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Psicologia: una Risorsa per la SAlute


Fabrizio Aschettino

Scommettiamo che sta per morire?
psicologia e gioco d'azzardo patologico - disturbi del controllo degli impulsi 

Durante gli anni quaranta un viaggiatore si accasciò davanti alle porte di un casinò di Las Vegas. Alcuni giocatori lo raccolsero e lo fecero distendere su un tavolo da black jack all'interno dello stabilimento. Altri giocatori si avvicinarono e scommisero con i primi che egli sarebbe morto prima dell'arrivo di un medico. Quelli che avevano puntato sulla sua morte si opposero al fatto che gli fossero prestate delle cure nell'attesa dell'arrivo del dottore, per non intervenire falsando il gioco. E poiché il moribondo infine viveva ancora all'arrivo del medico, quelli che avevano vinto gli diedero il 10% dei 14.375 dollari che avevano incassato dai loro avversari".

Martin Monestier, 1989

Incredibile no? Ma come si può arrivare a scommettere sulla morte di qualcuno che si sente male ed addirittura non prestargli cure per non falsare la scommessa??? Eppure si può arrivare a cotanto: perché? Nel caso particolare riportato dal giornalista francese Monestier, potrebbe sembrare meno assurdo se si considerano vari fattori: il contesto ed i personaggi ad esempio. Tutti i personaggi in questione erano giocatori all'interno di un casinò e, badate bene, nella città simbolo del gioco d'azzardo: Las Vegas. Solitamente non si va nelle case da gioco per passare una serata alternativa, tantomeno a Las Vegas città in cui esistono solo casinò ed altre attività connesse con questi. Tra l'altro questa località è situata nel deserto: quindi per la stragrande maggioranza delle persone, andarci ha solo un senso...

Dunque stimoli esterni (il contesto del casinò) e stimoli interni (si è lì per giocare, per scommettere) favoriscono un pensiero anormale, una modalità di ragionamento unimodale: tutto ciò che avviene deve avere un senso, e cioè che su quell'accadimento si possa puntare, scommettere. Se alla roulette si può giocare sull'uscita del rosso anziché del nero, se al black jack con un 15 si può azzardare a chiedere un'altra carta per arrivare al massimo dei punti (21), se sono ore che si tenta la sorte dinanzi una slot machine affinché esca una stringa con tre simboli uguali, perché se si vede uno che si accascia all'interno di una casa da gioco non provare a scommettere sulla sua morte prima che arrivi un medico? Cioè, se la mente di queste persone è tutta proiettata da diverse ore (se non giorni!) verso lo scommettere, tra l'altro in un contesto dove non si fa altro che puntare, tentare la sorte, come può sembrare più di tanto strano – badate bene: come può sembrare più di tanto strano in quel contesto - il tentare una scommessa quasi dettata dall'istinto, o da un AUTOMATISMO, verso la morte di qualcuno che in quel momento si accascia per terra?

Il fatto è chiaramente deprecabile e noi che non abbiamo vissuto quella situazione potremmo esser più portati a pensare che l'accaduto sia una leggenda o storia inventata piuttosto che realmente accaduta. Perlomeno ci farebbe più comodo...

Qualsiasi scommettitore che abbia sott’occhio una notizia simile, leggendola e non avendola vista sul mentre, sarebbe portato come tutti noialtri allo stupirsi di come possano degli esseri umani non prestare attenzione ad un disgraziato, bensì darsi da fare per scommettere sulla sua morte o meno prima dell'intervento di un medico.

Ma, in quel contesto per quelle persone è stato quasi logico, è stato automatico e/o istintivo fare una scommessa su quell’avvenimento (drammatico).

Cerchiamo di capire come e perché accade ciò. Ho parlato di una modalità di ragionamento unimodale e di una mente proiettata (in questo caso al gioco, alla scommessa). Che vuol dire? In sostanza significa che quando una persona è totalmente assorbita nelle sue attività mentali (o meglio psicofisiologiche), quando è presa nei suoi sforzi cognitivi, verso un particolare tipo di comportamento, di attività (in questo caso il giocare, lo scommettere), questi, non riesce altro che a vedere tutto in funzione di quella particolare attività, di quel particolare comportamento. Per fortuna questo meccanismo non avviene in tutti gli individui, o meglio si può ipotizzare che esista un continuum ai cui estremi troviamo, da una parte, persone che in determinati contesti e situazioni riescono ad integrare più funzioni mentali o altre funzioni (per esempio l’attenzione, il criticismo, l’obiettività, la contestualizzazione) e all’altro capo altre persone in cui su tutte le funzioni ne prevale significativamente una sola: è per mezzo di questa funzione più marcata che tutto viene visto secondo l’ottica di questa stessa funzione.

Dunque, se delle persone completamente assorbite da un’attività che ha come punti-forza il rischio, l’azzardo, il tentar la sorte, non hanno la possibilità di far emergere alla loro coscienza altre funzioni quali per esempio la contestualizzazione, all’accadersi di determinate situazioni non faranno altro che proporre una modalità comportamentale consona al loro attuale stato mentale

Chissà che a qualcuno dei lettori sia venuta in mente l’alienazione.

Porterò degli esempi che mi auguro non siano visti come stronzate, ma spero servano per far riflettere e prego tutti di far molta attenzione a non ricadere nel classico errore della generalizzazione… consiglio anche di vedere alcuni degli esempi riportati come delle esagerazioni o semplicemente come dei comportamenti possibili che sono situabili ad un estremo del continuum di cui sopra.

1° esempio che mi vien in mente lo riprendo dalla cinematografia (che spesso prende spunto dalla vita reale): Charlie Chaplin in un suo celeberrimo film si mostrava nei panni di un operaio di una catena di montaggio il cui unico lavoro consisteva nello stringere con una chiave apposita i bulloni di un macchinario. L’operaio era alienato da questa attività e confusamente si reca all’esterno della fabbrica e con la chiave in mano tenta di stringere il naso ad un passante…

2° esempio: un elettore si presenta con passo deciso e con postura da son tutto d’un pezzo alla sezione del proprio seggio elettorale per votare ed invece di consegnare come documento di riconoscimento la classica patente o carta d’identità, mostra un tesserino plastificato del Ministero delle Finanze con tanto di foto e numeretti vari; poi questi si reca nella cabina, esce, gli vien riconsegnato il certificato elettorale e questi voltatolo sbotta così verso lo scrutatore: ma qui manca il timbro del seggio! Il timbro attesta il mio esser stato alle urne. Voglio il timbro: è un mio diritto! Viene apposto il timbro, questi saluta con tono eccessivamente serioso e tutto d’un pezzo e con fare spedito esce…

3° esempio: il signor X è marito e padre di due figli. Ha un’impresa in un settore commerciale. Coi suoi dipendenti è abituato, per farsi capire, ad alzare la voce, sbattere le porte, fare la faccia scura, ed altri atteggiamenti sui generis. Quando torna a casa, con moglie e figli è abituato, per farsi capire, ad alzare la voce, sbattere le porte, fare la faccia scura, ed altri atteggiamenti sui generis…

4° esempio: due poliziotti percorrono a Roma la Cristoforo Colombo, arteria a cinque corsie per ogni senso di marcia, di cui le tre più esterne per chi deve percorrere un lungo tratto senza svoltare per traverse (quindi anche per andare più celermente). Questi poliziotti sono nella corsia più esterna e si dirigono verso il centro di Roma in orario di punta. Arrivano in un punto cruciale in cui c’è un crocevia particolare in cui tutti quelli delle corsie più esterne (nonché veloci) per continuare diritti verso il centro, son costretti a spostarsi totalmente sulla destra creando un inevitabile e involontario rallentamento e ingorgo del traffico in cui il rispetto del Codice della Strada (C.d.S.) è primario così come lo sono l’educazione, il rispetto per gli altri ed il senso civico. Ma è anche una situazione in cui gli atteggiamenti aggressivi dei singoli, le ansie, le frustrazioni, i modi d’essere ed altro emergono molto più chiaramente che in qualsiasi test psicologico o situazione sperimentalmente controllabile… Difatti i poliziotti (questi poliziotti, non tutti i poliziotti…) ricordandosi di essere tali e di godere di particolari privilegi nel traffico (non scritti quando la sirena è spenta), hanno cominciato a destreggiarsi in abili manovre di districamento e senza segnalare attraverso le frecce i loro spostamenti verso la destra o la sinistra della carreggiata, si son portati fuori dell’ingorgo, non senza aver consumato ben bene i freni della “loro” autovettura, nonché i freni delle autovetture al seguito (per non parlare dei nervi di chi ne era alla guida)…

Che differenza c’è tra queste persone? Quale è la differenza sostanziale tra i protagonisti di questi quattro esempi? Possiamo dire che la mente dell’operaio-Chaplin era totalmente proiettata sullo stringere bulloni? Possiamo dire che il quadro olistico dell’elettore alle urne è quella di dover adempiere a dei doveri impartiti dall’alto, ma anche di pretendere i propri diritti concessigli sempre dall’alto? Possiamo dire che il signor X pensa che per farsi capire debba alzare la voce, sbattere le porte, oscurarsi in volto e mostrare altri atteggiamenti simili? Possiamo dire che i due poliziotti dell’esempio credano che essendo poliziotti anche se non propriamente in servizio debbano districarsi nel traffico come se avessero la sirena spiegata?

Se sì, possiamo dire che le persone degli esempi abbiano strutturato una modalità relazionale totalmente identificabile e identificata nel ruolo che coprono nella società per guadagnarsi la pagnotta.

Se sì, possiamo anche dire usando una terminologia psicologica che queste persone non sono in grado di contestualizzare? Cioè possiamo dire che non sono in grado di distinguere il modo di relazionarsi a seconda dei contesti in cui sono situati? Possiamo anche dire che sia più facile per la salvaguardia dell’Io comportarsi sempre allo stesso modo e che sia rischioso cambiare strategia perché porterebbe il soggetto ad aprirsi a modalità nuove, non note, sconosciute e quindi forse pericolose?

Io credo di sì, penso cioè che possiamo a tutto ciò detto dire di sì.

E allora, uno che va al casinò è un giocatore d’azzardo, uno che scommette. È soprattutto, uno che vuole anche guadagnarsi la pagnotta (non interroghiamoci ora sul perché uno va in una casa da gioco, ma diciamo che sostanzialmente si va per vincere e quindi per avere soldi… con cui si soddisfano bisogni e si possono soddisfare desideri…). Uno che va al casinò, dunque entra nel ruolo del giocatore d’azzardo: è totalmente proiettato sullo scommettere, sul tentar di guadagnare soldi. È in funzione dello scommettere e punterebbe persino sulla sua vittoria al tavolo verde o sulla sconfitta di un particolare giocatore… Inoltre il suo contesto è il tempio dell’azzardo: il casinò. E tutto ruota intorno ad esso.

Ancora un appunto prima di arrivare al dunque: i grandi casinò di Las Vegas sono stati costruiti per far disorientare il giocatore: non è possibile infatti stabilire per chi non abbia un orologio al polso, sapere che ora è, ma soprattutto non esistono finestre per vedere se per esempio all’esterno è giorno o notte! Qualche giocatore accanito che è stato a Las Vegas vi racconterà sicuramente di come si è stupito di essersi accorto, quando è uscito dal casinò, che era sera anziché l’alba come si aspettava oppure che non era mezzogiorno come pensava che segnassero le lancette del suo orologio, bensì mezzanotte!

Capirete quindi che quanto accaduto nell’avvenimento citato da Monestier, comincia ad acquistare un certo senso. Degli scommettitori, forse già da molte ore protesi (psicofisiologicamente) verso il gioco, si ritrovano in una situazione in cui dovrebbe esser richiesto loro di contestualizzare: essi cioè dovrebbero esser in grado di distinguere il caso di urgenza del disgraziato da una situazione del tipo scommessa sui cavalli, ma per un loro stato della mente unimodale (la funzione che prevale è del tipo “rischiare su”) essi non vedono altro che un ennesimo modo di fare una scommessa, ed entrano in una situazione paradossale in cui si punta sulla vita o sulla morte. Sembra quasi una ovvietà quella di fare una scommessa in quel contesto, ma, badate bene, col pieno rispetto delle regole: eh sì, perché non solo si avvia la scommessa, ma per non falsificarla, non si da agio ad intervenire ad alcuno prima dell’arrivo di un medico che soccorra il turista… come a dire: le regole sono queste, o si lascia la situazione inalterata o la scommessa è invalidata. Due cose devono far riflettere:

1° è stato dato l’ok al non intervento prima dell’arrivo del medico… coma a dire: esistono delle regole nelle scommesse, e cioè che non si può alterare lo svolgimento di un evento per non far protendere il risultato finale da una parte anziché dall’altra. E tutti hanno accettato queste regole. Sia i pro sia i contro la morte del turista.

2° proprio perché tutti hanno accettato questa regola, facendo correre il rischio a quel disgraziato di morire a causa del mancato soccorso da parte di alcuno, sembra che ci si sia dimenticati che dinanzi a sé c’era un essere umano e non un numero su un panno verde o dei cavalli ed un traguardo da raggiungere. Che ci fa pensare questo? Che questi scommettitori non è che hanno corso il rischio di far morire qualcuno, bensì che è come se dinanzi ai loro occhi avessero avuto un numero su un panno verde o dei cavalli ed un traguardo da raggiungere… Ripeto che, secondo me, in queste situazioni si innesca un automatismo per cui la mente delle persone è come se stesse continuando a fare quelle cose che hanno un’importanza primaria per esempio come quelle del guadagnarsi la pagnotta e non si riuscisse a distinguere ciò da alte cose che magari hanno maggio importanza.

Come pensate si sia sentito il dipendente del Ministero delle Finanze (di cui sopra) non vedendo il timbro che attesta l’esser andati a votare sul certificato elettorale? Vogliamo fare un’ipotesi? Ebbene questa potrebbe essere del tipo: Oh Dio, manca il timbro che dimostra che ho votato! Se lo venissero a sapere al Ministero, probabilmente mi licenzierebbero ed allora… Ed allora addio pagnotta!

Come pensate che veda il signor X i suoi dipendenti ed i suoi familiari ogni volta che deve farsi capire? Un’ipotesi potrebbe essere così: Questa gente mi manderà in rovina l’attività se non mi capiscono con le urla ed allora addio pagnotta! “Questa gente” sono sì i dipendenti dell’attività commerciale ma anche i familiari visti come dei dipendenti che devono essere educati alle urla per comprendere come si deve lavorare-vivere con lui, il capo(famiglia), per non mandare in rovina l’impresa-famiglia.

Ed infine come pensate che ragionino quei due poliziotti di cui sopra? Vediamo un’ipotesi non lontana dal reale: Che traffico in questo punto! Adesso facciamo come se avessimo la sirena spiegata (situazione per la quale ci guadagniamo duramente la pagnotta). E se qualcuno suonasse il clacson ad una loro manovra senza aver messo la freccia, ti guarderebbero come se stessero dicendoti: ma non vedi che siamo due poliziotti che vanno di fretta?!

Dunque il modo di ragionare di quegli scommettitori si potrebbe ipotizzare sia stato in quel momento: ecco un’altra occasione per tentar la fortuna, per guadagnarmi la pagnotta. Come andrà a finire, vivrà o morirà questo?

La riflessione a cui vorrei dar spazio è centrata soprattutto sulla riscrivibilità di una situazione se letta nel modo giusto: bisogna cioè far molta attenzione non solo ai personaggi, ma anche analizzare bene il contesto in cui sono situati. Ecco che dunque si può cominciare ad accettare forse la disgraziata azione (scommessa) di quei giocatori di Las Vegas. Ma per me è chiaro che l’analisi contestuale necessita di vedere altri fattori non presi in considerazione ora per esigenze di brevità; questi altri fattori messi sotto forma di domande potrebbero essere:

¨     quanti giocatori c’erano in quel momento a vedere che cosa era successo a quel turista?

¨     La direzione del casinò non era stata avvertita subito?

¨     Ma tra tante persone possibile che fossero tutti giocatori accaniti e che non ci fosse nessuno che fosse andato lì per curiosità o che fosse entrato da poco e non fosse ancora in preda all’accanimento?

¨     Possibile che nessun inserviente o guardia del casinò fosse nei paraggi?

¨     Ma è realmente possibile che nessuno tra i presenti abbia avuto il coraggio di prestare un primo soccorso o erano tutti cinici a tal punto, solo per una scommessa?

¨     Quando è successo, negli anni ’40? Ma di chi era il casinò, di Al Capone?

Segue l’elenco lunghissimo di domande che vi sarete posti…

Inutile dirvi che queste son domande che servono a noi soltanto per stare in pace con la nostra etica, con la nostra morale e soprattutto con la nostra visione di come vorremmo che il mondo funzionasse… ma il fatto è che quanto successo è appunto accaduto realmente.

Lasciatemi concludere con una citazione di Schopenhauer: il gioco d’azzardo costituisce una dichiarazione di bancarotta da parte dell’intelletto.

Dott. Fabrizio Aschettino

Aschettino, F. (2000)
Scommettiamo che sta per morire?
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 28 aprile 2000.


Riferimenti Bibliografici

Monestier, M. (1989) Guida ai casinò. MEB Gruppo Editoriale Muzzio, Trento.

Ruggieri, V. (1988) Mente, Corpo e Malattia. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.


 

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