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Marco Baranello

Psicologia dei bisogni e desideri.
ex rubrica "pensieri e idee". Differenziazione dei concetti di bisogno e desiderio

aggiornamenti. per conoscere revisioni ed aggiornamenti del modello teorico fare riferimento alla sezione: Articoli di Psicologia Emotocognitiva

nota dell'autore.
La psicologia dei bisogni e desideri è un modello teorico che ha come matrice il "pensiero psicoanalitico freudiano" e si sviluppa dall'integrazione originale di diversi ambiti di studio e ricerca. Le prime ipotesi, da me avanzate già a partire dal 1998, e in costante aggiornamento, hanno già prodotto un intervento definito "psicoanalisi emotocognitiva" attualmente rinominato "psicologia emotocognitiva".

Questo articolo rappresenta un'introduzione al modello della psicologia dei bisogni e desideri, ed una revisione degli articoli precedenti alla luce di nuovi studi e scoperte nel campo. Il modello nasce da un'integrazione funzionale di diversi ambiti di studio e di ricerca in scienze psicologiche. Ciò che è nuovo è proprio questa integrazione. Le singole componenti prese isolatamente non rappresentano di per sé novità.
Possiamo immaginare un architetto o, meglio, un cuoco. Il cuoco non inventa le materie prime che utilizzerà per una ricetta, ma riuscirà ad integrarle in una maniera originale per far si che la pietanza finale possa essere assolutamente nuova, con un sapore peculiare e non riconoscibile altrove.
Questo è ciò che è accaduto per la psicologia dei bisogni e desideri.

Questa introduzione focalizzerà l'attenzione sulla definizione di principi, bisogni e desideri e sull'ipotesi genetica dei desideri primari e secondari.

 
introduzione

Proporre un modello teorico è qualcosa di estremamente ambizioso, una strada tortuosa e difficile da percorrere. Chi come me sceglie di farlo è spesso “accusato” di presunzione e deve riuscire a fare i conti sia con se stesso, con i propri e continui dubbi, con le autocritiche, con i fallimenti, sia con il pensiero conservatore e con il conformismo, e non sono certo questi ultimi gli ostacoli più grandi.
Ogni giorno è necessario un esame di realtà ed il dubbio che questa mia posizione corrisponda ad un delirio di grandezza non è infrequente. Allo stesso tempo è difficile rinunciare ai propri pensieri, alle idee, ai propri studi nel campo della scienze psicologiche. Non ho potuto chiudere gli occhi, di fronte a quanto appariva evidente alla mia attenzione “scientifica”. La psicologia dei bisogni e desideri la vivo quindi come qualcosa di sempre esistito, verso la quale però non è stata posto sufficiente rilievo.
Questa teorizzazione si pone come aggiornamento e in continuità con il “pensiero scientifico freudiano”. Rientra quindi in quelle teorie definibili come “psicodinamiche” anche se ritengo più adatto il termine psicoanalisi.
La psicoanalisi a cui mi riferisco, però, non è quella forma di psicoterapia portata avanti dalle costosissime scuole di specializzazione, o quella forma di analisi della psiche che nulla a che vedere né con la psicoterapia né con la scienza, ma la scienza alla quale il genio di Freud ha dato vita propria.
Per distinguere la mia posizione e non creare fraintendimenti farò rientrare i principi della psicologia dei bisogni e desideri in un modello definibile come "psicologia emotocognitiva" per rendere meglio l'idea del tipo di intervento, intendendo, in senso stretto, una lettura analitica dei processi psicofisiologici emotivi e cognitivi (o meglio emotocognitivi), legata alla differenziazione concettuale tra bisogno e desiderio. 


definizione di bisogni, desideri e principi

Con il termine bisogno o bisogno di base indichiamo una necessità primaria dell’organismo. Il bisogno è legato a degli stati di tensione che necessitano di essere risolti secondo un processo di tipo omeostatico; i bisogni sono per questo considerati non-oggettuali, cioè non nascono dall’incontro tra l’oggetto e il soggetto.
Il desiderio invece, è sempre legato ad un oggetto. Non esisterebbe desiderio senza un oggetto e, allo stesso tempo, non sarebbe possibile interagire con gli “oggetti” senza il desiderio di essi. Il desiderio è, secondo noi, meglio concettualizzabile come un compromesso tra il soggetto con i suoi bisogni di base e l’ambiente, tenendo presente che l’individuo è esso stesso facente parte di quell’ambiente e che lo condiziona in maniera attiva, cioè non possiamo pensare all’ambiente in cui si trova il nostro soggetto senza considerare l’esistenza stessa del soggetto. È dall’incontro dinamico tra il sé e l’ambiente che si sviluppano i desideri.
I desideri pertanto hanno una genesi secondaria al bisogno che invece rappresenta l’impalcatura biologica dell’essere vivente. Tutti i bisogni fanno però capo ad un principio.
Il principio è il dogma da cui necessariamente occorre partire per poter proseguire in questa esposizione. I principi a cui mi riferisco sono due: uno di primo ordine che corrisponde al “principio di conservazione della specie” ed uno di secondo ordine che invece è il “principio di conservazione dell’individuo”. Possiamo tradurre così: la specie umana per principio tende a perpetuarsi. Ma affinché ciò possa accadere si ha la necessità che i singoli individui possano vivere tutta la propria età fertile, in condizioni di salute tali da permettere la procreazione.
Principi, bisogni e desideri sono strettamente legati tra loro. I primi due sono condizioni comuni a tutti gli esseri umani. Ciò che varia sono i desideri, la cui gamma è pressoché infinita.
L’essere umano interagisce con il resto del mondo attraverso i desideri che soltanto in piccolissima parte sono direttamente accessibili alla coscienza. Rimozione, negazione, ed altri processi difensivi che intervengono nel corso dell’esistenza tendono a camuffare molti desideri soprattutto quelli soggettivamente indesiderati e a nasconderli sotto il livello di coscienza. Sto parlando di quello che definisco la ragnatela dei desideri, cioè di una fitta rete di desideri che opera perlopiù senza la luce della consapevolezza e che, in un modo o nell’altro, condiziona la nostra esistenza, i nostri comportamenti, le nostre relazioni.
I desideri coscienti sono soltanto la classica “punta dell’iceberg”, ciò che emerge e quello su cui si basano, in apparenza, molte delle nostre interazioni. Ogni desiderio però non è sempre in primo piano. Infatti quando un desiderio è prominente gli altri, secondo una scala gerarchica dinamica, fanno parte di un secondo piano o di uno sfondo più lontano.
I desideri hanno la funzione di promuovere la soddisfazione dei bisogni di base, sempre attivi per tutta la vita. Tale soddisfazione è necessaria affinché l’organismo riesca a vivere. La salute è influenzata da quanto ogni bisogno sia stato adeguatamente soddisfatto e quindi da come i desideri (di ogni ordine) siano legati geneticamente a specifici e più limitati bisogni. Così parlando sembrerebbe che tale processo sia meccanico durante lo sviluppo. Non è così. La presentazione così lineare ha soltanto uno scopo didattico. Un desiderio primario può emergere in qualsiasi momento della vita, non ha sempre una genesi infantile.
Il desiderio è uno strumento che la vita ci ha fornito per far fronte a numerose esigenze. È ciò che rende così flessibile ed adattabile l’essere umano. Se l’essere umano per soddisfare le proprie necessità avesse a disposizione desideri limitati, sarebbe una persona tecnicamente dipendente, non in grado di muoversi liberamente e di adattarsi a diversi contesti. Questo discorso sarà ripreso in dettaglio in futuri articoli sulla tecnica.
Durante lo sviluppo del Sé l’essere umano acquisisce desideri più o meno funzionali in relazione a fattori evolutivi di cui tratteremo più avanti.
I gusti e le preferenze alimentari, ad esempio, rappresentano senza dubbio dei desideri. Desiderare più alimenti, permette all’organismo di introdurre tutte le materie prime di cui ha necessità (carboidrati, proteine, vitamine, sali minerali, ecc.). Molti avranno vissuto o assistito alla scena del bambino che dice “ho fame di questo” e della mamma che risponde “se hai fame mangi qualsiasi cosa” oppure “vuoi dire che hai voglia di questo!”. Quel bambino, dal punto di vista cognitivo, non ha distinto tra il bisogno di soddisfare la fame ed il desiderio di un cibo specifico. Il desiderio di quel cibo fa capo ad una serie di compromessi tra uno o più bisogni di base e l’ambiente.
Per ora non è nel nostro interesse capire quale motivazione ha spinto il bambino a chiedere proprio quel prodotto alimentare ovvero come si è creato quello specifico desiderio, anche se sarà fondamentale ai fini di un processo analitico. Ciò che preme è valutare l’interazione tra bisogni e desideri e tentare spiegare la genesi di questi ultimi in senso generale.

 
genesi dei desideri primari e secondari (funzionali e non)

Il desiderio primario può essere facilmente confuso con un bisogno in quanto è direttamente legato a quest'ultimo. Il desiderio primario di cibo del bambino (o della madre o di precisi pattern ambientali o di altro legato alla nutrizione) può essere scambiato per il bisogno di cibo, occorre distinguere i punti di vista.
La nostra posizione è diversa e non è soltanto una sfumatura linguistica.
Il desiderio è oggettuale, cioè direttamente legato all'oggetto, in questo caso il cibo (o chi per esso). Il bisogno invece fa capo alla risoluzione di uno stato di tensione (da cui scaturisce la sensazione di fame).
Quindi il desiderio di cibo permette la soddisfazione del bisogno di nutrizione.
La nostra è quindi una posizione soggettiva, cioè fa riferimento all'esperienza del soggetto. Infatti se da un'ottica globale possiamo con una certa sicurezza affermare che per vivere si ha bisogno di cibo, cioè che la presenza di cibo è un requisito necessario per garantire la sopravvivenza, dal punto di vista del soggetto, nel momento in cui non ha ancora fatto esperienza dell'oggetto-cibo, non vi è il bisogno di esso. Pertanto la necessità soggettiva non è l'oggetto ma la risoluzione di uno stato di disequilibrio.
Immaginiamo sempre il nostro neonato precedentemente alla prima poppata, cioè al primo contatto con l'oggetto che sarà poi in grado di soddisfare i suoi bisogni.
Il bambino non conosce l'oggetto che risolverà la sua tensione riportando l'organismo, secondo un processo omeostatico, alla situazione precedente il disequilibrio.
Non ha quindi bisogno di un oggetto in quanto non esistono oggetti-sfamanti nel suo campo di esperienza.
Nel momento però in cui farà esperienza dell'oggetto come capace di risolvere lo stato di tensione, sarà in grado di pensarlo, quindi di desiderarlo, cioè di volere una sua apparizione nei momenti di necessità psicofisiologica.
Quindi si evidenzia come il desiderio dal punto di vista genetico sia secondario al bisogno. Da uno stesso bisogno possono nascere più desideri. Ogni desiderio primario a sua volta diventa matrice per altri desideri che chiameremo secondari.
Spesso un desiderio "adulto" che può sembrare non associato a nessun bisogno di base riconosciuto, è in realtà derivato da uno di essi. Ogni desiderio, ricordo non sostituisce i precedenti (dal punto di vista genetico). Però la "realizzazione" di un desiderio, qualsiasi esso sia, è sempre un tentativo di soddisfazione di uno o più bisogni. Uno stesso desiderio può soddisfare più bisogni contemporaneamente, come più desideri diversi possono convergere nella soddisfazione di un solo bisogno.

Freud aveva intuito che dietro ogni sintomo isterico ci fosse una matrice sessuale. Ritengo che, in relazione al contesto in cui la teoria è emersa, avesse ragione.
Ricontestualizzando il pensiero freudiano nella psicologia dei bisogni e desideri potrei affermare che eventi traumatici legati al bisogno di sessualità abbiano prodotto desideri non funzionali tali da sviluppare un quadro psicopatologico.
Oggi sappiamo che esistono più bisogni di base dei quali la sessualità ne è soltanto uno. Come suggerisce Lichtenberg intorno ad ogni bisogno si organizzano dei sistemi motivazionali. Appoggio pienamente questa teorizzazione, condividendo l'ipotesi dell'esistenza di cinque sistemi motivazionali.
Per desideri funzionali intendo quelli che nascono da un bisogno riconosciuto e adeguatamente soddisfatto dall'ambiente e il processo di sviluppo è meno soggetto a processi difensivi. 
Un desiderio non-funzionale nasce invece dall'incontro del soggetto con un ambiente non in grado di fornire adeguata soddisfazione a specifici bisogni (o addirittura non in grado di riconoscere il bisogno). Il processo di sviluppo è spesso difficile da rintracciare ed il materiale che ne può permettere la ricostruzione è perlopiù inconscio, in seguito ad un uso più o meno massiccio di processi difensivi.
Esempio di desiderio non funzionale di tipo primario è la ricerca di cibo in virtù di un bisogno d'attaccamento. L'esperienza dell'abbuffata ad esempio può seguire questa tendenza di sviluppo.
Ribadisco che i desideri si creano a partire dall'incontro tra il soggetto e l'ambiente e che queste due entità si regolano mutualmente secondo un processo dinamico che prevede un'interazione emotivo-cognitiva senza soluzioni di continuità

Dott. Marco Baranello

Baranello, M. (2002)
Psicologia dei bisogni e desideri.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 08 marzo 2002.


 

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