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Sergio Antonini
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| Un tram chiamato
"reverse anorexia" |
| disturbo del comportamento
alimentare o disturbo da dismorfismo corporeo? |
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Intendo
presentare con questo articolo una ulteriore versione di
alcune delle considerazioni che ho prodotto per la mia tesi
di laurea dal titolo "Analisi dei fattori storici,
socio-culturali e psicodinamici nei disturbi alimentari
maschili".
Per il titolo di
quest'articolo ho voluto scomodare l'opera drammatica
di Tennessee Williams "un tram che si chiama
desiderio", reso poi celebre da Marlon Brando nella
trasposizione filmica di Elia Kazan.
Nel dramma una
donna di raffinati e romantici costumi viene travolta da una
inquietante passione per il cognato che a differenza di lei
è di modi rudi e animaleschi.
Una parte inconscia
della donna, quella che Jung definirebbe Ombra, è sempre più
irresistibilmente attratta dal rozzo cognato che pure
razionalmente ripudia.
La sua già fragile
personalità non può accettare il desiderio peccaminoso per
il marito della sorella e viene lentamente dis-integrata;
alla fine il tram che si chiama desiderio l'ha portata alla
follia.
Ho preso spunto da
questo dramma per parlare di una ossessione, di un desiderio
ossessivo che colpisce alcune categorie di persone e che se
non riconosciuto, se non elaborato, può portare a serie
conseguenze, sia fisiche che psichiche; questo tram si
chiama "reverse anorexia".
Con la
denominazione reverse anorexia si intende un disturbo
dell'immagine corporea e spesso anche alimentare che
colpisce prevalentemente gli uomini e più in generale tutte
le persone che ripongono particolare attenzione alla propria
massa muscolare e alla forma fisica.
Harrison Pope Jr.,
uno dei ricercatori che per primi hanno studiato questo
disturbo, specifica che l'ossessione dell'individuo si
concentra sull'aumento della massa muscolare e la
diminuzione di quella grassa. L'individuo con tale dismorfia
si impegna in una strenua quanto vana rincorsa verso un
ideale fisico iper-mesomorfico e ciò attraverso l'esercizio
fisico, l'uso di steroidi e diete particolari, egli
però non rimane mai soddisfatto dei risultati, si vede
invece sempre smilzo, gracile, da qui il nome anoressia alla
rovescia per sottolineare la specularità con le distorsioni
dell'immagine corporea proprie dell'anoressia.
Secondo Pope tale
disturbo è la ripresentazione dell'ossessione per le
fattezze corporee dell'anoressia, solo che espressa in una
nuova forma; con un semplice ma efficace paradigma si
potrebbe dire: il focus dell'ossessione non è più la paura
d'ingrassare ma il timore di non essere abbastanza grossi.
Per dare un'idea
delle limitazioni recate alla vita quotidiana da tale
disturbo basti pensare che quelli che ne sono colpiti
passano molte ore a potenziarsi in palestra, si vergognano a
farsi vedere d'estate nudi sulla spiaggia anche se sono
obiettivamente muscolosi, si attengono in maniera maniacale
a una dieta ferrea iper-proteica ricorrendo talvolta a
metodi compensativi per perdere peso (digiuno, vomito, uso
di lassativi, esercizio fisico) e fanno infine spesso uso ed
anche abuso di steroidi anabolizzanti ignorando i rischi che
tali assunzioni possono comportare.
Non è un caso
inoltre che questa dismorfia corporea abbia visto un
rapido aumento negli anni '90 quando un attività come il
bodybuilding ha visto crescere il numero di appassionati e
le attenzioni per il rimodellamento corporeo hanno portato
al boom della chirurgia plastica e dei cosmetici.
Non è una casualità
nemmeno che si presenti maggiormente nel sesso maschile.
Eric Silverman, antropologo alla DePauw University e
specializzato nello studio dell'immagine corporea a tal
proposito richiama l'attenzione sui cambiamenti avvenuti nei
ruoli sessuali con il passaggio negli ultimi decenni dal
modello di cultura patriarcale a quello odierno egualitario
(o presunto tale); oggi le donne dirigono ditte, pilotano
aerei e sono intraprendenti, lasciando i maschi
completamente dubbiosi circa il significato della loro
mascolinità.
Come afferma
infatti :"Improvvisamente gli uomini sentono
il bisogno di ridividere i generi sessuali. Essi avvertono
l'esigenza di qualcosa che li renda prettamente mascolini, o
anche ipermascolini."
Per alcuni uomini
questo significa sviluppare più muscoli, sviluppare più
potenza fisica; perciò proprio quando lo sviluppo
tecnologico ha permesso di creare lavori in cui la forza
fisica tipicamente maschile è inutilizzata a discapito
della manualità e delle facoltà intellettive distribuite
parimenti nei due sessi, il maschio si è rifugiato in
attività che ripropongono valori mascolini come la forza e
la prestanza fisica.
A questo punto mi
vengono da fare due riflessioni circa l'eziopatogenesi della
reverse anorexia, tenendo anche in considerazione alcuni eventi
storico-culturali verificatesi negli ultimi anni.
La prima ipotesi
eziopatogenetica tiene in considerazione la matrice dei
rapporti intrattenuti dal soggetto nell'infanzia con i
propri oggetti-sè (in questo mi rifaccio alle formulazioni
di H. Kohut), la seconda invece chiama in causa il complesso
di castrazione di freudiana memoria con le sue ripercussioni
nell'ambiente sociale.
Anche se questi due
concetti presentano nel loro costrutto teorico alcune
differenze sostanziali, me ne sono tuttavia servito perchè
secondo me sono entrambi necessari per spiegare sotto punti
di vista diversi le caratteristiche patologiche dei soggetti
affetti da dismorfia. Per qunto riguarda la teoria di Kohut,
ritengo che l'accentuazione da lui data agli scambi
genitori-bambino nelle dimensioni di auto-affermazione e
idealizzazione possa aiutare a comprendere la personalità
del sofferente.
Kohut ha concepito
lo sviluppo della personalità umana come il cammino di
un centro di iniziativa di relazioni detto Sè, presente sin
dalla nascita, da uno stadio originario di grandiosità
arcaica e di onnipotenza verso un narcisismo sano e
costruttivo su cui si basano le conquiste creative
dell'uomo.
Questo cammino
tuttavia non si compie mai da solo ma in costante rapporto
con gli altri, infatti il dato primario su cui si fonda la
vita psichica è la ricerca degli altri, "abbiamo
bisogno degli altri per essere vivi" (Kohut 1977). Di
basilare importanza per la strutturazione di un narcisismo
maturo è così la relazione che si instaura fin dalla
nascita con le figure genitoriali. Queste devono rispondere
alle esigenze arcaiche del Sè del bambino in modo
empatico e complementare; inizialmente il bambino investe
gli oggetti di libido narcisistica e li percepisce come
intimamente fusi con il suo Sè arcaico, poi, attraverso
adeguate relazioni Sè/oggetto-Sè, il narcisismo del
bambino evolverà da investimenti narcisistici verso
investimenti oggettuali con sempre più chiare distinzioni
tra Sè e non-Sè.
Nel corso di uno
sviluppo normale si creano due tipi di relazione Sè/oggetti-Sè:
bisogni del Sè arcaico di esibizionismo e auto-affermazione
troveranno negli oggetti-Sè delle figure rispecchianti che
appagheranno tali bisogni, mentre esigenze di perfezione
narcisistica non raggiunte dal bambino troveranno sollievo
nell'idealizzazione degli oggetti-Sè genitoriali,
depositari di tutte le caratteristiche di grandiosità e
ambizione cercate dal Sè del bambino. In seguito,
attraverso la metabolizzazione di inevitabili frustrazioni
narcisistiche da parte degli oggetti-Sè, questi verranno
disinvestiti delle loro funzioni e le esigenze di grandiosità
e di idealizzazione riportate in una condizione di realtà,
trasformandosi nelle sane esperienze di autostima,
ambizione e assertività.
Il destino dello
sviluppo psichico umano passa come abbiamo detto attraverso
le relazioni con le figure genitoriali e così anche lo
sviluppo patologico dipende dalle inadempienze di queste
ultime nello svolgere le funzioni di oggetto-Sè per il
bambino. I disordini del Sè sono infatti per Kohut dovuti a
manchevolezze dell'ambiente psicologico del bambino, che non
potendo contare quando ne ha bisogno di adeguati oggetti
rispecchianti o idealizzanti, non ha potuto soddisfare le
proprie esigenze narcisistiche; egli subisce così una
regressione dell'attività psichica verso una pura ricerca
del piacere e verso manifestazioni di rabbia distruttiva.
La mancanza di
empatia da parte delle figure di accudimento può andare da
forme lievi di disattenzione a forme estreme di negligenza
in presenza di una patologia caratteriale delle stesse
figure parentali, in questo secondo caso soprattutto, le
conseguenze sono lo sviluppo di disturbi del Sè primari e
secondari. Oggetto della mia ricerca sono i disturbi
secondari del Sè e cioè i disturbi narcisistici di
personalità e i disturbi narcisistici del comportamento.
I primi si manifestano per lo più con sintomi quali
ipersensibilità alle offese, ipocondria, bisogni di
attenzione, depressione, mentre i secondi con sintomi quali
la perversione, la delinquenza o la tossicomania.
L' ipotesi
che qui sostengo è che gli individui affetti da reverse
anorexia abbiano una struttura deficitaria del Sè che li
porta a manifestare disturbi secondari del Sè. Per
quanto concerne eziopatogenesi di tale disturbo chiamo in
causa i cambiamenti verificatesi a livello
relazionale-familiare (psicotropici) con l'avvento
dell'ultima rivoluzione industriale e del sistema
capitalistico, in ciò concordo appieno con quanto postulato
da Kohut nel 1977 ( Kohut, 1977, The restoration of the
self) e da Modell nel 1984 (Modell, 1984, Psychoanalysis in
a New Contest).
Una delle categorie
più studiate in merito a questi disturbi dell'immagine
corporea è stata quella dei culturisti. Si è spesso
constatato (Olivardia R., Pope H., Hudson J., 2000. Blouin
A., Goldfield G., 1994.Andersen R., Barlett S. et al. 1994)
che questi soggetti, oltre al sintomo principale presentano,
se paragonati a gruppi di controllo, anche disturbi
dell'umore, disturbi d'ansia, tendenza all'isolmento
sociale, alti livelli di perfezionismo, elevato narcisismo,
tratti ossessivo-compulsivi, bassa autostima, paura della
maturità e elevata aggressività. Inoltre soprattutto i
culturisti agonisti risultano sovente dipendenti dall'uso di
steroidi anabolizzanti e vari tipi di integratori
vitaminici.
Questi dati
confermerebbero la mia ipotesi di un disturbo narcisistico
di personalità e del comportamento. Tali sintomi si
evidenziano infatti sia nel vissuto interiore del
culturista, eccessivamente sensibile alle critiche altrui,
ansioso nei rapporti sociali, con bassa autostima e bisogno
di attenzioni su di sè, sia nei suoi agiti all'esterno,
come si evince dalla tendenza a esplosioni di aggrassività
e dall'uso smodato di droghe anabolizzanti.
La scelta del
body-building da parte di questi soggetti è poi indicativa
di un'attenzione ossessiva su se stessi: il body-building è
lo sport individualistico per eccellenza, perchè non
richiede il monitoraggio continuo di un coach e si può
praticare in solitudine, ha inoltre come oggetto primario la
"costruzione del corpo", da costruire giorno dopo
giorno, è insomma uno sport prettamente narcisistico
che appaga nel praticante simili bisogni. A pensarci
bene il culturista agonista rivive nella forma
sublimata e "sociale" della gara, che consiste
nell'esposizione dei suoi muscoli, ciò che non ha vissuto
nell'infanzia con i genitori, l'accoglimento cioè da parte
degli spettatori dei suoi bisogni esibizionistici e
grandiosi.
Volendo poi
analizzare meglio la questione da un punto di vista
psico-fisiologico, la sagoma corporea esposta nel culturismo
alla vista di tutti è costituita dalla pelle, ossia
l'organo più esterno del corpo umano, il sistema che
maggiormente comunica e interagisce con l'esterno.
Considerando che il culturista mira a gonfiare, allargare
sempre più le coordinate della propria geometria corporea
si può supporre che stia in tal modo comunicando
inconsciamente qualcosa agli altri e precisamente che voglia
frapporre una distanza sempre maggiore fra se e gli altri,
una distanza "muscolare"che gli permetta di
controllare il mondo senza esserne invaso. L'aspetto
imponente, minaccioso del culturista delinea la posizione
che esso vuole prendere nei confronti degli altri; è un
sistema difensivo antico, naturale, incutere timore per
paura di essere aggrediti e così la massa muscolare diviene
simbolicamente una corazza attraverso cui si può interagire
con gli altri.
V. Ruggieri (Ruggieri
et al. 1987) in uno studio ha evidenziato come in soggetti
obesi il comportamento bulimico fosse dovuto alla mancanza
di segnali di stop provenienti dalla periferia del corpo. L'iperfagia
bulimica degli obesi si accompagnava inoltre ad una più
bassa temperatura cutanea rispetto ad un gruppo di
controllo, fu quindi ipotizzato che gli obesi si
abbuffassero oltre che per la mancanza di stop periferici
anche per compensare il deficit termoregolativo. Ma perchè
questi soggetti avevano una temperatura cutanea così bassa?
Tenendo in
considerazione il ruolo di contatto e di relazione che la
cute svolge con l'ambiente esterno e visti gli alti punteggi
nei test di barriera corporea nei confronti dell'intimità
fisico-erotica e sociale, gli studiosi ipotizzarono che in
questi soggetti la minor temperatura cutanea fosse collegata
all'atteggiamento negativo nei confronti del contatto
interpersonale e fecero risalire tale atteggiamento a
una precoce esperienza interpersonale negativa dell'età
neonatale.
Gli studiosi conclusero
che probabilmente per l'apertura dei circuiti che regolano
la recezione cutanea sono fondamentali i primi scambi
relazionali con i caregivers.
Sulla base di
queste speculazioni possiamo applicare lo stesso discorso ai
culturisti aggiungendo che, in questo caso a compensare il
deficit termoregolativo cutaneo sarebbe non la massa
adiposa, ma quella muscolare e in più la dieta
iper-calorica assunta abitualmente dai culturisti.
Dunque oggi
assisteremmo nella nuova problematica maschile del
dismorfismo muscolare ad un aumento dei disturbi
narcisistici di personalità; si potrebbe dire che se per le
donne i disturbi alimentari e dell'immagine corporea hanno
avuto da sempre una matrice isterica e sono considerati in
certo qual modo l'eredità patologica dell'isteria, i
problemi del maschio con il proprio corpo vadano ricercati
invece in una struttura ossessivo-compulsiva e in una
struttura narcisistica di personalità. Riguardo
all'eziopatogenesi è interessante notare come l'aumento di
tali disturbi si sia verificato soprattutto negli anni'80/90
in concomitanza con l'accentuazione maggiore riposta sul
corpo maschile in questo periodo. Sembrerebbe quindi che i
maschi con una personalità più fragile abbiano manifestato
con tali disturbi le ripercussioni dell'impatto del loro debole
Io con i dictat socio-culturali odierni. Tuttavia ciò non
spiega perchè in epoche passate in cui pure venne riposta
attenzione sul corpo maschile non si verificarono tali
conseguenze, inoltre è mia convinzione che la cultura
può dare la forma a una patologia, ne può forse costituire
il background ma non ne è certo la causa. Le cause
vanno ricercate più in profondità. Ma dove, dunque, è
lecito chiedersi?
Probabilmente nel
contesto dei primi scambi relazionali genitori-figli.
Prendendo come
spunto l'ipotesi psicotropica di A.Modell sull'aumento di
disturbi narcisistici di personalità nella clinica dei
disturbi mentali, nonchè la riflessione di Kohut sullo
stesso tema, consideriamo brevemente quali cambiamenti sono
avvenuti negli scambi comunicativi bambino-genitori nelle
ultime generazioni e come i cambiamenti socio-culturali
hanno partecipato in questo processo. Negli ultimi 50 anni
le donne hanno goduto di sempre maggiore accessibilità verso
il mondo del lavoro affiancando i maschi nei
frenetici ritmi della vita lavorativa, la famiglia allargata
ha visto il suo lento recedere ed ha lasciato il posto
a famiglie mononucleari. Inoltre le competenze
educative che erano prima svolte dai genitori vengono oggi
quasi totalmente affidate alle istituzioni sociali deputate
all'educazione dei figli; esse hanno assunto il mandato
sociale di acculturamento di bambini e ragazzi.
A causa di questi
cambiamenti i bambini hanno passato sempre minor tempo con i
genitori e sempre di più con altre e più impersonali
agenzie di comunicazione/acculturamento come la scuola, le
domestiche, la televisione. Per dirla con Kohut: "Il
bambino dei giorni nostri ha sempre meno opportunità di
osservare i genitori al lavoro o almeno di partecipare
emotivamente, attraverso immagini concrete, comprensibili,
alla competenza dei genitori e al loro orgoglio nella
situazione di lavoro in cui il loro Sè è più
profondamente impegnato e il nucleo della loro personalità
più accessibile all'osservatore empatico...L'ambiente che
prima veniva sperimentato come minacciosamente vicino tende
sempre più a essere sperimentato come minacciosamente
distante."(Kohut H., 1977, The restoration of the self,
Ed.It.1980 Boringhieri pagg. 236-237).
Quindi questa
sottostimolazione del bambino da parte degli oggetti-Sè
dovuta sia, come detto, ai nuovi ritmi di vita, sia per una
loro stessa personalità patogena, potrebbe aver portato i
bambini a sviluppare poi da adulti un disturbo del Sè.
Quello che voglio
postulare (e in ciò mi avvicino anche al pensiero di Modell)
è che, prendendo in considerazione le ultime tre
generazioni, (quella degli anni' 70/80, quella degli anni
50/60 e quella degli anni '40) i soggetti con reverse
anorexia siano figli di genitori con disturbi narcisistici
di personalità e che questi genitori della seconda
generazione avrebbero sviluppato questo disturbo
narcisistico in seguito ai cambiamenti psicotropici
sopramenzionati verificatesi a partire dal dopoguerra. E'
importante notare come, a influire molto sulla personalità
disturbata dei membri della seconda generazione sia stata,
oltre alla distanza degli oggetti-Sè, l'assenza di
figure mediatrici di affetto come zie, nonni, amici, che
potevano sopperire alle mancanze dei genitori e infilarsi nelle
dinamiche familiari, moderando con la loro funzione
quelle situazioni in cui si verificava un'esclusività
affettiva per un figlio a discapito dell'altro. Infine,
a tutte queste componenti bisogna aggiungere l'impronta
individualistica data dalla stessa società. L'avvento del
sistema produttivo di tipo capitalista e soprattutto
l'accentuazione sulla filosofia del "farsi da
solo", l'arrivismo professionale e l'edonismo degli
anni '80 dell'era reganiana negli USA e craxiana in Italia
ha portato a una focalizzazione dell'individuo sui propri
bisogni e sulle esigenze esteriori con una obnubilazione
delle necessità "dell'altro". Non si può certo
generalizzare ma mi chiedo quanto questi giovani così
desiderosi di conferme e stimolazioni dall'ambiente esterno
siano figli di mamma-televisione e papà video-games, di un
passato insomma in cui la presenza di optional
materiali sostituiva troppo spesso la viglilanza
sollecita e empatica di un genitore.
Detto ciò passerò
a illustrare il secondo argomento, quello cioè
dell'esperienza della castrazione nei maschi con reverse
anorexia. Il fatto che mi rifarò principalmente alle
teorizzazioni della psicoanalisi classica potrebbe stridere
con l'approccio finora seguito e cioè quello della
"Self Psychology" kohutiana, tuttavia ritengo che
Kohut, con il suo inquadramento dell'esperienza della
castrazione nelle inadempienze degli oggetti-Sè nelle loro
funzioni, abbia perso la portata simbolica dell'angoscia per
la perdita del fallo data da Freud a questa esperienza.
Per Freud il complesso di castrazione è un evento
circostanziale e doloroso(a differenza dell'angoscia di
castrazione che: è universale tra gli uomini,
favorisce la risoluzione del complesso edipico e prelude
alla strutturazione della mascolinità con l'abbandono delle
mire fusionali verso la madre e l'identificazione con il
padre). Il complesso di castrazione si forma nell'inconscio
del maschio quando ha luogo un avvenimento (o più
avvenimenti) che provoca in lui la percezione interiore che
qualcosa di essenziale alla sua identità maschile è stato
sottratto. Ciò provoca un cedimento nell'identità virile,
un complesso appunto (nel modo in cui lo intende Jung),
ossia un insieme di immagini e percezioni raggruppate
intorno ad un aspetto e connotate affettivamente che
riemergono quando questo aspetto viene toccato. L'esperienza
della castrazione è un'esperienza viva nell'inconscio
dell'uomo e si ricollega alle minaccie portate dai
genitori al bambino in risposta alle sue attività sessuali,
alle ipotesi fantastiche formulate in seguito alla
constatazione dell'assenza del pene nelle donne, alla
proibizione paterna ai suoi desideri nel complesso
d'Edipo.
Ma come si può
rivivere tale complesso nell'età adulta e quali
conseguenze può portare?
La rievocazione
della castrazione si può verificare in contingenza di
eventi apparentemente non collegati con le reminiscenze
infantili che però si insinuano in un fragile sistema di
controllo dell'Io e fanno d'improvviso vacillare assetto
virile della persona, ponendola improvvisamente di fronte ad
un vuoto d'identità che deve assolutamente in qualche modo
colmare.
Naturalmente quanto
più l'identità maschile si fonderà su fragili equilibri
tanto più "il coltello della castrazione affonderà la
sua lama" e il complesso affiorerà alla superficie.
L'individuo
"castrato", scoperto nella sua vulnerabilità,
perde la sua sicurezza e cerca altri modi di compensazione
per ricrearsi quella virilità perduta.
Mi sono servito del
concetto del complesso di castrazione per formulare un'altra
ipotesi in merito agli uomini sofferenti di reverse anorexia
e cioè che nella nostra società la perdita dei rituali
di iniziazione sessuale unita alla nuova posizione sociale
ed economica delle donne, abbia portato molti uomini con una
identità maschile fragile a vivere sentimenti di
castrazione virile e a usare rituali ossessivi sul corpo
come sostituzione dell'erezione fallica.
I rituali
d'iniziazione, antico retaggio della società
tradizionale e ormai relegati a sparute tribù
esotiche, hanno sempre avuto una funzione strutturante per
l'identità sessuale.
Pensiamo per
esempio ai rituali di iniziazione dello Zambia dove il
giovane neo-pubere deve affrontare e superare tutta una
serie di prove e travestimenti prima di diventare uomo ed
occupare così un ruolo nella comunità.
Nel periodo
dell'adolescenza in cui il corpo diventa sessuato ed è
portatore di una realtà che costringe a confrontarsi con il
lutto della bisessualità, dell'illusione di una interezza
androgina, del narcisismo infantile, il rito funge da
organizzatore sociale per essere iniziati al sesso; con il
rito si ripercorre così un processo che ha avuto una natura
fondante fin dalla nascita, organizzando "i
paletti" che segnano i limiti della separatezza tra sé
e non-sè.
Nella nostra
cultura la funzione di molti riti è andata ormai perduta,
le poche traccie rimaste (la comunione, la cresima, la
maggiore età legale, l'entrata nel clan degli amici)
appaiono come svuotate di significato, lì dove si è persa
la processualità del rito, prende così posto il rituale
ossessivo moderno, nella sua sterile quanto difensiva
ripetitività.
I maschi affetti da
reverse anorexia possono per certi versi considerarsi un
emblema della ritualità agita dal maschio che vede
traballare la propria identità virile.
Come sottolineavo
prima, il maschio che gonfia il suo corpo e lo sottopone a
rigidi rituali ossessivi vuole in realtà controllare una
mascolinità che, di fronte alle nuove affermazioni della
donna, si sgretola e si disperde; l'ossessione per le
fattezze corporee nasconde in realtà un bisogno di separare
di nuovo la posizione dell'uomo da quella della donna. Di
fronte ad una donna che appare sempre più come mascolina,
"fallica", l'uomo fa del suo stesso corpo un
fallo, ossia una grottesca caricatura dell'ideale maschile.
Non è un caso infatti che insieme a questi problemi
dell'immagine corporea i maschi abbiano accusato un
aumento delle difunzioni sessuali, come le disfunzioni
erettili, l'eiaculazione precoce o l'eiaculazione ritardata,
questi sono tutti meccanismi psicofisiologici con cui il
corpo evita l'incontro/confronto con l'altro sesso; in realtà
la perdita non è tanto sul piano fisico, giacchè la
disfunzione sessuale è solo un epifenomeno, quanto sul
piano della potenza simbolica della virilità. E non è
un caso neanchè che gli epiteti più offensivi con cui si
suole apostrofare gli uomini li identifichino in toto con il
membro virile.
E' sorprendente
notare come nei dialetti dei popoli più disparati del
mondo questa associazione antropo-fallica abbia sempre lo
stesso significato: dire a un uomo che è un cazzone, un
piscione, o (con un'estensione alla restante zona genitale)
un coglione, una testa di cazzo, (gli inglesi usano un
espressione gergale simile: dick's head) significa
considerarlo un poco di buono, un inetto.
Ora noi sappiamo da
una delle leggi che regolano i processi inconsci, la
simmetria, come per l'inconscio una parte si può
identificare con il tutto e viceversa e sappiamo anche che
le emozioni sono il modo attraverso cui esso si
manifesta, tuttavia la cosa interessante è constatare
come questa fuoriuscita di materiale inconscio sotto forma
di emozioni sia diventato proprio un offesa. La risposta può
essere che nell'identificazione dell'uomo con il proprio
fallo si può alludere al bisogno di compensazione per
una virilità effettiva che non c'è ormai più. Ci
spingiamo ancora più avanti dicendo infine che dietro
questa fallizzazione del corpo maschile si nasconde lo
spettro della castrazione. La donna, con il suo togliere
agli uomini l'esclusiva in molte funzioni dell'ambiente
socio-culturale, li riporta a contatto con l'antica
proibizione subita dalla madre nell'infanzia per la loro
onnipotenza genitale. Detto in forma sintetica, la donna
sembra loro dire ancora una volta :"Togli le mani da lì".
Il corpo del
maschio con reverse anorexia continuamente plasmato e
riplasmato è in definitiva un corpo usato come un oggetto
(ben ha sfuttato questa situazione il sistema produttivo che
ha creato su questa nuova ossessione sul corpo tutto un
merchandising fatto di prodotti di bellezza per l'uomo).
Certi comportamenti rituali agiti sul corpo assumono
secondo me la funzione di una perversione, l'individuo
non raggiunge infatti la soddisfazione attraverso
appropriate pratiche sessuali ma rendendo il corpo
oggetto dis-umanizzato, feticcio appunto. Nel culto
ossessivo del corpo, il maschio risolve il mistero della
castrazione (ossia che il pene come è stato privato alle bambine
può essere privato anche al bambino) e lo fà con questa
equazione: corpo/feticcio=pene, quindi un uomo ne può
desumere o che la donna ha il pene, oppure considerando il
suo corpo un oggetto virilizzato all'ennesima potenza può
dire che non gli importa se le donne sono prive del pene,
perchè lui è bel lungi dall'essere una donna. (Stoller
R.J., 1975, Perversione, La forma erotica dell'odio,
Ed.It. 1978 Feltrinelli Milano).
Dott. Sergio Antonini
Antonini, S. (2001)
Un tram chiamato "reverse anorexia".
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 01 marzo 2001.
Riferimenti
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socio-culturali e psicodinamici nei disturbi alimentari
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1993
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Ruolo della temperatura cutanea e delle emozioni nell'obesità.
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Stoller,
R.J. (1975) Perversione. La forma erotica
dell'odio. Ed.It. Feltrinelli, Milano 1978
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