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Psicologia: una Risorsa per la SAlute


Psicologia emotocognitiva nella cura degli attacchi di panico

Marco Baranello

Abstract. In questo articolo, Marco Baranello, fondatore della psicologia emotocognitiva, fornisce una descrizione di nuove possibilità di trattamento psicologico per la terapia di riabilitazione in caso di disturbo da attacchi di panico, basate sulle teorie emotocognitive applicate alla clinica psicologica. Baranello spiega che l’attacco di panico non va considerato una malattia e ogni sintomo del “panico” rappresenta una funzione fisiologica dell’organismo che, se inibita, porta alla genesi del disturbo vero e proprio. Baranello distingue nettamente tra sintomo e disturbo. Ciò che va curato non è il sintomo, ma va corretta l'organizzazione del paziente al fine di portare il disturbo a remissione spontanea in tempi brevi senza ricorso a psicofarmaci e soprattutto senza psicoterapia.

Sintomi dell’Attacco di Panico

Ricordiamo ai lettori che un episodio di attacco di panico non è di per sé un disturbo, lo diventa quando è ricorrente o quando la persona vive nella costante allerta che possa presentarsi una crisi d’ansia. Di seguito riportiamo la descrizione dell’episodio di panico secondo il DSM-IV-TR (APA, 2000). L’attacco di panico viene definito come un periodo di intensi paura o disagio, durante il quale sono presenti almeno quattro dei seguenti sintomi i quali si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunti il picco nel giro di una decina di minuti:

  • palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia

  • sudorazione

  • tremori fini o a grandi scosse

  • dispnea o sensazione di soffocamento

  • sensazione di asfissia

  • dolori o fastidio al petto

  • nausea o disturbi addominali

  • sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento

  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)

  • paura di perdere il controllo o di impazzire

  • paura di morire

  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)

  • brividi o vampate di calore

Per codificare un disturbo di panico è necessario che gli attacchi siano inaspettati e ricorrenti e che almeno uno degli attacchi sia seguito da almeno un mese di uno o più dei seguenti sintomi:

  • preoccupazione persistente di avere altri attacchi

  • preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (es. perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire”)

  • significativa alterazioni del comportamento correlata agli attacchi

Il disturbo da attacchi di panico può essere accompagnato o meno da sintomi agorafobici e si differenzia, dal punto di vista prettamente diagnostico in disturbo da attacchi di panico con agorafobia e disturbo da attacchi di panico senza agorafobia.
Il professionista della salute (psicologo o medico) dovrà escludere che l’attacco di panico sia dovuto agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione medica generale come ad esempio l’ipertiroidismo (avvalendosi in questo caso di professionalità adeguate) e che gli attacchi non siano meglio giustificabili da un altro disturbo clinico o di personalità.

 
Cos’è il Disturbo da Attacchi di Panico?

Quando un attacco di panico è successivo all’esposizione di un fattore che al soggetto appare, arbitrariamente, come scatenante è possibile che in realtà si possa trattare di altri disturbi d’ansia (fobia specifica, fobia sociale, disturbo post-traumatico o acuto da stress, disturbo ossessivo-compulsivo). L’insorgenza di un attacco di panico in presenza di un insetto, di una galleria, di un temporale, di una ferita oppure in relazione all’idea di trovarsi a contatto con specifici oggetti o situazioni è, molto più probabilmente, la risposta finale di un processo legato ad una fobia specifica. Gli attacchi di panico che possono sembrare associati a pensieri ricorrenti ed intrusivi sono, invece, più probabilmente manifestazioni legate ad una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo. L’insorgenza di attacchi di panico relativi a pensieri inerenti situazioni potenzialmente traumatogene vissute (lutto, violenza, ecc.) sono più probabilmente associati a diagnosi di disturbi acuto o post-traumatico da stress così come quelli che appaiono al soggetto associati a situazioni di cosiddetto “stress lavorativo”. Sintomi del panico possono essere associati ad altri disturbi come l’insonnia o disturbi somatoformi. Va distinto, in sede diagnostica, la sensazione di soffocamento o di restringimento in gola dell’attacco di panico con i più comuni sintomi di conversione come nodo alla gola (l’ex bolo isterico) che può impedire o rendere difficoltosa la deglutizione indipendemente dalla manifestazione dei sintomi di panico. E’ quindi importante precisare che i sintomi del panico possono essere comuni a molte situazioni, di qui la necessità di una corretta valutazione diagnostico-differenziale ad opera di clinici esperti.
Va detto innanzitutto che gli attacchi di panico o, comunque, i sintomi del panico, sono comuni e naturali in tutti gli organismi poiché rappresentano processi fisiologici di scarica di un eccesso tensivo dell’organismo. Il disturbo invece è il vero problema ovvero quando sintomi del tutto normali e di carattere transitorio di inseriscono nel complesso di una sindrome che si protrae nel tempo. Anche in questo caso va ribadito che non si tratta di malattie.

Qualora gli attacchi di panico fossero la conseguenza diretta di un farmaco, di una sostanza quello che va eliminato non è l’attacco di panico ma la sostanza che direttamente lo causa. Quando gli attacchi di panico sono dovuti a condizioni mediche generali come l’ipertiroidismo non va curato l’attacco di panico ma la disfunzione tiroidea. Questo è molto importante in sede clinica per evitare di somministrare cure inutili per disturbi dovuti a condizioni diverse da quelle funzionali di tipo psicofisiologico.

Precisato questo, ribadiamo il concetto fondamentale di questo articolo. L’attacco di panico non è una malattia in quanto rappresenta, secondo le nostre teorie emotocognitive, una funzione fisiologica automatica ed involontaria dell’organismo il cui scopo è una soluzione tensiva a-specifica centrale e periferica. Quello che andiamo a risolvere, nell’approccio emotocognitivo, sarà solo il disturbo, senza ricorso a psicofarmaci e soprattutto senza psicoterapia.

Quando alcuni luminari tentano di convincere le persone che l’attacco di panico sia una malattia, mostrando letteratura scientifica e risonanze sul funzionamento del cervello durante un episodio di panico, potrebbero giocare sulla scarsa educazione scientifica della maggior parte delle persone. Infatti i processi fisiologici che si attivano durante un attacco di panico sono esattamente gli stessi che si attivano durante episodi psicofisiologici come innamoramento, attività sessuale, attività motoria, ecc. Nei casi di disturbi psicologici ciò che varia rispetto ad un altra normale attività dell’organismo è la direzione che prende lo stimolatore volontario, definito nelle teorie emotocognitive “v-driver” che tende a bloccare il flusso di cariche verso la periferia dell’organismo attivando un incremento tensivo che alla fine investirà la corteccia motoria e quindi esiterà in quello che chiamiamo “panico” o verso altre apparenti disfunzioni.

E’ importante quindi una corretta educazione scientifica per poter far fronte a problematiche come gli attacchi di panico in modo pratico e a misura di persona, ovvero portare l’organismo a risolvere il disturbo in modo del tutto spontaneo senza ricorso a mezzi invasivi o sostanze estranea all’organismo. Il paziente che presenta attacchi di panico, in assenza di altre condizioni mediche in grado di giustificare la presenza del disturbo, è una persona perfettamente sana e funzionante che però, a causa di una errata convinzione sui processi di funzionamento del proprio organismo, si trova a cercare di risolvere ciò che non conosce realmente o nei confronti del quale ha ricevuto nozioni non adeguate o errate. Non è infatti sufficiente informare ma sapere anche quale informazione sia più adatta per la soluzione del problema. E’ necessario offrire una chiara visione del “come fare” in grado di produrre risultati concreti e ben visibili.

 
Patogenesi del Disturbo da Attacchi di Panico

L’attacco di panico si presenta come “un fulmine a ciel sereno”, improvvisamente, senza che la persona se lo aspetti. Chi ne soffre da tempo può avvertire uno stato di tensione che lo precede, ma la prima volta è davvero improvviso. E’ una sensazione soggettivamente terrificante. Dal nulla viene e nel nulla, dopo qualche minuto o al massimo poche decine di muniti, sparisce (i sintomi hanno un picco entro i 10-15 minuti la sensazione successiva di ansia, frustrazione, paura o spossatezza non è l’attacco ma uno strascico). La fine dell’attacco di panico lasciando dietro si se una sensazione di sofferenza e timore anticipatorio legato all’idea che si possa presentare nuovamente e che, in genere, accompagna la vita della persona che si trova nel loop del disturbo da attacchi di panico.

Il primo attacco è in genere il peggiore in assoluto dal punto di vista della sensazione in quanto risulta al soggetto sconosciuto e non prevedibile. Possiamo pensare di essere sul punto di morire, di avere un infarto, una malattia grave oppure, in alcuni casi, si può pensare ad una malattia sconosciuta. L’attacco può essere accompagnato dalla paura di impazzire e/o dalla paura di perdere il controllo. Molte persone non avranno attacchi successivi ma sperimentano un costante timore di poter provare ancora una sensazione così terrificante e dolorosa.

Cosa è successo? Perché è avvenuto? Inizia così il calvario di chi soffre di un disturbo da attacchi di panico. Iniziamo ad avere timore che si possa ripresentare improvvisamente in qualunque posto. E se ci trovassimo in auto? e se capitasse in un luogo affollato dove non può arrivare facilmente un soccorso? Se succede al cinema o sul posto di lavoro? e se succedesse in un posto dal quale può essere difficile o imbarazzante allontanarsi? e se… ? Si innesca un processo di ansia anticipatoria che condiziona non poco la vita della persona.

I contenuti delle preoccupazioni possono essere pressoché infinite e, va sottolineato, non hanno nessuna relazione simbolica con il disturbo e non vanno mai interpretate. Quegli psicologi che ancora utilizzano metodi basati sull’interpretazione dei contenuti simbolici non avranno molti vantaggi in termini di soluzione del problema dall’uso di queste tecniche ormai anacronistiche, soggettiviste, simboliste e filosofiche. Non c’è nessuna correlazione tra contenuti simbolici e attacchi di panico anche se può sembrare ad una lettura molto superficiale o potrebbe essere facile convincere qualcuno di queste pseudo-relazioni basandosi su interpretazioni a volte molto fantasiose, nella migliore delle ipotesi, abbastanza comuni o banali. Le associazioni tra panico e alcune idee, situazioni, pensieri o rappresentazioni nulla hanno a che fare con la loro origine. E’ una tendenza molto comune, infatti, cercare associazioni simboliche tra una manifestazione sintomatologica ed una situazione o un fattore scatenante. E’ infatti questo che porta la persona ad evitare ciò che crede sia associato al panico oppure, al contrario, che porta molti psicologi ancora a convincere il paziente che deve lottare con i propri fantasmi. Ricordiamo che in questa sede tale impostazione risulta del tutto filosofica e più vicina al simbolismo astratto che alla psicologia scientifica di cui le teorie emotocognitive si fanno promotrici.

La maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico, inizia a ridurre attività e spostamenti. Le prime cose a cui si rinuncia in genere sono i mezzi di trasporto pubblici soprattutto la metropolitana, ovvero tutti quei luoghi in cui può essere difficile allontanarsi in caso di crisi d’ansia (sintomi agorafobici). La paura della sensazione di sofferenza percepita (sofferenza primaria in psicologia emotocognitiva, Baranello 2006a) porta ad un incremento dello stato tensivo generale e della stessa sensazione d’ansia e, ad un certo punto, potrebbe arrivare un secondo attacco di panico, una seconda crisi d’ansia.

Il secondo attacco in alcuni casi è preceduto da stati di tensione eccessivi (localizzati in specifici distretti corporei o generalizzati) e può presentarsi nel soggetto anche a distanza di mesi o anni dal primo. E’ proprio però il secondo attacco che può avere un alto valore patogenetico (sviluppo e mantenimento del disturbo). Ricordiamo che per le teorie emotocognitive non esiste un reale “secondo” attacco ovvero quello che la persona sperimenta come “secondo attacco di panico” è un altro attacco separato e non legato al primo. E’ infatti una tendenza dell’essere umano inseire in uno stesso insieme mnestico situazioni simili o che il soggetto ritiene tali. Però il fatto che il centro del nostro interesse è proprio l’organismo che fa l’esperienza, relativamente ad esso possiamo parlare di “secondo attacco”. Il secondo attacco conferma la nostra principale paura (ansia anticipatoria) che possa capitare ancora, in qualunque momento, in qualsiasi luogo. A questo punto l’ansia è appare ancora più alta. Può così arrivare il terzo attacco e così via. Ora la paura non è più quella dell’attacco in sé, ma la forma secondaria nota come “paura della paura” o “ansia anticipatoria”. Iniziamo a temere la paura stessa, quella sensazione terrificante e angosciante di perdita di controllo, perdita della nostra capacità di essere pientamente artefici della nostra esperienza, spesso, ma non sempre, accompagnata da paura del giudizio in caso ci si trovasse in situazioni sociali durante un attacco, paura di morire o paura di impazzire.

Il problema, secondo il nuovo modello teorico della psicologia emotocognitiva, non sono gli attacchi di panico come complesso di sintomi in sé, ma la sofferenza psicofisiologica inevitabilmente associata all’insorgenza o all’ansia anticipatoria legata all’insorgenza involontaria degli attacchi stessi definita, dalle teorie emotocognitive, sofferenza primaria (ibidem).

I sintomi del panico sono ben noti e già descritti: tachicardia, sensazione di asfissia, mancanza d’aria e sensazione di soffocamento, dolori al petto o addominali, ansia, tremori, paura di morire, di impazzire, paura di perdere il controllo, nausea, testa leggera, sensazione di irrealtà, ed altri eclatanti sintomi neurovegetativi sono gli aspetti fenomenologici di quello che viene definito attacco di panico o, più comunemente, crisi d’ansia. Nonostante tali sintomi neurovegetativi però, esiste un intervento, quello psicologico puro senza psicofarmaci e sena psicoterapia basato sugli sviluppi delle teorie emotocognitive, altamente efficace per la remissione spontanea ed il miglioramento dei pazienti con disturbo da attacchi di panico. Il problema per il soggetto che soffre di attacchi di panico è quello di sapere a chi rivolgersi ovvero quale modello, teoria e metodologia siano i più adatti alla propria specifica esigenza.

In questo articolo ci riferiamo ai trattamenti psicologici secondo le teorie emotocognitive applicate alla clinica psicologica che, nel corso degli anni di applicazione, hanno dimostrato un’elevatissima efficacia in termini di remissione sintomatologica spontanea in tempi davvero molto brevi tendendo in considerazione il basso numero di sedute necessarie.

Nei trattamenti a orientamento di psicologia emotocognitiva, il paziente non si trova in una situazione in cui deve parlare ad oltranza ma, circoscritto il problema da trattare, si inizia subito nella spiegazione del “come funziona” e del “come fare”. Il paziente in pratica parla soltanto lo stretto necessario per definire il problema e per valutare i risultati. Il lavoro principale di spiegazione (intervento educativo) durante la seduta lo svolge lo psicologo, il lavoro principale del paziente sta poi nell’applicare, nel quotidiano della propria vita, le nuove informazioni apprese.

In alcune persone (fortunatamente sempre meno grazie all’informazione su nuove metodologie per la soluzione degli attacchi di panico) che la vergogna per i sintomi, la paura di impazzire e l’imbarazzo non permettono a chi ne soffre di chiedere un intervento professionale da parte di psicologi qualificati. Molto spesso si crede che con gli attacchi di panico occorra conviverci e che l’unico ausilio siano i farmaci ad azione ansiolitica. Questo, per fortuna, possiamo oggi metterlo in serie dubbio!

Le teorie emotocognitive non condividono né gli approcci psicofarmacologici in quanto impedirebbero nei fatti l’azione di autoregolazione dell’organismo costituendo essi stessi, nel lungo periodo, uno dei co-fattori di mantenimento della sintomatologia, né gli approcci psicoterapeutici che spesso si basano ancora su tecniche di rilassamento, interpretazioni simboliche, analisi del passato, analisi delle dinamiche relazionali, sull’introspezione o sull’immergersi nel disagio o su altre attività di tipo simbolico o astratto. Non possiamo più accettare una psicologia di questo tipo così filosofica e simbolista. La psicologia scientifica basata sulle teorie emotocognitive è tutt’altra cosa. Per le nuove teorie emotocognitive la causa del panico non è nel passato ma nel qui-e-ora, è coincidente con l’effetto e va rintracciata nei processi di scambio a frequenza variabile tra il sistema nervoso centrale e la periferia dell’organismo, basati sull’attivazione dei driver volontari che tendono ad inibire le funzioni autonome di soluzione tensiva. Quello che emerge è sempre una tendenza del soggetto al controllo volontario. Per le teorie emotocognitive e per la psicologia emotocognitiva l’attacco di panico non è né una malattia né un problema con cui convivere ma è una condizione di disturbo che si sviluppa nel qui-e-ora a causa di una errata educazione scientifica sul funzionamento dell’organismo che porta il soggetto ad azioni di controllo volontario rispetto a fenomeni fisiologici in realtà funzionali, incrementando così l’arousal/attivazione del sistema che esiterà nel loop disfunzionale (Baranello, 2006b) ovvero nell’incremento dei sintomi d’ansia alla base del disturbo di panico.

Per una persona che vive per la prima volta gli attacchi di panico è quasi impossibile pensare che in realtà il problema sia trattabile con il solo colloquio psicologico ed in poche sedute distribuite nel tempo attraverso azioni prevalentemente di educazione scientifica. In realtà il conoscere “come funziona” significa anche conoscere il “come fare”. E’ però necessario rivolgersi a chi sa realmente “come funziona” che sappia applicare nuovi strumenti conoscitivi, ed informazioni scientifiche moderne e sempre aggiornate. E’ anche difficile, per chi soffre da tanti anni di attacchi di panico, ed ha provato strade farmacologiche e psicoterapiche senza un reale successo in termini di remissione del disturbo, pensare che possa esistere un nuovo approccio in grado di risolvere ridurre significativamente il disturbo o portarlo a remissione completa. In realtà chi ha già provato altri trattamenti senza il successo che auspicavano sono le persone che più di altre possono essere testimoni dello scarso funzionamento delle tecniche basate su convinzioni classiche e secolarizzate ma ancora molto diffuse perché appoggiate dalle classiche sfere di potere istituzionalizzato, accademiche ed ordinistiche che potrebbero vedere nell’innovazione una minaccia al proprio potere basato su classiche convinzioni. Viviamo oggi nella speranza che in psicologia non ci siano oggi casi come quelli “Di Bella” o “Simoncini” per citare eminenti medici e scienziati che hanno subito, nel loro lavoro, pesanti attacchi dal potere istituzionalizzato, solo per essere innovatori nella loro disciplina, innovazioni che hanno portato enormi benefici ma che oggi sono coperti dalla censura mediatica istituzionalizzata. Le teorie emotocognitive di certo rivoluzionano la classica psicologia, si mettono in contrasto netto con la psicoterapia di cui non condividono i principi e con la psicofarmacologia. La psicologia emotocognitiva cerca di dimostrare, attraverso leggi codificate e prove di efficacia basate sui risultati, che le cure psicologiche di riabilitazione possano superare forme di trattamento basate su farmaci e psicoterapia. Gli psicoterapeuti vorrebbero oggi arrogarsi l’unico diritto di cura dei disturbi psicologici, impedendo agli psicologi puri di potere intervenire attraverso terapie riabilitative per la remissione di sintomi e disturbi. Questo è forse il più grave rischio per la tutela del diritto alla libertà di scelta della cura da parte di ogni cittadino che oggi corriamo in Italia.
Alcuni ancora pensano che tutta la psicologia vada a scavare nel passato, cercando arbitrarie cause simboliche alla base della genesi del disturbo. Questa è solo la psicologia filosofica, simbolista e astratta. In psicologia emotocognitiva la realtà è molto diversa. Si procede sul “come fare”. Il lavoro principale è sui processi che mantengono il sintomo e sulle cause direttamente a monte della modificazione psicofisiologica che sostiene il disturbo nel qui-e-ora. Nel qui-e-ora, per le teorie emotocognitive, causa ed effetto infatti coincidono. In altre parole il trattamento è orientato al presente verso il futuro rispondendo alla domanda “cosa posso fare oggi, indipendentemente da ciò che è successo ieri, per vivere meglio domani senza il disturbo?”.


Evitamento Fobico della Sofferenza Primario nel Soggetto con Attacchi di Panico.

Evitare è una parola che la maggior parte di chi soffre di attacchi di panico conosce bene; la tendenza ad evitare diviene presto un circolo vizioso che alimenta il disturbo anziché risolverlo; si evitano luoghi, mezzi di trasporto, spostamenti, situazioni sociali fino ai casi più gravi in cui la persona non riesce ad andare oltre la propria città, quartiere, o addirittura non riesce ad uscire di casa.

Alcune persone pur non evitando luoghi e situazioni si trovano a viverle con estremo disagio e ansia, cercando di resistere faticosamente per sopportare i sintomi e la sofferenza associata all’ansia anticipatoria. La persona che vive in questa situazione può iniziare a sperimentare una forte incomprensione e solitudine e può emergere una forma depressiva reattiva secondaria. Spesso ci troviamo di fronte a diagnosi aggiuntive di disturbo misto ansioso-depressivo. Evitare, si comprende bene, non risolve la situazione, anche se chi soffre di attacchi di panico potrebbe pensare che non evitare equivalga a soffrire maggiormente.

Un’altra tendenza è la ricerca di una persona di supporto (un familiare, il partner, amici). In caso di necessità ci facciamo accompagnare ovunque: a lavoro, a scuola, in ospedale, dallo psicologo. Ovvero si tende a creare una rete di sostegno che ci possa offrire una pseudo-sensazione di sicurezza in caso di necessità, visto che l’attacco di panico si potrebbe presentare improvvisamente e senza controllo. Tutto questo risulta un palliativo. I palliativi sono necessari soltanto in caso di malattia cronica mentre, nei casi di disturbi dell’organizzazione psicofisiologica come gli attacchi di panico, le cure palliative potrebbero risultare patogenetiche cioè in grado di produrre e mantenere il disturbo stesso anziché risolverlo.
Stiamo dicendo una cosa molto semplice ma al tempo stesso di enorme valore per la salute. Cercare di risolvere in modo diretto il disturbo attraverso mezzi che risultano palliativi, genera proprio il disturbo.

Si instaura ciò che la psicologia emotocognitiva ha definito un loop disfunzionale (Baranello, 2006b), ovvero un circolo vizioso in cui entrano, quali variabili che mantengono la sintomatologia, tutte le azioni volontarie svolte con per tentare risolvere il sintomo; azioni che, purtroppo, risultano solo tentativi non mostrando reale efficacia nella soluzione del problema (rassicurazione, supporti, farmaci, evitamento, ecc.). Un’efficacia limitata nel tempo e contingente all’uso di uno di questi strumenti palliativi non è una cura ma può seriamente diventare la causa del mantenimento nel lungo periodo dell’intero disturbo. Ciò che accomuna l’evitare la situazione reale, la ricerca di supporto in persone, la ricerca di supporto farmacologico, o il tentare di resistere all’ansia pur non evitando situazioni è sempre una sola forma di evitamento, quello che per le teorie emotocognitive è alla base della genesi di ogni forma di disturbo e che abbiamo definito “evitamento fobico della sofferenza” (Baranello, 2006a), quella sofferenza, definita dalle teorie emotocognitive, primaria, di cui abbiamo più volte parlato che, di per sé, non è indice di una disfunzione ma è solo ciò che accompagna una fisiologica reazioni di soluzione tensiva autonoma dell’organismo. Per la psicologia emotocognitiva quindi l’evitamento fobico della sofferenza si evidenzia come un tentativo di evitare la sensazione di sofferenza primaria (ibidem)che si presenta nel qui-e-ora in cui si manifesta un sintomo, il suo pensiero o l’ansia definita anticipatoria. Va ricordato che la sofferenza (ibidem) primaria ha una sola forma e non va rappresentata con altri termini.
Questo ci ha portato a definire ogni forma di disturbo, compresi quindi gli attacchi di panico, come il risultato di una tendenza all’evitamento fobico della sofferenza primaria (ibidem). Una tendenza che porta alla genesi del “loop disfunzionale” (Baranello, 2006b) e di quella sofferenza secondaria (Baranello, 2006a) che esita proprio nel disturbo.


Psicologia Emotocognitiva e Terapia Riabilitativa del Disturbo di Panico

La remissione dei sintomi (parziale o completa) è oggi possibile con un’altissima aspettativa di efficacia ed è per questo necessario informare sia chi soffre di attacchi di panico che coloro che vivono insieme ad una persona che ne soffre delle attuali metodologie cliniche disponibili come le terapie psicologiche di riabilitazione nelle quali vengono applicati i principi teorici del paradigma emotocognitivo che non prevedono né utilizzo psicofarmaci né utilizzo di psicoterapia.
Per la psicologia emotocognitiva è oggi necessario muoversi verso una nuova psicologia lontana dalla psicoterapia e dalla ormai anacrostica impostazione filosofica, una nuova psicologia scientifica che non focalizzi l’attenzione sul passato, sulle relazioni, sull’inconscio e che non sia basata sull’ascolto ad oltranza del paziente.
Molti dei nostri pazienti che prima di accedere alla terapia psicologica a orientamento emotocognitivo si erano rivolti a medici, psichiatri e psicoterapeuti raccontano, oltre a trattamenti durati anni senza reali successo in termini di soluzione del disturbo, di professionisti che dicono al paziente “di tranquillizzarsi!”, come se fosse necessario andare da un sanitario per sentirsi dire ciò che chiunque abbia sofferto di attacchi di panico ha cercato di fare, da solo, per anni! Il problema non è “tranquillizarsi” come azione diretta ma come risultato!

La lamentela più comune che ci sentiamo dire da chi ha subito trattamenti che per quella persona si sono rivelati inutili è che nessuno ha fornito reali e concreti strumenti per risolvere il problema. Dipendere un farmaco o da un professionista della salute, avere la sensazione di dover convivere con gli attacchi di panico, non può essere considerato un risultato terapeutico e, ad oggi, non è più accettabile. Oggi la riabilitazione funzionale è possibile attraverso programmi di educazione scientifica in ambito psicologico ovvero con stimolazioni puramente psicologiche quindi con teorie e tecniche che siano più scientifiche, più concrete e che sappiamo parlare attraverso reali prove di efficacia basate sulla remissione dei sintomi che siano ben visibile al paziente in trattamento.

Dove le vecchie terapie focalizzavano l’attenzione sul passato, sul conoscere se stessi, sull’introspezione e sui contenuti simbolici oppure dove gli interventi di tipo comportamentale utilizzano tecniche di esposizione diretta o desensibilizzazione sistematica, ecc. e dove le terapie strategiche utilizzano ciò che chiamano “inganni terapeutici” e “ipnosi senza trance”, la psicologia emotocognitiva utilizza invece gli stessi processi psicofisiologici dell’organismo al fine di ripristinare un normale funzionamento sistemico e portare ad una riabilitazione funzionale ovvero allo sblocco dei processi che mantengono sintomi e disturbo. Ciò su cui basiamo l’intervento è non più legato a capire le ipotetiche ed arbitrarie “cause inconsce associate al problema” ma valutare “ciò che il problema sta causando, cosa lo mantiene e cosa lo potrebbe aggravare”. Lo stesso farmaco è, come sappiamo, un palliativo (significa che non cura ma, quando funziona, attenua per poco tempo i sintomi). Il problema del farmaco è legato all’azione psicofisiologica che, anziché risolvere il sintomo, in realtà sembrerebbe mantenerlo.

Spesso diventiamo dipendenti dal farmaco. Lo portiamo sempre con noi anche se non lo assumiamo; diviene la nostra ancora di salvezza, ci offre un’illusione di sicurezza. Ma anche questa pseudo-sicurezza non ci aiuta a risolvere il problema, anzi, ne crea un altro: la dipendenza psicologica. Di fatto portare il farmaco non aiuta a risolvere il problema in quanto conferma la percezione psicofisiologica di essere malati e l’organismo impiega poco ad attivare l’associazione tra azione motoria “prendere il farmaco” e qualsiasi sintomo possa richiamare l’idea di panico. Il punto della situazione deve essere chiaro: in psicologia emotocognitiva si tenterà di risolvere il più brevemente possibile ciò che reca disagio e sofferenza andando a studiare ed intervenendo sui processi di mantenimento del disturbo. La causa del disturbo è contingente al suo effetto ed è sempre nel qui-e-ora.

Dobbiamo essere molto pragmatici: una persona che soffre di attacchi di panico vuole risolvere ciò che gli reca sofferenza e disagio nel più breve tempo possibile e con le maggiori garanzie di efficacia nel lungo periodo e non si può accontentare di “belle parole” ma di fatti che possa vedere e toccare con mano. La remissione dei sintomi deve essere visibile al paziente.
Può sembrare assurdo ma alcuni pazienti hanno raccontato che dichiarando al proprio terapeuta di sentirsi peggio alla fine di ogni seduta, la risposta era “significa che la terapia funziona perché vuole dire che abbiamo toccato argomenti importanti”. Beh, la nostra idea in psicologia emotocognitiva è molto diversa e, nella maggior parte dei casi, preferiamo che un paziente esca dal nostro studio con una chiara sensazione di avere una soluzione e il più delle volte sorridendo.

Gli attuali interventi psicologici in psicologia emotocognitiva per la cura degli attacchi di panico sono piuttosto brevi e con un alta aspettativa di efficacia a lungo termine rispetto ai casi fino ad ora trattati. L’intervento come più volte ribadito non prevede l’uso farmaci, neanche in trattamento combinato, né psicoterapia. Si tratta di cure puramente psicologiche riabilitative basate sull’educazione scientifica ovvero su stimolazione psicologica. In questo modo lo psicologo ad indirizzo di psicologia emotocognitiva aiuta il paziente nella riorganizzazione funzionale delle risorse psicofisiologiche dell’organismo al fine di una normalizzazione del suo funzionamento, definita armonizzazione sistemica. Un bilanciamento teso all’equilibrio dei processi psicofisiologici.

L’intervento in psicologia emotocognitiva è testo alla rottura del loop disfunzionale (Baranello, 2006b) che sostiene il sintomo a livello biopsicoambientale. I tempi per la remissione dei sintomi variano, ma mediamente il problema arriva visibilmente a remissione (completa o parziale) in una media di dieci incontri, con successi clinici visibili già nelle prime sedute, a meno che non sia aggravato da una situazione di ipertiroidismo importante, ma, in quest’ultimo caso di rimanda a cure mediche per la disfunzione tiroidea. La valutazione diagnostico-differenziale associata alla valutazione del funzionamento sistemico globale è la base per un intervento mirato ed efficace. La frequenza delle sedute è variabile e soltanto le prime di valutazione/intervento (circa 3/5) sono a cadenza settimanale. Questo perché la persona deve vivere nel proprio contesto e risolvere i sintomi all’interno dello stesso senza diventare dipendente dal trattamento psicologico. Un lungo trattamento potrebbe in realtà divenire parte integrante del problema anziché risolverlo e ciò va evitato. Lo psicologo ad indirizzo di psicologia emotocognitiva stabilisce e contratta inizialmente, dopo la valutazione, il numero medio di sedute necessario e i risultati che ci si aspetta nel tempo concordato. In modo congiunto psicologo e paziente possono così controllare l’efficacia del trattamento in modo razionale ed interromperlo qualora non si raggiungesse l’obiettivo di sblocco previsto nei tempi stabiliti. Ogni situazione ovviamente necessita di una specifica valutazione clinica. Questo non significa che il paziente deve stare a contare i giorni che, anzi, può produrre l’effetto opposto a quello dichiarato, ma semplicemente che c’è un limite e ci sono dei risultati pratici che vogliamo raggiungere.

La psicologia emotocognitiva in questo modo cerca di prevenire trattamenti ad oltranza quando non si evidenzi una reale efficacia dell’azione clinica che sia concretamente visibile al paziente. Troppi pazienti raccontano di psichiatri o psicoterapeuti a cui si erano rivolti in precedenza che allungavano il trattamento per anni, spesso con sedute di una volta a settimana o in alcuni casi per più volte a settimana, dichiarando che era necessario convivere con il problema o chiamando in causa fattori inconsci, difese o resistenza quando un paziente non otteneva risultati, oppure che, quando il paziente dichiarava di non vedere successo e che avrebbe voluto interrompere, sostenevano che in realtà si era arrivati ad un punto cruciale e che c’era ancora molto da capire. Invocare simbolismo, cause inconsce, traumi infantili o problematiche relazionali alla base degli attacchi di panico è un atteggiamento ancora molto diffuso nella psicologia filosofica ma, in realtà, poco scientifico perché non fondato su reali leggi codificate ma soltanto su studi che partono dall’accettazione di presupposti filosofico-simbolici da parte di chi le applica.

La scienza è basata invece su leggi codificate di tipo matematico, è tendenzialmente predittiva, si basa su prove di verificabilità e su prove razionali di efficacia che siano ben visibili. Va precisato che chi ancora applica vecchie teorie non lo fa per “cattiveria” o per speculare sul paziente ma, in scienza e coscienza, crede fermamente in quello che gli hanno insegnato negli anni di formazione o che ha letto su autorevoli riviste o libri di luminari. Va anche detto, però, che quando un risultato non si evidenzia un serio professionista dovrebbe iniziare a mettere in dubbio i principi su cui si basa la propria conoscenza, spesso se qualcosa non funziona forse è perché la teoria su cui si basa è errata o non più adeguata. Ogni cura deve basarsi sempre ulla reale diminuzione e remissione dei sintomi e del problema per il quale un paziente si rivolge ad un professionista. Nessun professionista dovrebbe tutelare le proprie convinzioni quando queste non producono beneficio per le persone. La scienza si evolve costantemente e la verifica della correttezza delle nostre affermazioni non va cercata su vecchi libri ma sui nostri diretti e presenti risultati.

Lo psicologo ad orientamento di psicologia emotocognitiva evita frasi del tipo “ci vorrà molto tempo…”, “ci sono molte cose da capire…” e soprattutto dichiara risultati che siano verificabili razionalmente ovvero che siano visibili anche al paziente. L’eventuale (e fortunatamente rara) assenza di risultati ben visibili definisce il limite del trattamento e conduce lo psicologo emotocognitivo all’immediata interruzione del rapporto clinico.

Questo perché, vista l’elevata efficacia clinica dimostrata, qualora non si evidenziassero risultati già nel breve tempo, ciò potrebbe indicare un altro tipo di problema. L’obiettivo è evitare qualsiasi forma di dipendenza o accanimento terapeutico in favore della salute e del benessere di chi si rivolge ai nostri servizi sanitari. Sono rari i casi in cui non ci sia miglioramento e remissione del disturbo o della maggior parte dei sintomi. A dimostrazione ulteriore che spesso i farmaci possano essere fattori patogenetici iatrogeni c’è anche il fatto che alcuni pazienti, nonostante le evidenze sul funzionamento, ancora tendino a mantenere il farmaco come “ancora di salvezza” in caso si possano ripresentare alcuni accenni di sintomi. Qualora il paziente ritorni all’uso del farmaco sembra evidenziarsi una tendenza rapida al peggioramento ed un ripristino della disfunzione. Il farmaco ha il “potere” psicologico, purtroppo, di deresponsabilizzare il paziente, infatti l’idea che ci possa essere qualcosa che agisca senza che la persona si debba impegnare nell’essere artefice della soluzione del proprio problema, è altamente seduttivo ma, raramente, permette di ottenere l’effetto sperato e, anzi, può compromettere il lavoro clinico in ambito psicologico riabilitativo.

Per questo gli psicologi emotocognitivi tendono ad evitare di procrasticare l’intervento psicologico qualora il paziente decidesse di utilizzare ad oltranza espedienti psicofarmacologici. In questo caso lo psicologo consiglia di scegliere selettivamente se continuare con le cure riabilitative oppure continuare con quelle psicofarmacologiche. La psicologia emotocognitiva non prevede infatti intervento congiunto. In caso di pazienti in cura psicofarmacologica si propone, in accordo con il medico-psichiatra, un tentativo di riduzione farmacologica sotto controllo medico. Ricordiamo che l’obiettivo è sempre la riabilitazione del paziente, ove possibile, e non un mero intervento palliativo. Rivolgersi ad uno psicologo professionista esperto in grado di utilizzare i nuovi approcci per la terapia psicologica di riabilitazione permette di arrivare in genere una riduzione generale dei tempi del trattamento (in termini di sedute) ed un miglioramento significativo delle condizioni di vita del paziente. Starà ad ognuno di noi scegliere liberamente il proprio metodo di cura.

 

Dott. Marco Baranello

riferimento bibliografico per citare questa fonte:

Baranello, M. (2010)
Psicologia Emotocognitiva nella Cura Attacchi di Panico.
Psyreview.org. Roma, 25 settembre 2010
 

Riferimenti Bibliografici

APA (2000) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, IV edizione text revision (DSM-IV). Masson, Milano 2001.

Baranello, M. (2006a) i concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia – Psyreview.org. Roma, 26 giugno 2006.

Baranello, M. (2006b) Psicologia emotocognitiva: il loop disfunzionale. SRM Psicologia – Psyreview.org. Roma, 10 marzo 2006.
 


 

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