Psicologia: una Risorsa per la SAlute


Sergio Antonini

Il rapporto dell'uomo con il proprio corpo e con il cibo nell'evolversi del tempo
cenni storici sull'evoluzione dei disturbi del comportamento alimentare maschili

Le culture umane nel corso dei secoli hanno valorizzato varie tipologie corporee a seconda del contesto storico e culturale imperante. 
Da una disamina di dati transculturali e storici si possono enucleare più fattori aventi parte nel processo di valorizzazione corporea, il primo fattore è collegato con il patrimonio genetico e le funzioni fisiche legate alla sopravvivenza; oggi spesso non si pensa all'importanza del grasso nelle donne come sostegno per la gravidanza e l'allattamento e negli uomini per lo svolgimento di lavori pesanti, per la difesa dai probabili aggressori.

Un secondo fattore è di ordine economico e sulla scorta di tale aspetto si può assumere che nella maggioranza delle culture umane la grassezza è stata preferita alla magrezza sia nelle donne che negli uomini li dove le provviste di cibo erano carenti.
La spiegazione apportata a tale assunto si fonda sulle leggi del determinismo economico: nelle società in cui le risorse e le ricchezze sono limitate, il corpo grasso è oggetto di ammirazione in quanto simbolo di ricchezza e di scorte abbondanti, la grassezza viene piuttosto incentivata, vista come punto di arrivo nello status socio-economico, come testimoniano arcaici rituali diffusi nell'Africa centrale e orientale, "le cerimonie di ingrasso"o "le capanne per l'ingrasso"in cui le ragazze neo-puberi vengono intenzionalmente supernutrite e presentate alla comunità tribale.
La spiegazione economica presa a se stante è tuttavia semplicistica, giacchè la magrezza fu ritenuta desiderabile anche durante la piccola glaciazione europea nel tardo Medioevo o fra i Garage etiopici, tormentati da angosce collettive relative alla scarsità di cibo; infatti il corpo magro, i lineamenti sottili hanno spesso assunto una valenza culturale, come sinonimo di bellezza, eleganza, purezza e giovinezza.

L'aspetto corporeo, la sagoma corporea costituita dalla pelle è infine un sistema organico di notevole rilevanza psicologica, poiché si costituisce come il meccanismo di separazione tra l'ambiente organico interno relativamente stabile e l'ambiente esterno relativamente instabile ed è l'unico sistema dell'organismo completamente accessibile all'osservazione esterna.
Non sorprende quindi come la mole corporea sia stata spesso considerata lo specchio dell'anima umana, da cui le frequenti espressioni gergali :"tanto magro da voler scomparire", "occupa tanto spazio che è impossibile non notarlo", nonché la nota affermazione di Morton di fronte ad un anoressica:"Non ricordo di aver mai visto in tutta la mia pratica professionale una persona dall'aria tanto desolata".

Indissolubilmente legato con l'aspetto fisico, il momento dell'alimentazione ha assunto per l'uomo significati che sono andati ben oltre la mera funzione nutritiva.
Non c'è situazione più complessa per le sue implicazioni sociali, religiose, edonistiche, come quella alimentare.
Il rito del pasto nelle varie culture ha infatti assunto funzioni via via diverse, tra cui quella di socializzare, di rinforzare l'appartenenza ad un gruppo, di rispettare le gerarchie sociali dando alla persona più prestigiosa per ceto, età, ruolo, il "posto d'onore"e la possibilità d'esser servita per prima.
Il digiuno ha suscitato in ogni epoca curiosità, ammirazione, timore e l'astinenza volontaria dal cibo è stata sempre vista come dimostrazione di grande forza d'animo e coraggio, usata per scopi politici, religiosi e autocelebrativi.

Scopo di questo articolo sarà quello di illustrare quali sono stati gli atteggiamenti degli uomini nel corso dei tempi riguardo al proprio aspetto fisico e riguardo all'assunzione di cibo, ponendo particolare attenzione sul sesso maschile su cui è incentrata la trattatazione.
Verranno prese in considerazione le fonti storiche e scientifiche che attraverso la tradizione orale, scritta, figurativa e scultorea i popoli ci hanno lasciato riguardo questi importanti argomenti.

Se si esclude l'età della pietra di cui non abbiamo sufficienti fonti storiche ma in cui si presume venisse apprezzata nell'uomo una corporatura possente e muscolosa data la prevaricante importanza di richieste di sopravvivenza su quelle culturali, nelle prime fonti storiche tramandateci, vengono celebrate figure di gran coraggio e forza fisica, il Davide dell' Antico Testamento, l'Achille dell'Iliade, l'Ulisse dell'Odissea, e ancora Alessandro il Grande e Giulio Cesare.
Nella grecità classica del V sec. a.C. si contrapponevano due tipologie diverse di "uomo" in relazione allo stile di vita imperante.
Ad Atene, città dedita alla filosofia e alla vita nell' "agorà" , il cittadino medio è raffigurato come "rotondo" e panciuto mentre cammina comodamente nei dintorni dell'"agorà" gustando prelibatezze locali o mentre discute con altri cittadini di questioni filosofiche e politiche sui gradini dell'università, ben diverso è invece l'aspetto che ha simboleggiato per secoli la vicina Sparta, la cui cultura era imperniata sui valori del vigore fisico e della potenza militare, e la corporeità celebrata era atletica, muscolosa, fornita di larghe spalle, snella, pronta alla battaglia.
Durante l'apice dell'impero romano c'era una stridente differenza tra la popolazione che aveva cibo insufficiente e quella che ne aveva in surplus.
E' interessante accennare ai banchetti della nobiltà romana, che con il passare degli anni, e con l'ingrandirsi dell'impero, diventavano sempre più sfarzosi e con dozzine di pietanze sempre più esotiche e particolari.
La pratica alimentare perdeva il suo fine nutritivo sostituito in toto da quello voluttuoso; uomini patrizi in buona salute praticavano pattern di iperalimentazione fino alla saturazione seguiti da vomito in un apposito settore detto "vomitorium", per poi, una volta vuotato lo stomaco, potersi di nuovo lasciare andare ad altre ingordigie alimentari.
Queste pratiche alimentari pur bizzarre non possono tuttavia essere definite bulimiche perché il vomito non era provocato al fine di non ingrassare ma per poter gustare ancora altre pietanze con lo stomaco libero, i nobili romani erano infatti molto ghiotti e ingordi e le loro ampie pance non facevano pensare che tenessero molto alla snellezza fisica, anzi..., anche le matrone romane mostravano con l'abbondanza delle forme tutta la loro opulenza e importanza.
Tuttavia anche tra gli antichi romani la dieta era una pratica adottata sia per ragioni estetiche che salutari, serviva per purificare il corpo dalla tossicità di certi alimenti e per portarlo ad una restituito ad integrum.
Tra gli scritti di Ippocrate figura anche un trattato sulla dietetica, consigliata sia per scopi preventivi che terapeutici e secondo Plinio il Vecchio alcuni medici prescrivevano ai malati diete così rigide da farli quasi morire di fame mentre altri tendevano rimpinzare di cibo i loro pazienti.
Vi era poi chi digiunava per motivi spirituali; gli aderenti alla corrente dello Gnosticismo, sviluppatasi verso il II e il III sec. d.c., consideravano tutto il mondo materiale corrotto e praticavano l'ascetismo, con l'astensione quasi totale dal cibo e dai beni terreni.
L'ascetismo cristiano trae le sue origini dalle teorie di Platone, secondo cui l'anima era prigioniera del corpo aspirando al ricongiungimento con il divino; soltanto con l'emancipazione dal mondo dei sensi lo spirito poteva liberarsi e realizzare il suo potenziale divino attraverso la privazione dal cibo e da altre necessità terrene. (Platone, "Fedro").

Se molte donne dal decimo secolo in avanti acquistarono notorietà per i loro lunghi digiuni di stampo mistico, il digiuno ascetico trova negli uomini la massima espressione nella "vicenda" dei Padri del deserto, dei monaci anacoreti che in seguito alla "mondanità" della chiesa, decisero di ritirarsi nei deserti dell'Egitto e della Palestina, per dedicarsi totalmente al Signore, si narra che trascorressero anni nelle situazioni più impervie in enormi restrizioni di cibo e acqua. 
Alcuni studiosi odierni dei disturbi alimentari come Walter Vandereycken e Ron Van Deth sono propensi a interpretare retrospettivamente molti dei casi di "sante ascetiche" o di "padri del deserto" come antesignani delle moderne forme di anoressia restrittiva, come dimostrano infatti nel loro lavoro "Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche" nelle narrazioni delle vicende di tali casi si possono riscontrare svariati caratteri distintivi della diagnosi di questa patologia.

Il digiuno come forma di penitenza per dei peccati commessi è una pratica molto antica che ha da sempre accompagnato il destino degli uomini, riecheggia nei Salmi Babilonesi, e sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici digiuni per placare la collera divina in concomitanza con catastrofi o guerre.
Il cibo soprattutto nel cristianesimo è poi spesso associato al peccato e l'ingordigia di cibo alla tentazione del demonio. Non è forse l'irresistibile morso di una mela a precludere l'Eden ad Adamo ed Eva ed a relegarli alla terrena peccaminosità ?
Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario islamico l'intera massa di fedeli si astiene per un mese ad un rigido periodo di astinenze alimentari e sessuali dall'alba fino al tramonto.
Ma anche l'astinenza prolungata da cibo era considerata nel medioevo come un atto di superbia di fronte alle leggi divine e perciò condannata dalla chiesa, si pensava addirittura che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno si celasse l'operato del diavolo, che aiutava con sortilegi notturni il digiunatore nella sua astinenza.
Come accade oggi di fronte alle anoressiche gli asceti medievali avevano il potere di stimolare l'immaginazione della gente, proprio perché disdegnavano quello a cui aspirano tutte le persone comuni: una pancia bella piena e una buona salute, e ciò a maggior ragione in un periodo storico in cui la scarsezza di cibo per guerre, carestie, epidemie era all'ordine del giorno.
Nel complesso e variegato quadro del digiuno ascetico si possono riconoscere alcuni tratti comuni che ripropongono all'attenzione il valore che alcuni elementi dell'atto della nutrizione hanno assunto nelle culture umane.
1) La natura destabilizzatrice e sovvertitrice del digiuno in ogni comunità umana.
2) La funzione di espiazione dei peccati espletata dal digiuno.
3) Il divieto di cibarsi di particolari tipi di alimenti, come alcune carni animali, presente presso molti popoli. 

1) Nel corso della storia si è assistito sovente a situazioni di carestia, dovute a guerre, siccità, piogge o gelo eccezionali che compromettevano il raccolto; i mezzi di sostentamento, come il grano o la selvaggina erano oggetto di venerazione, desiderati e temuti, o offerti in sacrificio agli dei come il bene più prezioso.
Non stupisce quindi il sospetto e l'inquietudine che destavano nella comunità coloro che sceglievano volontariamente di non cibarsi. Ponevano gli altri in una situazione di destrutturazione cognitiva, erano destabilizzanti per la vita comunitaria ed era facile che si interpretasse il loro comportamento come opera di spiriti maligni che avevano invaso il corpo e lo nutrivano di nascosto.
Il rapporto tra l'astinenza dal cibo e la possessione demoniaca ha un'origine molto antica e compare già in un testo cuneiforme babilonese, anche nel mondo occidentale abbiamo testimonianze scritte di questa credenza, soprattutto in epoca bizantina e medievale, questo fu il motivo per cui i digiunatori vennero più spesso affidati alle cure di esorcisti e stregoni che dei medici e le sante ascetiche guardate con malafede e sospetto.
2) Per ragioni strettamente legate a quanto ora detto, il digiuno venne praticato dai popoli per allontanare i poteri demoniaci ed ingraziarsi la divinità protettrice.
Lo si ritrova già nei salmi penitenziali dei Babilonesi, che rivelano l'importanza dei digiuni nei periodi difficili del regno.
All'epoca dell'Antico Testamento, il digiuno costituiva una delle pratiche penitenziali più diffuse ed era inteso come un castigo autoinflitto per sollecitare la compassione divina.
Durante il cristianesimo il digiuno era considerato uno dei modi per raccogliere l'appello di Cristo e redimersi dai peccati terreni; nell'ascetismo più fervente dei Padri del deserto per esempio il digiuno si accompagnava all'astinenza sessuale, la privazione del sonno e altre forme di indipendenza da quella fisicità a cui gli uomini erano troppo legati.
3) Leggendo testi sacri come "Il Levitico" o "Il Deuteronomio" ci si può facilmente imbattere in una pletora di divieti e prescrizioni dietetiche; alcuni animali come la lepre e il coniglio selvatico sono ritenuti impuri, altri come la pecora e la rana puri.
Si può tentare di rispondere a tale spartizione in chiave allegorica, in quanto certi animali rappresenterebbero simbolicamente il peccato ed altri no, gli animali ritenuti impuri erano quelli che per qualche particolarità (colore, forma) si associavano a qualcosa di sporco, pericoloso e si pensava veicolassero influenze malefiche nocive per il corpo.
Inoltre i periodi di digiuno e di prescrizioni dietetiche si attuavano spesso in coincidenza con eventi luttuosi per la comunità, come morti di sovrani o cataclismi naturali; l'astinenza alimentare poteva così salvaguardare dalle influenze malefiche spostatesi dall'evento infausto al cibo e purificare il corpo fino a raggiungere un certo livello di purezza.
In tale chiave allegorica possono essere lette tante tenaci avversioni di pazienti con DCA (disturbi del comportamento alimentare) verso particolari alimenti evocatori di immagini archetipiche rimosse, come la carne al sangue e il pesce.


Nei secoli del Medioevo e del Rinascimento, se da una parte ci arrivano documenti di asceti digiunatori e "fanciulle miracolose", dall'altra abbiamo molte descrizioni di come l'aspetto grasso e rubicondo fosse apprezzato e sinonimo di imponenza e ricchezza.
Papi, cardinali, arcivescovi non sembravano esercitare la loro vocazione spirituale con la stessa intransigenza delle sante ascetiche, piuttosto vengono spesso raffigurati come corpulenti, con grosse pance, sovente impegnati a consumare ingenti quantità di cibo e vino.
Nell'immaginario popolare l'uomo di successo, potente, era stato da giovane di corporatura atletica, snella, forte per poi lasciar spazio nell'età matura ad un fisico sempre più imponente e vistoso, ed a caratteristiche diverse come la saggezza, la calma, l'amore per la buona tavola.
Come già accennato in precedenza, in un contesto in cui gran parte del popolo versava in condizioni di fame se non d'inedia, la grassezza era indice di opulenza e di potere, un vero e proprio status socio-economico.

Fulgidi esempi di tale stile di vita furono Enrico VIII, sua sorella Elisabetta e la regina della Russia Caterina "La Grande", magri e atletici in gioventù, grassi leaders in età matura.
Il Giulio Cesare di Shakespeare chiede di esser circondato da uomini grassi, che sono considerati meno minacciosi:" Lasciate che mi stiano intorno uomini grassi, dalla faccia paffuta, come il sonno della notte: Gaio Cassio scarno e affamato è d'aspetto; egli pensa troppo: questi uomini sono pericolosi." "Come vorrei che fosse più grasso!"(Atto1, Scena 2).

Nella famoso romanzo di Tolstoy "Guerra e Pace" ambientato nella Russia dell'800, il vecchio, esperto generale dell'armata russa deve essere aiutato a salire a cavallo a causa dell' ingente mole e dei suoi acciacchi, egli viene descritto come un abile stratega di guerra, dopo essere stato un valoroso combattente in gioventù.
Un altro esempio di quanto nei secoli passati una corporatura obesa non fosse oggetto di critiche ma anzi, apprezzata e giudicata indicatore di buona salute ci viene dal famoso filosofo David Hume nella sua "Lettera a un medico".
Il filosofo inglese racconta dell'appetito voracissimo che lo colse d'improvviso nel Maggio 1731 e di come questa ingordigia lo portò nel giro di sei settimane a diventare dal magro e allampanato ragazzo che era nel "Tipo più robusto, gagliardo e pieno di salute che tu abbia mai visto, con un aspetto rubicondo e un'espressione allegra".
Egli rimase grasso per il resto della sua vita ma come traspare dalla sua descrizione considerò ciò più come un pregio che come un difetto, Hume infatti parla di come gli amici si complimentassero con lui per la sua "guarigione" e viene sempre menzionato nella lista di inglesi obesi che furono grandi.
Riguardo alla considerazione dell'uomo obeso nel corso dei secoli può costituirsi infine un filo conduttore indicativo l'accettazione della corporatura picnica nei presidenti degli Stati Uniti d'America.
La maggior parte dei presidenti degli USA, ad eccezione di A. Lincoln, divennero obesi in tarda età e non subirono critiche per il loro aspetto, la loro ampia circonferenza era accettata, attesa e conferiva loro status e salute. 
Si pensi a T. Roosevelt che dopo essere stato un pugile dei pesi leggeri in gioventù divenne un obeso e apprezzato presidente degli USA o a W. H. Taft che fu bonariamente preso in giro per la sua mole e che divenne forse proprio per questa uno dei presidenti più simpatici e amati dal popolo.
Oggi l'atteggiamento nei confronti dell'aspetto estetico è molto cambiato, e un presidente come Bill Clinton può vedersi attaccato e deriso per delle dimensioni di "giro vita" che sarebbero state considerate "da magro" in un presidente fino a cento anni prima.

Abbiamo visto in precedenza come il fenomeno dell'inedia auto-indotta fosse un fenomeno già presente nella storia dell'uomo. 
Molti secoli prima che Gull e Lasègue quasi contemporaneamente coniassero il termine "anorexia" e ne definissero i connotati clinici, il fervore religioso aveva portato uomini e donne a lunghi periodi di digiuno destando la pubblica ammirazione.
Tenendo in considerazione che la nozione di a-normalità nei fenomeni psicologici dipende dalla cultura e dal contesto storico in cui è osservato il modello comportamentale in questione ed essendo ben lungi dal voler associare retrospettivamente una forma di inedia auto-indotta alla moderna "anoressia nervosa" ci accingeremo a descrivere altre tre forme di digiuno spontaneo maschile accadute nei secoli scorsi: Il digiuno per spettacolo, il digiuno degli artisti e il digiuno come disturbo clinico.

Dalla fine del XIX sec. fino agli anni '30 del XX i cosiddetti "artisti della fame" e "scheletri viventi" si servirono per fini spettacolari del loro digiuno prolungato e del loro estremo dimagrimento, solevano esibirsi dietro compenso nelle fiere, nei circhi e nei parchi di divertimento.
Essi rappresentano una variante più moderna delle fanciulle digiunatrici medievali, perché entrambi cercavano sensazione tramite le loro capacità digiunatorie, ma a differenza delle ragazze digiunatrici erano quasi tutti maschi e esibivano le proprie gesta a scopo di lucro.
Anche il tipo di sensazione suscitata era diverso: nel digiuno delle ascetiche prevaleva l'incredulità per un fenomeno che si pensava di natura divina o demoniaca, comunque ultraterrena, negli artisti della fame emergeva l'ammirazione per la particolare abilità espressa.
Lo splendore e il declino degli artisti della fame e delle loro gesta in tutte le principali città d'Europa ci sono giunte grazie agli innumerevoli resoconti fatti da scrittori e cronisti dell'epoca e ciò perché la lotta dell'uomo contro l'istinto naturale della nutrizione era fra ciò che più colpiva l'immaginario popolare e che rendeva questi spettacoli fra i più apprezzati nelle fiere.
Ma si trattava di vera lotta?
La descrizione psicologica più profonda sugli artisti della fame ci viene offerta da Franz Kafka nella sua novella "Un digiunatore" in cui lo scrittore praghese narra della vita dei digiunatori e dei loro spettacoli.
Kafka pone l'attenzione soprattutto sul drammatico equivoco dell' "impresa" del digiunatore, infatti di fronte allo stupore degli astanti sulle capacità di sopportazione della fame del digiunatore egli risponde :"Perché io sono costretto a digiunare" disse il digiunatore..."perché io non ho mai potuto trovare il cibo che mi piacesse. Se lo avessi trovato, credilo, non avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come te e tutti gli altri" Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba, convinzione di continuare a digiunare."
Secondo Kafka l'origine dello sbigottimento degli spettatori derivava dall'intuizione che in quegli uomini "ci fosse qualcosa che non funzionava", qualcosa di misterioso e sospetto da scoprire, ma questo mistero non risiedeva in un inganno sul digiuno teso dall'artista agli spettatori, il suo vero inganno stava nel presentare la sua inclinazione come una virtù, il suo digiunare come una prodezza, mentre invece il digiuno per lui era la cosa più facile del mondo ed il mangiare invece la cosa più ardua.
La vicenda degli "artisti della fame" soprattutto presenta delle interessanti affinità con alcuni tratti dei pazienti anoressici.
Quello che colpisce é l'identificazione della persona con l'atto del digiunare, (parafrasando da Cartesio si potrebbe dire "abstineo me ergo sum") nonché l'esaltazione narcisistica per questa loro particolare caratteristica sovente presente nel soggetto anoressico che, di fronte alla fragilità del proprio Io e alla indecifrabilità del proprio sistema sensoriale trova nel sintomo anoressico, nel controllo sull'ingestione di cibo, un'esperienza di continuità e di coerenza del sentimento di esistenza di sé.
Il racconto di Kafka "il digiunatore" oltre a rappresentare una descrizione storicamente affidabile del fenomeno degli artisti della fame, ci offre uno "spaccato" della personalità del digiunatore di un coinvolgimento, una introspezione personale, una sensibilità verso le sfaccettature del suo animo tali da aver portato molti studiosi a riconoscere in questo racconto le prove della patologia alimentare di cui probabilmente lo stesso scrittore soffriva.
In effetti attraverso la vita e le opere di Kafka come quelle di altri letterati dell'800-900 quali:G.G. Byron, Barrie si possono rilevare molti tratti caratteristici della personalità degli uomini anoressico-bulimici.
Kafka e Lord Byron cercarono per molti anni di conformarsi ad un ideale ascetico e spirituale che si erano prefissi.
Nell'opera di Kafka è presente il leit-motiv del masochismo, la sua tendenza autodistruttiva, la volontà di soffrire, di immolarsi, di trascendere infine con la morte la propria corporeità vista come sordida e ingombrante (vedi "La metamorfosi") nel desiderio mai sazio di mettere finalmente a tacere quel profondo senso di colpa che come si può evincere ne "Il processo" avrebbe costituito il suo imperdonabile peccato.
Kafka scelse di condurre una vita ascetica, monacale, segnata da rapporti con le donne (soprattutto epistolari) nei quali il sesso ricoprisse una parte marginale e fosse preclusa la possibilità della vicinanza, dell'affetto, visti come paurosi, incontrollabili.
H.Kohut nella sua analisi dell'opera kafkiana rilegge la vicenda dei personaggi narrati dallo scrittore alla luce della psicologia del Sé e delle inadempienze compiute dagli oggetti-Sé verso il bambino nelle loro funzioni empatiche e idealizzanti <<Gregor Samsa, lo scarafaggio delle Metamorfosi di Kafka, può servire qui da esempio. Egli è il bambino la cui presenza al mondo non è stata benedetta dalla calda accoglienza empatica di oggetti-Sé, è il bambino di cui i genitori parlano impersonalmente alla terza persona singolare; e ora è una mostruosità inumana persino ai suoi occhi.>>
Byron dopo un'adolescenza da obeso e donnaiolo impenitente si prefisse e raggiunse un drastico dimagrimento, di cui non fu mai soddisfatto, limitando la sua dieta a pasti vegetariani e sottoponendosi a periodi di isolamento ascetico, interrotti talvolta da grandi scorpacciate a cui rimediava con il vomito.
Sia in Kafka che in Byron è inoltre presente l'ossessione per il proprio corpo: in Byron nella sua incessante ricerca di un fisico sottile che lo portò a perdere 60 kg in 4 anni, a rimanere sempre ossessionato dalla paura di ingrassare e a sottoporsi a esercizi fisici continui; nello scrittore del "Processo" nei suoi continui riferimenti al corpo magro, ossuto, piegato da esibire all'Altro nell'attesa di un "nutrimento desiderato e sconosciuto", nonché nei suoi vissuti di estraniamento corporeo ossessivamente ricordati.
La vicenda di Barrie mette in luce un altro tratto familiare alla personalità anoressica, il rifiuto della maturità sessuale e delle responsabilità ad essa collegate.
La vita di Barrie sembra ricalcare in maniera impressionante il romanzo che lo rese celebre "Peter Pan, il bambino che non voleva crescere" ed è tra le righe di questa e altre sue opere che si può leggere "l'idillio della leggerezza", leggerezza intesa sia in senso materiale che in senso lato.
Come il protagonista del suo romanzo, Barrie mantenne anche in età matura un aspetto e dei modi fanciulleschi, smise di crescere quando all'età di 14 morì improvvisamente il fratello maggiore, primogenito in famiglia e prediletto dalla madre, quasi come a voler conservare per lei in eterno l'aspetto del ragazzo morto.
In molti suoi racconti troviamo personaggi che si rifiutano di crescere (Peter Pan) e di mangiare (Moira), in "Little Mary" la protagonista Moira acquisisce il potere miracoloso di guarire le persone e spiega il segreto dei suoi poteri nel portare la gente a mangiare di meno "La gente soffre perché mangia troppo...Quando ci si toglie il peso dallo stomaco si riprende a pensare in modo sano."
La difficile presa in carico della sessualità matura, del corpo adulto è una componente prioritaria nei disturbi alimentari, sia maschili che femminili. 
Tuttavia mentre nella donna il processo è legato oltre che alle pressanti richieste culturali, ai marcati e invasivi cambiamenti fisici richiesti dallo sviluppo puberale in età precoce, nell'uomo ciò che provoca maggiori sollecitazioni emotive è il peso psicologico delle responsabilità legate all'entrata nel mondo degli adulti, lo dimostra il fatto che i sintomi coincidono spesso con scelte "da adulti" come dover partire militare, dover gestire la propria vita sentimentale, allontanarsi dalla famiglia ecc...
Anche se l'interesse per i disturbi dell'alimentazione come affezione psicosomatica si è diffuso nella seconda metà del XX sec., sostituendo come manifestazione sintomatica l'isteria dell'800 per proporzioni epidemiche e interesse scientifico, le complicazioni legate all'atto nutritivo sono state menzionate nei trattati dei medici in epoche ben più remote.
Senofonte nel libro IV dell' "Anabasi" riferisce di un fenomeno di fame irrefrenabile che colpiva i soldati nelle spedizioni di guerra che gli esperti chiamavano "Bulimia". Secondo la descrizione offertaci dallo scrittore di Scillunte non poteva trattarsi dell'odierna bulimia, ma etimologicamente di una "fame da bue" molto più rassomigliabile al binge eating disorders.
Seneca nel suo scritto "Consolatio ad Marciam" deplora le bizzarrie alimentari compiute dai patrizi nei banchetti definendole un ciclo di abbuffate, vomito, nuove abbuffate, "Vomunt ut edant, edunt ut vomant".
Per quanto riguarda l'inedia volontaria i romani parlavano di "inappetentia" (Ippocrate). In un commento al primo libro delle Epidemiche di Ippocrate Galeno scrive:"Coloro che rifiutano il cibo e non assorbono nulla sono chiamati dai greci anòrektous (anòrektous) oppure asítous (asìtous) che significa coloro che non hanno appetito ed evitano il cibo.
Coloro che invece, dopo aver ingurgitato gli alimenti, provano disgusto o avversione si chiamano aposîtous (aposîtous)...E, quando sono spinti a mangiare, non hanno la forza di inghiottire; anche se si sforzano di nutrirsi, non riescono a ingerire il cibo, ma sono costretti a rimetterlo".
Il medico bizantino Alessandro Tralliano nel capitolo intitolato "Perì anorexia" tratto dal suo manuale di medicina la fa derivare da "Una discrasia o un eccesso di umori nello stomaco" e prescrive per la sua cura una modificazione degli stessi o l'eliminazione tramite vomito nonchè evacuazione intestinale.
In un trattato medievale olandese ci si affida invece ad una terapia con estratti naturali: sia la pianta "menta-almente" sia unguenti di menta, cannella, pepe e aceto serviranno per migliorare l'appetito.
Come si può constatare le cause iatrogene sono riposte esclusivamente a livello organico con una scotomizzazione totale della psiche.
Per trovare una messa in gioco della psiche nei disturbi dell'appetito e un riferimento all'affezione maschile bisogna arrivare all'era moderna quando il medico francese Joseph Raulin nella sua monografia sull'isteria del 1758 riconosce il ruolo patogenico dei disturbi dello spirito e dei sentimenti e riconosce che anche i maschi sono soggetti alle "affections vaporeuses".
Al 1689 invece è fatta risalire la prima descrizione clinica dell'anoressia;
il medico Morton parla della cosiddetta "consunzione nervosa" che chiama anche "atrofia nervosa" e la definisce come "una consunzione del corpo senza febbre, né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita dell'appetito e da cattiva digestione...".
Morton attribuisce questo tipo di consunzione all' "assunzione smodata di liquori insalubri e di aria insalubre" che recherebbe danni "al sistema dei nervi", non tralasciando neanche possibili cause emotive, "la violenta passione della psiche"; infine cita due casi clinici di cui uno maschile, quello del figlio del reverendo Steele che "In seguito a studi eccessivi e a patemi d'animo gradualmente cadde in un'inappetenza quasi totale e successivamente in una "atrofia universale"...Pertanto giudicai che questa consunzione fosse nervosa, insita nell'intero "habitus corporis" e originata dal sistema nervoso morbosamente alterato".
All'inizio Morton curò il ragazzo con preparati farmacologici e solo dopo il fallimento di questa cura gli consigliò di abbandonare gli studi, respirare aria di campagna, andare a cavallo e seguire una dieta a base di latte; questa seconda prescrizione portò a risultati assai più efficaci.
La scoperta dell'anoressia nervosa nell'accezione diagnostico-clinica in cui oggi la si intende è contesa da due eminenti psichiatri dell'epoca vittoriana W. Gull e E. Lasègue, anche se era stata già descritta dal meno noto Marcè 10 anni prima.
Anche se il primo a menzionarla in un articolo scientifico fu effettivamente W. Gull nel 1868 la descrizione più brillante per contenuto e forma ci viene offerta nel 1873 da Lasègue.

Nell'articolo intitolato "De l'anorexie histèrique" inserito negli "Archives Gènerales de Medicine" egli afferma :"Lo scopo di questo articolo è rendere nota una delle forme di isteria della regione gastrica, abbastanza frequente da non essere, come troppo spesso accade, una generalizzazione artificiale di un caso particolare...Il termine "anoressia" poteva essere sostituito da "inanizione isterica"...Ho tuttavia preferito il primo termine perché si riferisce a una fenomenologia meno superficiale, più delicata e anche più clinica."
Infine per concludere i riferimenti clinici sui disturbi dell'alimentazione maschile può essere indicativo (riflettendo sulla matrice ossessivo-cmpulsiva caratteristica dei maschi con DCA) citare il caso di S.Freud dell' "Uomo dei lupi" in cui il paziente aveva tra l'altro vissuto un periodo di perdita dell'appetito, perché troviamo già in un paziente con tratti ossessivi un periodo di perdita dell'appetito.
Freud, che si era focalizzato sulle esperienze sessuali e le fantasie infantili di questo giovane, depresso e tormentato da molte ossessioni, interpreta il periodo anoressico come l'espressione precoce di un comportamento sessuale disturbato, specialmente nella fase orale o cannibalica.
Nel non superamento della fase sadico-anale, nella conflittualità durante la pubertà per la scelta dell'oggetto sessuale, nelle paure di castrazione conseguenti alle fantasie edipiche di questo paziente si possono riassumere a grandi linee molte delle problematiche del maschio con DCA.
Non a caso un recente studio sulla casistica anoressica compiuto al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia dell'Ospedale Banbino Gesù di Roma ha evidenziato non solo l'aumento dal 1994 al 1996 delle forme maschili (seppur marcatamente inferiori a quelle femminili), ma soprattutto, cosa molto interessante, la netta prevalenza di nevrosi fobico-ossessiva come psicopatologia sottostante al disturbo anoressico maschile.

Dott. Sergio Antonini

Antonini, S. (2001)
Il rapporto dell'uomo con il proprio corpo e con il cibo nell'evolversi del tempo.
Cenni storici sull'evoluzione dei disturbi del comportamento alimentare maschili. 
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 14 settembre 2001.


Riferimenti Bibliografici

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Bruch, H. (1973) Patologia del comportamento alimentare. Tr. It. Feltrinelli Ed., Milano, 1977.

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