la sua manifestazione fenomenologica. Un tentativo di suicidio non è di per sé grave. Il termine “grave” è relativo alla possibilità di risolverlo. Infatti oggi un’appendicite non è considerato un problema grave perché nella quasi totalità dei casi è risolvibile, mentre un tempo era mortale.
L’intervento in psicologia emotocognitiva sta sempre più dimostrando che parlare di malattia mentale è ormai anacronistico, che non esiste una malattia della mente, e che la maggior parte dei disturbi psicologici, quando non giustificati da specifiche condizioni mediche, possono cessare di essere considerati gravi.
La psicologia emotocognitiva non si riconosce nella psicologia filosofica, né nella psicoterapia, ma nella psicologia scientifica e non accetta che vecchi poteri psicoterapici possano ridurre al soggettivismo l’efficacia delle prestazioni psicologiche.
Se gli psicoterapeuti vogliono dimostrare qualcosa dovrebbero farlo mettendosi in gioco sul piano dell’efficacia realmente dimostrata sullo stesso piano delle cure psicologiche non psicoterapiche anziché tentare di impedire ad altre forme di cura psicologica estranee alla psicoterapia di esistere per il solo timore che le persone non si rivolgano più alla psicoterapia e che gli psicologi si inizino a formare in altri ambiti clinici abbandonando le vecchie scuole di psicoterapia, tutte sostenute da Accademici.

La scienza è libera e non è solo quella Accademica. La maggior parte delle innovazioni sono nate al di fuori delle accademie e degli innovatori nella storia ricordiamo addirittura Nome e Cognome, perché sono stati quell’uno su un miliardo!

Chi tentasse un attacco alle cure psicologiche per imporre solo la psicoterapia si macchia di un “crimine” (figurativamente parlando) contro la libertà di scelta della cura da parte delle persone, contro la libertà dei professionisti di applicare in scienza e coscienza ciò che dimostri efficacia e contro la stessa libertà della scienza e degli scienziati di potersi muovere per dimostrare i propri assiomi e portare innovazione in psicologia.
Non esiste solo la psicoterapia ma anche le cure psicologiche, molto più variegate ed ampie e non assoggettate al potere degli accademici e per questo, forse, fanno paura a chi detiene il potere basato su vecchi assiomi.

Le variabili soggettive che vuole imporre la psicologia filosofica e la psicoterapia per voce dei loro esponenti accademici portano spesso a vere e proprie forme di dipendenza dei pazienti nei confronti del clinico. La psicologia emotocognitiva si pone in contrasto con tali posizioni che considera spesso antiscentifiche. Inoltre l’obiettivo degli studi in psicologia emotocognitiva è quello di ridurre sempre più eventualmente l’influenza delle variabili soggettive in favore di variabili obiettive circa il funzionamento dell’intervento psicologico. Lo psicologo non deve essere né un amico, né un confidente, né un consigliere, né una culla, né un contenitore, né deve basare l’efficacia del proprio intervento sulle sue capacità di relazione o sulla sua personalità (che poi significa solo dire che si delega l’efficacia a qualcosa di non gestibile!), ma più praticamente deve essere un serio professionista che deve saper rispondere con prove tangibili di efficacia nella soluzione del problema per il quale il cliente/paziente si è presentato, riducendo ove possibile i tempi del trattamento in favore della promozione della salute della persona, senza creare dipendenza psicologica.

Ribadiamo con vigore che l’affermazione, per noi psicologi emotocognitivi davvero sconcertante e da cui con fermezza scientifica ci discostiamo, che l’effetto curativo sarebbe dovuto soprattutto a variabili soggettive legate alla personalità del clinico, significa mettere il paziente in mano al caso e all’incertezza. La psicologia emotocognitiva cerca invece di far si che tali eventuali aspetti soggettivi siano sempre più secondari e limitati a dire che tra più psicologi ci può essere quello più o meno bravo così come avviene in ogni professione, ma che comunque rivolgersi ad uno psicologo che sappia usare un metodo permetta di trovare sempre un professionista in grado di aiutare a risolvere in modo pratico un problema e che le variabili soggettive della sua personalità non siano i predittori dell’efficacia della cura.

Chi sostiene ancora che i dati statistici basati sulla valutazione dell’applicazione di vecchie cure affermano che siano soprattutto gli aspetti soggettivi della personalità del clinico i fattori di cura, potrebbe addirittura interpretare questo dato come scientifico e quindi credere che siano proprio gli aspetti soggettivi a curare e quindi, forte della propria interpretazione, sostenere che lo psicologo debba acquisire capacità relazionali cercando di cambiare eventualmente aspetti della sua personalità. Il dato statistico indica invece che se prendiamo le attuali forme di trattamento (quindi un calderone di oltre 400 teorie completamente diverse tra loro di cui la maggior parte di matrice filosofica) applicate fino ad una decina di anni fa (che in termini scientifici sono secoli!) non ci sono elementi oggetti in grado di predire l’efficacia e quindi, le percentuali di efficacia, potrebbero essere dovute a variabili soggettive, ad esempio la personalità del clinico.
Detto questo tale dato conferma, come già esposto, che le vecchie cure psicologiche valutate non sono in grado di fornire tecniche chiare ed obiettive e quindi gli eventuali risultati ottenuti non possono essere imputati alla tecnica che, in sostanza, il dato afferma che non sembra di per sé funzionare. Non significa certo che funziona la relazione o che la personalità cura. Pensate però al business che una interpretazione filosofica del tipo “la personalità del clinico è la vera cura” può creare. Migliaia di psicologi pronti a pagare per cambiare la propria personalità, per acquisire questa dote curativa che, scientificamente, non è ovviamente quantificabile.
Infatti il Prof. Nino Dazzi, un laureato in filosofia teoretica, diventato psicologo per sanatoria e docente di psicologia dinamica presso la facoltà di psicologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, in una nota tecnica sulla psicologia e la psicoterapia nonché sul sottoscritto, dichiara che l’unica forma di cura sia la psicoterapia perché soltanto con la psicoterapia si possono acquisire le capacità relazionali alla base della cura. In pratica afferma che nessun altro psicologo può curare al di fuori dello psicoterapeuta, inoltre è implicito che nessuno può dimostrare il contrario di ciò che lui afferma e che nessuno può dissentire a meno che non sia psicoterapeuta!
Di fatto se uno psicologo professionista scoprisse e/o dimostrasse che il colloquio psicologico o le cure di riabilitazione fossero pari o superiori alla psicoterapia o che in realtà non sono i fattori soggettivi che curano in pratica non potrebbe farlo, sarebbe impedito il dissenso scientifico.
 

Lettera Aperta al Prof. Nino Dazzi

Carissimo Prof. Dazzi, mi permetta di considerare, come pensiero personale, la formula da lei utilizzata più vicina ad una formula inquisitoria che vicina alla scienza e alla sua libertà di espressione, mi permetta personalmente di invitarla a un confronto scientifico nella sede di una giornata studio, di un convegno di fronte ad altri membri della comunità scientifica, per poter parlare con maggiore chiarezza nel rispetto delle attività scientifiche di ognuno. La sua relazione tecnica sembra limitare la cura alla sola psicoterapia impedendo quindi agli psicologi, che lei stesso forma all’interno della facoltà di psicologia, di poter aiutare le persone nella remissione di disturbi e problemi con cure diverse dalla psicoterapia come le cure di sostegno, le cure di riabilitazione o attraverso gli strumenti propri della clinica psicologica come il colloquio psicologico e, allo stesso tempo, sembra costringere mediaticamente gli psicologi che vogliono occuparsi di clinica psicologica a seguire necessariamente una formazione in psicoterapia, anziché potersi rivolgere anche verso altre forme di formazione clinica più in linea con i tempi. Se lei ritenesse che la psicoterapia fosse l’unica forma di cura, permetta però agli psicologi di poter dimostrare il contrario, di poter continuare ad aiutare le persone con le cure psicologiche e non costretti a scegliere soltanto la psicoterapia, permetta a chi non è in accordo con le sue teorie di poter dissentire sul piano scientifico, non imponga la sua teoria come se fosse una legge dello Stato, perché in questo modo di rischia una dittatura scientifica. Spero davvero che accetterà il confronto, sapendo che lei ha avuto modo di leggere la rivista Psyrview spero potrà leggere anche questo invito. Pensi che quando la SRM Psicologia ha invitato i consiglieri dell’Ordine degli Psicologi del Lazio a prendere visione delle scoperte apportare dalla psicologia emotocognitiva, quando li abbiamo invitati a conoscere il nostro lavoro scientifico e le nostre metodologie nella sede di una giornata studio con altri membri della comunità scientifica, i consiglieri dell’Ordine hanno declinato l’invito, formalmente. Hanno quindi espresso la volontà di "non conoscere". Pensi anche che l’Ordine degli Psicologi del Lazio attacca il nostro operato scientifico ma non ne conosce affatto i contenuti. In pratica rifiutano di conoscere così come l'inquisizione si rifiutava di vedere nel cannocchiale di Galileo! Per quanto riguarda la nostra rivista ricordiamo che ognuno utilizza il mezzo che ritiene più opportuno per divulgare una scoperta. Noi utilizziamo questa nostra rivista e il confronto diretto attraverso convegni. C'è chi scrive libri da vendere, c’è chi pubblica su rivista di altri, ecc. Non è il mezzo che differenzia ciò che è scientifico da ciò che non lo è, ma il contenuto di quello che viene espresso. Se lei si lasciasse ingannare da un contenitore rischierebbe di considerare scientifico qualsiasi cosa proponesse il contenitore scelto senza discriminare tra contenuti. Legga ciò che viene espresso e si confronti con i contenuti espressi da altri scienziati, come noi, suoi pari sul piano della scienza. Invece sembra che lei si ponga come superiore, come giudice di ciò che sia considerabile scientifico da ciò che non lo è. In ambito scientifico, soprattutto a livello teorico, non si può censurare da una posizione dominante, perché la scienza deve essere costituzionalmente libera.
Le dittature bruciano libri e liberi pensatori per la paura che la conoscenza fa al sistema lobbistico. Noi vorremmo invece un confronto diretto, alla pari, tra scienziati, mentre l'Ordine degli Psicologi, scegliendo formalmente di no conoscere nonostante l'invito, si pone in una posizione dominante ma di dichiarata ignoranza rispetto ai contenuti scientifici che noi proponiamo. Non accettano il confronto ma decidono di sanzionare, di eliminare chi propone conoscenze diverse da quelle imposte da loro.
Inizio con l’invitarla a Roma, il 13 maggio 2010 ore 18.00 al Caffè Letterario, l’ingresso è libero, si parlerà di scienza da parte di scienziati. Non mancherà comunque l’occasione per parlare in modo più esteso della sua relazione, a cui come psicologo e scienziato avrò, spero, il diritto di difendermi. Sicuro di ricevere sue notizie, le porgo i miei più cordiali saluti, in nome della scienza, della libertà e della ricerca della verità.

cordialmente,
Marco Baranello


La psicologia emotocognitiva è pragmatica, scientifica e non filosofica.
I concetti delle teorie emotocognitive sono molto complessi da acquisire tecnicamente perché cambiano radicalmente il modo di concepire il funzionamento sistemico al quale siamo abituati e gli attacchi che subisce sono notevoli soprattutto in campo psicologico dove le lobbies di potere delle scuole di psicoterapia sostenute dagli accademici e dai loro protettori istituzionali all’interno di alcuni ordini professionali, sembrano avere il terrore di perdere il proprio potere politico ed economico additando quindi come pericolosi tutti quegli scienziati che dissentono dalle loro imposizioni teoriche e dai loro modelli.

La scienza per fortuna è libera così come è libero il suo insegnamento, e il potere che gruppi istituzionalizzati hanno, è limitato alla censura di una persona ma non alla censura della libertà di pensiero, di parola e d’insegnamento. La scienza sopravvive ai suoi censori, la verità ed il progresso porteranno sempre nuova luce ma sono piramidi che vanno costruite mattone per mattone, anche con il sacrificio di chi crede nel benessere comune, nella verità e nella scienza. La storia sarà poi testimone del progresso umano.

Le teorie emotocognitive sono oggi applicate in più ambiti disciplinari compresa la clinica psicologica. Quindi è oggi possibile utilizzare metodi di cura psicologica per finalità terapeutico-riabilitative senza uso di farmaci e senza psicoterapia. A causa di numerosi tentativi di plagio da parte di psicologi non formati e non aggiornati in psicologia emotocognitiva è stato istituito un unico numero ufficiale e un sito web per cercare uno psicologo realmente formato ed in aggiornamento continuo in psicologia e teoria emotocognitiva: www.ctpsi.it

Dott. Marco Baranello

 

riferimento bibliografico per citare questa fonte:

Baranello, M. (2010)
Psicologia Emotocognitiva per una Psicologia Scientifica
Psyreview.org, Roma 07 maggio 2010.

 


 

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1999-2020

 rivista aperiodica gruppo SRM Psicologia dal 1999
articoli e pubblicazioni scientifiche in tema di psicologia clinica, psicologia emotocognitiva, psicopatologia, psicologia età evolutiva, neuroscienze e scienze affini