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Psicologia: una Risorsa per la SAlute


Psicologia emotocognitiva e comprensione della depressione con esordio nel post-partum

Marco Baranello

Abstract. In questo articolo, ricco di nuove nozioni emotocognitive, il Dott. Baranello, psicologo e scienziato italiano, fondatore del paradigma emotocognitivo e della psicologia emotocognitiva, spiega come i fenomeni depressivi nel post-partum (la cosiddetta depressione post-partum) siano meglio concepibili seguendo lo schema del loop disfunzionale senza creare, ad esempio, false associazioni tra disturbo depressivo nel post-partum e fenomeni antisociali come l’infanticidio. Per Baranello le cause di ogni disturbo psicofisiologico sono simultanee all’effetto e in campo psicologico è necessario cambiare completamente ottica rispetto a vecchie concezioni di tipo simbolico, anzi, ogni disturbo avrebbe alla sua base sempre una sola causa che non va però rintracciata nel passato o in dinamiche simboliche. La psicologia, per Baranello, ha necessità quindi di spostarsi sul versante della psicologia scientifica anziché rimanere ancorata ad una ormai anacronistica psicologia filosofica di tipo astratto-simbolista. Le teorie emotocognitive propongono di considerare la depressione con esordio nel post-partum, così come ogni altro problema clinico, come un processo organizzativo di regolazione volontaria dei processi involontari condizionato da una errata educazione scientifica circa i reali processi di funzionamento sistemico. Significa che ogni azione di contrasto psicofisiologica o ambientale che vada direttamente ad interferire con i processi fisiologici di autoregolazione sistemica va considerata il primo fattore di rischio patogenetico. Questo cambia l’ottica circa la costruzione di programmi di cura in ambito sanitario ed apre la strada a nuove forme di prevenzione in ambito non-sanitario (pedagogia, educazione scientifica,…) basate sul nuovo corpus di conoscenza proposte dal paradigma emotocognitivo. Per Baranello infine non può esistere nessuna associazione diretta tra depressione nel post-partum ed infantidici, creare un legame tra un fenomeno come la depressione che altro non è che il nome attribuito ad un complesso di sintomi codificati da un osservatore e fatti confluire in un dato statistico ed un altro fenomeno come l’omicidio, sarebbe come rintracciare nel parto la causa della depressione nel post-partum. Nessun programma di prevenzione può tenere conto di una simile associazione, così come nessun programma terapeutico in ambito sanitario o nessun programma politico o d’informazione mediatica quando basato su assiomi ormai anacronistici. La possibilità di prevenzione è basata sulla capacità della comunità di far proprie quindi assorbire nuove conoscenze che siano più vicine alla realtà funzionale del nostro organismo.


Premessa sulla Diagnosi secondo la Psicologia Emotocognitiva

Popolarmente sentiamo parlare di depressione post-partum mentre, in riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, IV edizione Text-Revision (APA, 2000), sarebbe preferibile parlare di depressione con esordio nel post-partum. Il termine depressione indica, dal punto di vista fenomenologico, un episodio indipendente dalle ipotetiche cause legate alla dinamica o al momento del suo esordio. Si tratterebbe cioè sempre di depressione che, per poter essere indicata con “esordio nel post-partum” si deve manifestare entro le 4 settimane dal parto.
Il tempo indicato, utilizzato dal manuale internazionale, ha un valore prettamente statistico e non scientifico ovvero non suggerisce che ci sia realmente una correlazione causa-effetto tra la manifestazione depressiva ed il parto.

Le teorie emotocognitive da noi sviluppate, in questo caso, parlano molto chiaramente del fatto che in psicologia, così come in molte altre scienze moderne, è ormai anacronistico parlare di cause utilizzando correlazioni simboliche tra i fenomeni. Uno dei postulati fondamentali delle teorie emotocognitive è che, nel qui-e-ora, causa ed effetto coincidano. Inoltre è bene ribadire che la rivoluzione emotocognitiva si basa proprio sull’assioma che alla base della manifestazione di ogni disturbo psicofisiologico ci sia sempre una sola causa. Qualsiasi relazione tra variazioni osservate nel corso del tempo e la manifestazione di un fenomeno nel qui-e-ora sono, nella migliore delle ipotesi, soltanto dati probabilistici non generalizzabili.

L’approccio emotocognitivo alla valutazione del funzionamento del sistema organismo è basato su concetti psicofisiologici che agiscono nel qui-e-ora e che, nello studio della loro dinamica evolutiva, vanno considerati senza nessi simbolici.
Le teorie emotocognitive rivoluzionano completamente gli assiomi fondanti le vecchie concezioni psicologiche ancora troppo legate ad una psicologia filosofica. La psicologia emotocognitiva è prima di tutto una psicologia scientifica ovvero basata sulla predittività dei risultati e su leggi di tipo matematico.
Il simbolismo delle vecchie concezioni viene abbandonato per basare la comprensione dei fenomeni cosiddetti “psichici” sui processi di organizzazione psicofisiologici operanti nel qui-e-ora. Le teorie emotocognitive applicate in psicologia suggeriscono di integrare la classica diagnosi fenomenologica, utile per ridurre il gap tra clinici e ricercatori, con una completa valutazione dei processi di funzionamento sistema-relativi.

È molto importante valutare i processi organizzativi perché altrimenti si rischia di creare un enorme calderone in cui ad ogni forma che un clinico possa considerare depressiva che abbia esordio nel post-partum potrebbe essere applicata una terapia che, se basata su vecchie concezioni e metodi, potrebbe in realtà risultare patogenetica. E’ importantissimo per il paziente ed i suoi familiari poter decidere in modo autonomo se, quando e quale trattamento seguire. Qualsiasi atteggiamento clinico (o politico o accademico) che riducesse la libertà di scelta della persona in termini di diagnosi, cura e riabilitazione rischia di creare lo sviluppo di una patologia dove potrebbe non esserci problema.

Come non è possibile creare un legame diretto tra parto e fenomeni depressivi (altrimenti si dovrebbe suggerire di non partorire!) così non è possibile creare legami tra fenomeni depressivi e atti crimonosi. Questo dato risulta molto importante viste le cronache che spesso associano problemi di natura depressiva nel post-partum ad infanticidi intramoenia.

Anzi, il dato che emerge ad una analisi dei fatti sposta completamente la nostra attenzione su cosa sia realmente rischioso in termini di sviluppo di un disturbo. Infatti se si considera che la maggior parte delle persone che commettono omicidi che avevano avuto una diagnosi di disturbo depressivo erano in cura farmacologica, psicofarmacologico e psioterapica può suggerire di cambiare interpretazione ai fatti. Il dato potrebbe in realtà suggerire quello che le teorie emotocognitive sostengono da anni e cioè che il trattamento psicofarmacologico così come quello psicoterapico per la depressione (così come per molti altri problemi psicologici) potrebbero non solo non funzionare, anzi, in molti casi può risultare patogenetico in quanto si inserisce in quello che le nostre teorie emotocognitive hanno definito “loop disfunzionale” (Baranello, 2006). Se fosse confermato questo dato ogni iniziativa terapeutica basata sulla somministrazione di psicofarmaci o su classiche forme psicoterapiche potrebbe in realtà incrementare il rischio di sviluppo della patologia anziché risolverla o essere alla base del suo mantenimento. Il principio costituzionale di libertà di scelta della cura è l’unico strumento in grado di permettere alla persona di poter scegliere e non essere costretta a cure, che pur riconosciute da una certa comunità di riferimento, potrebbero in realtà non essere adeguate. L’adeguatezza delle cure deve potersi vedere dai risultati che genera, risultati che andrebbero valutati in modo razionale sulla base della reale remissione sintomatologica e non su una mera gestione del problema.


Le Teorie Emotocognitive applicate allo Studio della Depressione nel Post-Partum

Possiamo considerare la depressione con esordio nel post-partum da due punti di vista. Dal punto di vista del disturbo inteso come tendenza al mantenersi della sintomatologia longitudinalmente, e dal punto di vista di ogni singolo episodio sintomatologico.
I postulati emotocognitivi sono fondamentali per una nuova comprensione sistemico-relativista del fenomeno. Se utilizziamo il concetto di tempo relativo calcolato dall’esordio del problema fino al tempo attuale, maggiore è la sua estensione, maggiori saranno i sintomi che possiamo far rientrare nel complesso di una sindrome. Spesso infatti entrando in un contesto di cura in cui viene attribuita una specifica diagnosi, le stesse cure potrebbero produrre il disturbo che vanno a trattare, anziché risolverlo. Il mantenimento di molti disturbi potrebbero essere iatrogeno. Il problema è molto serio e non va sottovalutato.
Chi elargisce cure e prevede programmi di prevenzione basati su vecchi assiomi ormai disconfermati o comunque seriamente messi in dubbio dalle più recenti intuizioni in ambito scientifico dovrà prendersi piena responsabilità non soltanto nel somministrare cure o nel finanziare progetti ma anche degli effetti collaterali associati. La digressione è stata necessaria per spiegare i rischi reali nell’applicare vecchie teorie alla salute delle persone e della comunità.
Per tornare al nostro discorso, se valutiamo separatamente ogni singolo sintomo, nel momento esatto in cui si manifesta (qui-e-ora), le teorie emotocognitive suggeriscono che sia meglio concepire la causa e l’effetto come simultanei ovvero coincidenti ovvero il tempo relativo che intercorre tra la causa immediatamente a monte del fenomeno, dal punto di vista dell’organismo che esperisce, è del tutto trascurabile.
Il disturbo rappresenta un complesso di sintomi che vengono mantenuti secondo le regole psicofisiologiche di ciò che le teorie emotocognitive definiscono “loop disfunzionale” (Baranello, 2006) come una tendenza al controllo volontario (del soggetto e/o del suo ambiente in relazione al sistema di riferimento) rispetto alla manifestazione sintomatologica associata con un vissuto di sofferenza definita primaria (Baranello, 2006b). Si innesca un processo ridondante (loop) che porta allo sviluppo di tensioni intrasistemiche definite “tensioni da conflitto” (Tc) che sono alla base della manifestazione sintomatologica. Secondo la psicologia emotocognitiva, ogni sintomo, in psicologia come in medicina, rappresenta in realtà la tendenza autonoma del sistema all’omodinamica ovvero al ripristino della sua funzione armonica (funzione omodinamica). Ogni attivazione del sistema funzionale volontario in direzione opposta all’attivazione del sistema funzionale involontario genera un processo attivo di resistenza fisiologica che impedisce la regolazione sistemica e genera un incremento tensivo centrale e periferico che andrà a costituire quello che le teorie emotocognitive chiamano, come già detto, tensione da conflitto (Tc). Questo produce un fenomeno di disturbo nei processi di autoregolazione dell’organismo. L’organismo per poter prevenire il rischio di necrosi del sistema produrrà ulteriori attivazioni del sistema funzionale involontario che possano superare la barriera della resistenza imposta dall’incremento delle frequenze di attivazione del sistema funzionale volontario. Questo processo esita in un incremento della sintomatologia ed innesca il processo del loop disfunzionale.
Nella depressione con esordio nel post-partum avverrebbe quindi tale processo così come in ogni altra forma di disturbo psicofisiologico. Ogni disturbo, per la psicologia emotocognitiva, ha infatti a monte sempre la stessa causa che si manifesta in un lasso di tempo del tutto trascurabile rispetto all’effetto ovvero al fenomeno percepibile dal soggetto e/o osservabile. Questo è un viraggio epocale perché cambia completamente le vecchie concezioni psicologiche che vanno ancora alla ricerca di pseudo-cause simboliche per via interpretativa, spesso sfiorando il ridicolo.

Le teorie emotocognitive considerano le variazioni del sistema dal punto di vista psicofisiologico e ambientale come sola fonte di attivazione di un processo la cui direzione, sana o “patologica”, dipenderà quasi esclusivamente dalla frequenza di attivazione del sistema funzionale volontario, concepito da noi come un driver e chiamato nelle teorie emotocognitive “V-Driver”, ovvero uno stimolare che occupa una porzione limitata, e molto piccola, secondo le nostre teorie, del sistema nervoso centrale. La depressione nel post-partum è secondo noi più probabile che si manifesti in soggetti con tendenza generale al controllo volontario, dove si potrebbero quindi evidenziare tratti definibili classicamente come ansiosi o fobico-ossessivi.
Le donne che sembrano sviluppare sintomi depressivi dopo il parto innescano in realtà un processo per cui cercherebbero volontariamente di opporsi ad una tendenza dell’organismo a rilassarsi in modo autonomo attraverso un processo di scarica tensiva che si risolve in una cinesi sistemica che però, a causa di una sensazione percepita come spiacevole (sofferenza primaria) e di una errata educazione scientifica inerente i reali processi di funzionamento sistemici, può portare il paziente ed il suo ambiente di vita, a non riconoscere come funzionali le variazioni percepite.
Così ogni tendenza a tranquillizzare o il cercare di motivare o peggio utilizzare il bambino come fonte di stimoli positivi con il quale convincere il soggetto a stare meglio falliscono drammaticamente e, anzi, possono evolvere verso la patogenesi ovvero il mantenimento o l’aggravamento del disturbo. Lo stesso effetto patogenetico possono avere le cure psicofarmacologiche o trattamenti psicologici basati sul simbolismo, sul rilassamento, sull’analisi interpretativa o sul motivazionismo. Ancora più grave è qualsiasi atteggiamento sanitario che imponga o tenda a ridurre l’esercizio dell’autonomia e dell’autoregolazione alla paziente che manifesta i sintomi legati alla depressione con esordio nel post-partum o al suo ambiente familiare. Ricoveri ospedalieri, trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per la depressione o ricoveri in comunità, così come l’impossibilità di agire nel proprio ambiente di vita, portano in sé elevatissimi rischi patogenetici di natura iatrogena.
Per le teorie emotocognitive applicate allo studio degli organismi umani la persona deve sempre poter mantenere la propria autonomia anche nella scelta delle cure. Il problema è trovare oggi una soluzione adeguata ad un fenomeno come la depressione nel post-partum che, come detto, la psicologia emotocognitiva fa rientrare nei disturbi reattivi ad una sensazione di perdita del senso di volizione ovvero di perdita della sensazione di essere agenti attivi nella regolazione della propria esperienza. Ogni azione, sia essa medica sia essa psicologica, è necessario ribadirlo con fermezza e vigore, che limiti il senso di volizione nel soggetto è da ritenersi, nella migliore delle ipotesi poco utile e nella peggiore delle ipotesi gravemente patogenetica. Cosa Fare?


Cure Psicologiche di Riabilitazione ed Emotocognitive Educational Program (EEP) per l’Educazione Scientifica

Applicando le teorie emotocognitive alla clinica psicologica o all’educazione scientifica è possibile trattare gli episodi depressivi con esordio nel post-partum senza uso di psicofarmaci e senza psicoterapia grazie a programmi di pedagogia emotocognitiva o educazione scientifica funzionale. Quando interviene lo psicologo il trattamento di cura in ambito psicologico si orienta verso la prevenzione del rischio di aggravamento patogenetico e alla riabilitazione funzionale e l’intervento risulterà di tipo sanitario. Il valore dell’intervento psicologico sanitario rispetto agli interventi non-sanitari sta nella competenza del professionista nello svolgere una costante valutazione diagnostico-differenziale che può emergere in sede di trattamento.
Lo psicologo ad orientamento emotocognitivo tende sempre ad operare una valutazione diagnostica abbinata ad una valutazione dei processi di funzionamento del sistema che permette di migliorare la comprensione dei processi alla base del mantenimento o dell’esacerbazione di un disturbo e operare la necessaria valutazione diagnostico-differenziale in ambito psicologico clinico.
L’attivazione invece di un programma di educazione emotocognitiva (emotocognitve educational program o EEP) per l’educazione scientifica è possibile anche da parte di pedagogisti ed educatori scientifici adeguatamente formati in teoria emotocognitiva oppure anche da parte dei mezzi di informazione di massa per la comunicazione scientifica. In questo caso non si tratta di prestazioni sanitarie ma, secondo le teorie emotocognitive, l’obiettivo da raggiungere nella tutela della salute è una rieducazione funzionale basata sull’educazione relativa alle nuove concezioni e scoperte scientifiche tale da ridurre sempre più la necessità di rivolgersi a professionisti di ambito sanitario. L’educazione scientifica è, per le teorie emotocognitive, uno strumento di cura primaria in quanto, fornendo informazioni adeguate con i più recenti sviluppi in ambito scientifico, permette al soggetto di utilizzare risorse utili alla propria organizzazione di vita. Così come è avvenuto in ambito dell’igiene vanno insegnate “buone prassi” ovvero educate le persone e la comunità all’esercizio corretto delle risorse conoscitive a propria disposizione. Questo garantisce alla persona di non dipendere da ambienti sanitari ma, nella maggior parte dei casi, prevenire l’insorgenza di un disturbo quindi essere liberi artefici della propria esperienza.
Educazione corretta e promozione della salute sono processi che già avvengono, nella maggior pate dei casi, quando nasce un figlio. Nel momento in cui gli insegniamo a distinguere ciò che è nocivo da ciò che non lo è, un comportamento sano da uno disfunzionale. Non occorre laurea per educare ma è necessario conoscere, essere educati ad educare. Questo avviene soprattutto per mezzo dell’informazione, della comunicazione e dell’informazione scientifica adeguata.
Per scopi generali di benessere comune è quindi necessario che sempre più persone possano entrare in contatto con nuove forme di conoscenza, con le più recenti teorie generali sul funzionamento sistemico. Il paradigma emotocognitivo rappresenta, ad oggi, un nuovo importante corpus di conoscenze e acquisizioni in continuo sviluppo. Acquisire una nuova teoria significa poter riorganizzare le proprie risorse personali e sociali per rendere le nostre azioni più efficaci, meno onerose, e generalmente più proficue per il raggiungimento dei propri obiettivi di benessere.

Per la depressione nel post-partum è quindi possibile applicare, in ambito delle teorie emotocognitive, più tipologie d’intervento.
In ambito sanitario si può intervenire con un trattamento psicologico di cure di prevenzione e di riabilitazione in caso di manifestazione dei sintomi di ansia, fobico-ossessivi e depressivi con esordio nel post-partum. In questo caso l’intervento in psicologia emotocognitiva rimane educativo ma abbinato a processi diagnostico-differenziali e del funzionamento psicofisiologico. Si tratta quindi, come già detto, di cure psicologiche senza uso di psicofarmaci e senza psicoterapia.
In ambito sanitario di tipo psicologico ad orientamento emotocognitivo ci sono due possibilità d’intervento clinico. Un intervento diretto sul paziente con sintomi di depressione con esordio nel post-partum, in questo caso è il paziente stesso che chiederà un aiuto riconoscendo il problema. Oppure, nei casi in cui il paziente non è in grado di recarsi da uno psicologo professionista perché non riconosce il problema oppure perché non riconosce le cure psicologiche, allora è possibile, in psicologia emotocognitiva, il trattamento di tipo indiretto. In questo caso il trattamento emotocognitivo è rivolto al solo partner o, se non esistente, al familiare che vive maggiormente in contatto con la persona che manifesta il disturbo. Lo psicologo ad orientamento di psicologia emotocognitiva suggerirà in questo caso specifiche strategie di comunicazione e comportamento che possano interrompere il loop disfunzionale all’interno del sistema di vita della persona con depressione nel post-partum. I due trattamenti, in ambito sanitario, si escludono a vicenda, quindi lo stesso psicologo emotocognitivo potrà seguire o l’uno o l’altro trattamento ma non entrambi. Nel trattamento diretto lo psicologo ad indirizzo emotocognitivo può valutare, in accordo con il paziente, eventuali interventi per fornire spiegazioni alla famiglia in termini generali qualora ravvedesse tale necessità che, comunque, risulterà più un’eccezione che la regola.

In ambito non-sanitario è possibile invece seguire programmi di educazione scientifica ad indirizzo emotocognitivo, un ciclo di seminari d’informazione scientifica, che spiegano i processi di funzionamento sistemico. In questo caso chi seguirà il programma acquisirà informazioni utili che poi potrà utilizzare nel modo che ritiene più utile alla propria situazione. Questo processo di educazione emeotocognitiva auspichiamo possa essere un giorno diffuso già all’interno dei contesti educativi di ogni ordine e grado (scuole, organismi sociali, comunità), il che permetterebbe di ridurre nel corso di pochi anni la maggior parte dei fattori di rischio patogenetico legati ad errate convinzioni e cattiva educativa circa il funzionamento sistemico.


Pseudo Associazione tra Depressione nel Post-Partum ed Infanticidio

Non c’è una correlazione diretta tra il disturbo depressivo con esordio nel post-partum e l’infanticidio. L’associazione è del tutto arbitraria ed è tipico degli esseri umani cercare “cause” biologiche, psicologiche o sociali, spesso di natura prettamente simbolica, dietro ad un certo fenomeno al fine di poter tentare una sua prevenzione o gestione. In realtà sembrerebbe che ogni progetto che tenti di inibire direttamente lo sviluppo di un disturbo attraverso azioni di contrasto dirette rispetto al manifestarsi di un sintomo o a quelli che sono considerati fattori di rischio, porti nella direzione opposta a quella auspicata e, secondo i nostri postulati emotocognitivi, può anzi diventare uno dei principali co-fattori di rischio patogenetico.
Basta pensare al fenomeno “droga” ad esempio. Se riflettiamo su quanti programmi di prevenzione e recupero siano stati messi in atto negli ultimi 30-40 anni oggi il fenomeno dovrebbe essere in netto calo, invece vediamo comunicazioni mediatiche basate su dati statistici che il fenomeno è in crescente aumento e anzi che addirittura si è abbassata l’età di esordio del consumo ovvero allargata la base dei consumatori. Potrebbero questi programmi di prevenzione oggetto-specifica in realtà essere sociopatogenetici? Le teorie emotocognitive suggeriscono di considerare attentamente questa ipotesi. Questo è ben spiegato dalle nostre teorie emotocognitive per le quali ogni azione di contrasto diretto tende a suggerire il fenomeno anziché contrastarlo realmente, sviluppando in realtà ciò che l’azione di contrasto diretto cerca di ridurre. Se vogliamo ampliare anche in campo sociale di tipo internazionale, possiamo vedere come anche il fenomeno noto come “fame del mondo” sia in crescente aumento ma ogni anno c’è una richiesta di fondi e finanziamenti per la sua prevenzione e sono decenni che la storia va avanti nello stesso modo. Occorre da parte degli enti governativi e non governativi che se ne occupano una dimostrazione reale di una variazione di tendenza per poter giustificare la richiesta di finanziamenti.
Lo stesso vale per ogni altro fenomeno che si cerca di contrastare in modo diretto basandosi su vecchi assiomi. Azioni di prevenzione e trattamento sono possibili ma l’orientamento dell’informazione deve cambiare nettamente.
E’ necessario iniziare a cambiare ottica, capire che forse, se gli interventi psicologici, medici e sociali fino ad ora applicati non funzionano nei termini dichiarati, potrebbero essere errati gli stessi modelli teorici su cui si fondano, potrebbe essere falsa o non adeguata la premessa su cui questi vecchi interventi sono basati.
E’ oggi necessario essere molto più aperti nei confronti di chi, all’interno nel nostro contesto sociale, educativo, professionale e scientifico propone innovazione, mentre spesso i reali innovatori, visto che contrastano con le vecchie teorie su cui si può fondare l’attuale business, siano messi ai margini se non addirittura censurati o radiati. Questo atteggiamento, tipico della lobbies di potere che hanno basato il proprio business su vecchi assiomi, così vicino alla formula dell’inquisizione più che ad un atteggiamento scientifico di apertura, è il più grosso rischio che le società contemporanee corrono in termini di salute.
Chi censura dovrà poi rispondere all’intera società, a tutti noi cittadini, circa i danni che può provocare un atteggiamento oscurantista nei confronti di chi, svincolato dai giochi di potere politico-econimici, ordinistici o accademici, propone nuove scoperte ed intuizioni scientifiche.

In campo dello sviluppo del benessere e della salute le teorie emotocognitive sono piuttosto chiare. L’unico modo concreato oggi disponibile è una prevenzione di tipo indiretto rispetto al problema, basata sull’educazione scientifica generale circa i processi di funzionamento sistemici anziché cercare di prevenire o arginare ogni singolo fenomeno che l’essere umano tende ad isolare.
Per le teorie emotocognitive non esistono cause multiple dietro la manifestazione di disturbi psicofisiologici. Vanno distinti, al limite, i fattori scatenanti l’inizio di un processo psicofisico dalle reali cause a monte della manifestazione di un sintomo, così come potrebbe essere distinta la causa del sintomo dai processi di mantenimento di un problema nella forma di disturbo. In realtà per le teorie emotocognitive causa ed effetto coincidono nel qui-e-ora. Questa, lo ripetiamo, è una rivoluzione scientifica notevole che cambia l’ottica di secoli di convinzioni su cui si sono basate le nostra azioni psicologiche e sociali.
Ogni nome che viene attribuito ad un disturbo è soltanto un codice linguistico che identifica la sua manifestazione fenomenologica. Il disturbo non può essere causa di un altro problema così come non possono esserci infinite cause nello stesso organismo dietro la manifestazione di fenomeni diversamente osservabili.
Se la depressione nel post-partum fosse una potenziale causa di infanticidio commesso dalla madre verso il figlio neonato sarebbe come dire che il parto sia un co-fattore di rischio nella genesi della depressione nel post-partum. Cosa significa che una comunità può impedire di avere figli a persona che si reputi a rischio di disturbi?
Anche coloro che invocano cause di tipo “biologico” tentano di ridurre il fenomeno a cause che non possono essere dimostrate se non attraverso sillogismi simbolici o dati probabilistici basati su un campionamento a sua volta basato su criteri essi stessi definiti da un osservatore. Un altro fodamentale postulato emotocognitivo suggerisce che maggiore è la discrezione tra oggetti e fenomeni minore sarà la comprensione delle funzioni del sistema arbitrariamente scisso.
La maggior parte dei professionisti della salute, quando si parla di cause o fattori di rischio tenta la strada della diplomazia e sulla base dell’impossibilità di dimostrare un’associazione diretta con cause biologiche, psicologiche o socio-ambientali preferisce dire che esistono cause multiple che, comunque, non sono dimostrabili se non per giochi sillogici di esclusione.
Le teorie emotocognitive prendono una strada completamente diversa. In assenza di una specifica condizione medica in grado da sola di giustificare la presenza del disturbo, la causa è una soltanto e legata ai processi di inibizione volontaria dei processi di autoregolazione fisiologica dell’organismo. Il problema è per noi scienziati emotocognitivi nella direzione imposta al “driver” volontario (v-driver), altrimenti indicato come sistema funzionale volontario (V o SFV).
In realtà tutti siamo potenzialmente a rischio di essere un “assassino” od un “suicida” quando si innesca un processo di incremento tensivo dovuto all’inibizione ad alta frequenza dei processi di attivazione involontaria (attivazione del sistema funzionale involontario I o SFI). I fattori di rischio, secondo le teorie emotocognitive, sono da rintracciare proprio nella azioni messe in atto da parte del soggetto, del suo ambiente o della comunità per contrastare in modo diretto il fenomeno nel momento in cui esso si manifesta o nel momento in cui si ipotizza che si potrebbe manifestare.
L’omicidio nei confronti del proprio figlio neonato da parte di una madre non può essere associato alla manifestazione di un disturbo depressivo che ha una origine prettamente funzionale legata al tentativo di regolazione di fenomeni fisiologici del tutto involontari ma, al limite, come parte integrante del processo.
Pensieri di natura fobico-ossessiva come la paura di uccide il figlio o che possa accadere qualcosa di male, pensieri di eliminare ciò che viene identificato come problema indipendentemente all’oggetto al quale è associato, sono fenomeni del tutto normali che, in virtù dell’idea che il contenuto sia patologico o comunque indicativo di qualcosa di non accettabile, porta il soggetto e l’ambiente ad azioni di contrasto dello stesso pensiero. Questo processo inibisce i processi di autoregolazione fisiologica a livello centrale producendo un incremento tensivo nel soggetto. Il sistema, in stato di iper-eccitazione o iper-tensione psicofisiologica, tende così a risolvere l’eccesso tensivo attraverso cinesi, quindi azione. Nella maggior parte dei casi l’azione investe il sistema nervoso autonomo producendo modificazioni a livello tissutale o ghiandolare (fenomeni psicosomatici come gastriti, determatiti, contratture, spasmi, dolori, attacchi di panico, fenomeni depressivi, ecc.). Quando investe la muscolatura striata il processo si risolve in azioni comportamentali.
Questa innovazione scientifica proposta dalle nostre teorie emotocognitive spiega bene come da un sintomo si possa generare un disturbo e come esso possa esacerbarsi e mantenersi longitudinalmente.
Avvisiamo quindi i professionisti della salute, gli accademici, i mass-media ed i legislatori che occorre tenere in seria considerazione i contributi scientifici oggi proposti dalle teorie emotocognitive se si vuole realmente tentare di prevenire fenomeni ad alto impatto sociale anziché rimanere ancorati a vecchi assiomi che non solo hanno dimostrato scarsa efficacia in termini predittivi o di trattamento ma che, secondo tali nuove concezioni, possono anzi essere fattori di grave rischio patogenetico.


Cosa c’è da Sapere sulla Depressione nel Post-Partum? Principi Emotocognitivi

  • La depressione anche con esordio nel post-partum non è una malattia, secondo la psicologia emotocognitiva è meglio concepibile come un disturbo nella regolazione della frequenza di scarica delle attivazioni nel sistema nervoso (centrale e periferico) dovuto ad una male-educazione circa il funzionamento sistemico.

  • Se la depressione è meglio giustificabile come il risultato di una condizione medica generale (es. grave ipotiroidismo) non andrà curata la depressione ma la condizione medica che sembrerebbe causarla.

  • Senza condizioni mediche generali in grado di giustificare da sole pienamente il fenomeno depressivo, non esistono cause multiple ma sempre una sola causa alla base della manifestazione della depressione post-partum.

  • La depressione non è cronica ma, se trattata in modo adeguato, è transitoria.

  • Il soggetto con depressione non è un malato, ma una persona sana in uno stato di regolazione disfunzionale transitorio.

  • Le cure devono rispondere con efficacia già nel breve periodo e NON vanno mantenute per lunghi periodi. Cure che non si rivelano efficaci e che sembrano essere solo palliative potrebbero in realtà costituire parte integrante del problema. Se una cura non dimostra l’efficacia dichiarata nei tempi dichiarati andrebbe interrotta.

  • Una cura che produca effetti collaterali più gravi del problema che sta tentando di risolvere andrebbe interrotta.

  • In ambito psicologico secondo l’indirizzo emotocognitivo l’effetto terapeutico deve potersi evidenziare già nelle prime 4-5 sedute.

  • Non esistono traumi o causa inconsce di tipo simbolico dietro la manifestazione del disturbo depressivo nel post-partum. Qualora ci fossero nella storia della paziente episodi di abuso o fenomeni definibili come “traumatici” essi non costituiscono causa del disturbo.

  • Per le teorie emotocognitive le cause del disturbo sono da considersi considerarsi coincidenti con l’effetto relativamente al sistema che manifesta il disturbo e si manifestano nel qui-e-ora.

  • Ogni tentativo di spiegare basato su teoria anacronistiche, rassicurare/tranquillizzare, spronare/motivare in modo diretto la paziente con depressione fallisce perchè impedisce l’autoregolazione e si inserisce in quello che la psicologia emotocognitiva ha definito “loop disfunzionale” (Baranello, 2006). Ancora più grave se viene utilizzato il neonato per tentare di motivare la paziente perché ciò potrebbe in realtà portare ad un rifiuto del bambino e associarlo al proprio stato, come fonte dei propri problemi.

  • Ogni tentativo di far notare eventuali momenti di miglioramento alla persona non aiuta a risolvere il problema ma potrebbe al contrario mantenerlo.

  • Ogni forma di cura che impedisca l’esercizio dell’autonomia, dell’autoregolazione o di pecepirsi artefice della propria esperienza contiene un elevato rischio in termini percentuali di essere patogenetico.

  • Lo psicologo emotocognitivo focalizza l’attenzione sul qui-e-ora, sul presente, e verso il futuro indipendentemente dalla storia pregressa del soggetto.

  • Il passato non viene tenuto in considerazione ai fini del trattamento in psicologia emotocognitiva, l’obiettivo del trattamento emotocognitivo è come fare per risolvere il problema che si presenta oggi, come prevenire i rischi per il futuro e come fare per impedire che si possano ripresentare disturbi.

Dott. Marco Baranello

 

riferimento bibliografico per citare questa fonte:

Baranello, M. (2010)
Psicologia emotocognitiva e depressione nel post-partum.
Psyreview.org, Roma 6 luglio 2010.

Riferimenti Bibliografici

APA (2000) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, IV edizione text revision (DSM-IV). Masson, Milano 2001.

Baranello, M. (2006) i concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia – Psyreview.org. Roma, 26 giugno 2006.

Baranello, M. (2006) Psicologia emotocognitiva: il loop disfunzionale. SRM Psicologia – Psyreview.org. Roma, 10 marzo 2006.

Baranello, M. Maduli, L., Quagliarini, C., Sabatini, E. (2010) Manuale di psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Pubblicazioni. Roma, 2006-2010.

 


 

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