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Fabrizio
Aschettino
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| Psicologia
clinica: sbocchi professionali |
| un punto di vista sulle
possibilità professionali per lo psicologo ad
indirizzo clinico |
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Quali
sono gli sbocchi professionali per gli studenti delle facoltà
di Psicologia dell'indirizzo Clinico e di Comunità?
Possono
esser tanti e validi o pochi e non attinenti; la differenza
sta nell'aver colto nell'iter universitario le problematiche
di cui può occuparsi uno psicologo clinico e di comunità...
e non altre...
Avendo
studiato a
Roma e non conosco completamente la situazione delle altre facoltà di
Psicologia, ma credo che il problema di cui voglio parlare
possa esser comune; nell'iter universitario capita a tutti
di affascinarsi ad una materia piuttosto che ad un'altra, ad
un docente rispetto ad un altro: è perché le tematiche di
cui parlano questi docenti, ed il modo in cui lo fanno, sono
quelle che noi abbiamo fatto nostre o per nostri
ragionamenti o per nostra esperienza o perché ci sembra giusto
o perché vi proiettiamo il nostro modo d’essere (bisogni,
desideri) o per altro.
E'
importante capire per quale motivo ciascuno si orienta verso
alcune tematiche piuttosto che altre: serve innanzi tutto
per spiegarsi, in parte, il perché della propria scelta
professionale; serve da sfondo per la propria teoria di
riferimento; serve come leitmotiv per l'attività clinica;
serve ovviamente per conoscersi meglio; serve a tutto quel
che vi viene in mente.
La cosa
importante è però capire se quel che facciamo è
Psicologia o altro.
Prima spieghiamo che cosa è questo altro
(anche perché spiegare che cosa rientra nella Psicologia
non è facile...): altro
è per esempio secondo me tutto ciò che non c'entra nulla o
ha poco a che fare con la facoltà di Psicologia.
Ad
esempio non c'entrano molto i vari insegnamenti universitari
con esplicito riferimento alla Psicoterapia: spesso capita
di andare a seguire docenti le cui lezioni servono per
affacciarsi al mondo psicoterapeutico ed in particolare alla
Scuola di Formazione di quello stesso docente... c'entra
poco anche un'esperienza extrauniversitaria in soggiorni
estivi o assistenze domiciliari con persone disabili
mentali: perché? Quale miglior occasione per veder da
vicino? Beh, sarebbe funzionale se uno non dovesse fare
semplicemente l'operatore: i compiti richiesti in queste
particolari circostanze non sono altro che di
accompagnamento e assistenza. Guai a credere di "poter
far qualcosa per loro"!!! "Poter far
qualcosa" di che tipo? Ricordo che chi è studente non
ha le necessarie competenze e/o conoscenze per "far
qualcosa" (bisognerebbe anche stabilire questo
"qualcosa"). Inoltre chi è studente con
"esperienza nel campo" o chi è laureato,
tirocinato e abilitato, NON ha il diritto di
"far qualcosa", perché quel che gli viene
richiesto è di far l'accompagnatore, al massimo di dare "pasticche"
prescritte da professionisti della ASL.
In questi lavori si è pagati solo per far assistenza e NON
per vedere che cosa si può fare: non ci si fa esperienza
sulla pelle di persone; ogni approccio
simil-terapeutico (non richiesto) può scatenare
dinamiche che in quei particolari contesti, per esempio
soggiorni estivi, non dovrebbero neanche esserci: infatti i
soggiorni estivi servono a)
soprattutto per i parenti di queste persone a riposarsi
dalle quotidiane "battaglie" (di cui la legge 180
pare non ne abbia tenuto conto...), e b)
a queste persone per vari motivi (cambiare aria
soprattutto).
Voglio
concludere su questo aspetto ricordando che serve a poco (ma
può servire in certi casi!) andare in questi soggiorni anche
solo "per vedere", per “capire": premesso
che non si paga alcun biglietto e che non ci sono bestie in
gabbia da "vedere",
né topi in laboratori i cui comportamenti sono “da
capire”, è troppo poco il bagaglio di esperienza che si
acquisisce in queste mansioni, per poter dire di aver visto
i comportamenti ed i modi di funzionare delle mente di
persone con disagio. E’ più importante, nonché utile, darsi
da fare nell’assistenza: si è pagati per questo. Questo
tipo di esperienze in cui si vuol vedere e/o capire si può
fare quotidianamente: guardiamoci intorno, guardiamo allo
specchio…
Sostenevo
che però a qualcosa serve far questo tipo di esperienza
(che è un lavoro): può servire per capire se si studia
Psicologia o ci si è laureati perché abbiamo lo spirito da
missionario, oppure da crocerossina, o se ci resta difficile
approcciarsi con persone con deficit cognitivi che ci
mettono alla dura prova con le nostre emozioni: questa è
una vera esperienza per conoscersi meglio (ovviamente ce ne
sono anche altre, e non mi riferisco semplicemente ad varie
"analisi" personali). Può dunque servire fare questo tipo
di lavoro-esperienza per capire innanzitutto cosa non farà
uno Psicologo clinico e di comunità: l’operatore,
l’assistenza, e quant’altro, compiti questi e competenze
di altre figure professionali.
C’è
solo una valida possibilità sul perché una persona si
impegna in un'assistenza
domiciliare o soggiorni estivi in qualità di studente di
Psicologia o come Psicologo: perché
gli servono i soldi… e questo lo può fare anche uno
che studia Giurisprudenza o Economia (anche se è
fondamentale in certi lavori, oltre a qualità caratteriali
e di personalità, anche un certo saper
ascoltare che uno studente di psicologia o uno psicologo
dovrebbero avere/acquisire).
Ci sono
altre cose che sembrano aver a che fare con la Psicologia
clinica e di comunità che in realtà sono fuorvianti: per
esempio le EPG che fanno finta di colmare vuoti creatisi
nella preparazione a
diventare Psicologi ed invece spostano il focus delle
competenze e conoscenze sulle varie forme psicoterapeutiche;
altri esempi sono tutte quelle tematiche trattate sui libri,
nonché durante le lezioni, che rientrano negli ambiti medici,
psichiatrici, pedagogici. Purtroppo tutto questo poi si
riversa sulla pratica clinica, ed ecco che allora ci
troviamo gli psicologi che si credono psichiatri o che si
sentono frustrati da questi, gli psicologi né carne né
pesce, gli psicologi che credono che l’unica via sia la
specializzazione in psicoterapia (che non abilita alla
professione di psicologo), gli psicologi che
s’accorgono d’aver sbagliato mestiere…
Dunque
che cosa è Psicologia? Di quali ambiti si occupa?
La legge
56/’89 pur con tutti i suoi difetti (spero di poter
scrivere qualcosa in proposito) ci dice che possiamo
fare tutto
ciò che rientra in ambito clinico: consulenza, abilitazione, diagnosi, riabilitazione
(attenzione a questo termine perché la dice lunga sul poter
fare dello Psicologo. Possiamo fare interventi a vari
livelli: individuo, coppie, famiglie, aziende, comunità,
organismi sociali, gruppi.
Questi
livelli sono stati poi trattati in maniera più approfondita
dai varie scuola di formazione (Psicoanalisi, Gestalt,
Comportamentismo, Cognitivismo, Terapia Familiare, e chi più
ne ha più ne metta…), ma…
1° non
sempre si può esser d’accordo con tutte le tematiche
trattate in queste Scuole;
2°
nessuno di questi approcci è universale e/o integrante come
progetto unitario ad altri (per volere di chi ne fa parte)
per la risoluzione dei problemi eterogenei portati dalle
persone;
3° è
solo per problemi legati al fatto di dover essere
riconosciute (termine squisitamente giuridico e non garanzia
di qualità), che queste Scuole durano 4 anni, perché,
statene certi, se potessero sarebbero di durata diversa
(nella maggior parte dei casi inferiore).
4° …ma
soprattutto, ci serve (e che senso ne diamo di questo)
specializzarci presso una Scuola monomodello, monotematica,
monoculturale, monoterapeutica, ecc.? Badate bene che, secondo
me, la forma di trattamento psicoterapeutico (che non
coincide con la terapia psicologica e la riabilitazione a
livello legale ma che praticamente non si distingue da esse…) che ciascuno adotta, rientra nel modello
che ciascuno si porta con sé del modo di funzionare della
mente, della creatività che ciascuno adotta nella
risoluzione di problematiche degli utenti, nell’esperienza
e rivisitazione di precedenti casi clinici; mi spiego
meglio: è il nostro singolare ed originale
modo di essere e ragionare che ci permette di adottare un
certo stile di trattamento psicologico, il tutto
basato sull’esperienza clinica, su formazione (non
necessariamente riconosciuta ai sensi dell'art. 3 della
L.56/89) e non; pensate che
personaggi come Freud, Adler, Jung, Moreno, Rogers, Winnicott,
ed altri, non si siano basati sul proprio singolarissimo
modo di ragionare, di pensare, di essere creativi per la
formulazione delle proprie teorie, dei loro originalissimi
metodi di cura e trattamento? Pensate
che se ne siano andati ad uniformarsi con le teorie generali
all’epoca vigenti in materia? Pensate che esistano due
persone che abbiano la stessa creatività oppure pensate che
esistano due persone che abbiano lo stesso metodo di lavoro?
Pensate che abbia più ragione Freud o Jung o Adler? Che sia
più giusto l’approccio Cognitivo-comportamentale o il
Sistemico-relazionale?
Io credo
nella cultura, nell’esperienza singola e irripetibile, nel
trattamento mirato e non generalizzabile; io credo, non
tanto nell’integrazione degli approcci, bensì nella
capacità di vedere la riabilitazione
ed il trattamento psicologico di una persona da più prospettive, in cui una è quella
che per esempio può portare all’insight (che
alcuni ritengono obiettivo della terapia) della
persona stessa. Io credo che ognuno possa avere la
possibilità di essere un Rogers o un Moreno, ma credo anche
che ci siano professionisti psicologi che abbiano bisogno di
trovare un Rogers o un Moreno a cui appoggiarsi
(badate ho scritto appoggiarsi e non aggrapparsi…).
Appoggiarsi però non vuol dire entrare sistematicamente ed
olisticamente a far parte di una setta o cose simili, bensì
significa condividere un’idea di base, un particolare
approccio (e per determinati tipi di utenza…) da
sviluppare però secondo esigenze personali, secondo la
propria attività clinica, la propria creatività, il
proprio modo d’essere, ecc.
Spero ci
siano domande da farmi, questioni da discutere,
interrogativi e critiche costruttivi per la nostra
formazione che volete porgermi. Spero di aver sturato le
orecchie a qualche sordo così come con me hanno fatto alcune
esperienze lavorative, alcune lezioni universitarie, alcune
esperienze quotidiane e, non da ultime, alcune letture a cui
rimando.
Dott.
Fabrizio Aschettino
Aschettino, F. (2000)
Psicologia clinica: sbocchi professionali.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 24 aprile 2000.
Riferimenti
Bibliografici
Carli,
R. (a cura di) – Formarsi in Psicologia Clinica,
Edizioni Kappa 1997, Roma.
Grasso,
M. – Psicologia Clinica e Psicoterapia, Edizioni
Kappa 1997, Roma.
Casement,
P. – Apprendere dal paziente. Raffaello Cortina
Editore 1989, Milano
Francescato,
D., Ghirelli, D. – Fondamenti di Psicologia di
Comunità, La Nuova Italia Scientifica 1988, Roma.
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