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Marco Baranello
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| Introduzione al
concetto di trauma |
| innovazioni teoriche. Trauma
sociale, trauma relazionale e microtrauma. |
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Parole
Chiave. trauma, trauma infantile, trauma sociale, trauma
relazionale, microtrauma, trauma tipo I e tipo II, trauma
cumulativo, abuso fisico, abuso verbale, trascuratezza
emotiva, abuso sessuale, violenza, oggetto-sé, memoria,
ricordi, nachträglichkeit, decodificazione imitativa,
attaccamento, disturbo borderline di personalità, sviluppo
del Sé, rappresentazione di interazioni generalizzate (RIG)
Trauma è
un termine che proviene dal greco traũma cioè ferita
dalla radice trō- “forare” (Cortellazzo, M., Zolli,
P. 1989). Sembra pertanto che ci si riferisca ad una ferita
con perforazione ovvero ad una visibile conseguenza di
azioni traumatiche.
Sinonimi di trauma sembrano essere i sostantivi lesione,
ferita, ammaccatura, contusione, botta, colpo e turbamento (Asciuti,
Busco, Gallo 1995).
Il termine “colpo” offre al trauma una connotazione
diversa rispetto al suo significato di conseguenza,
evidenziato dall’analisi etimologica. Sembrerebbe
possibile considerare, alcune volte, trauma e traumatico
come sinonimi.
In psicologia l’introduzione del concetto di trauma
psichico, soprattutto come elemento eziologico in alcune
forme di psicopatologia, lo dobbiamo a Breuer e Freud (1895)
anche se già Charcot associava la patogenesi delle «paralisi
isteriche» ad un evento traumatico che, dimenticato nella
veglia, poteva riemergere attraverso e solo durante l’uso
dell’ipnosi (Ellenberger, 1970).
Freud (1896) definisce il trauma «come un incremento di
eccitazione nel sistema nervoso centrale, che questo non
è riuscito a liquidare a sufficienza mediante reazione
motoria». Ecco che i sintomi isterici sembrano scaturire da
una inibizione a livello periferico di un’eccitazione
centrale o da una «conversione» o «commutazione» (Ruggieri,
1988) dell’eccitazione da un sistema ad un altro.
Per avere un quadro completo di quello che oggi, in
psicologia, viene definito “trauma” è necessario
prendere in considerazione altri punti di vista.
Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali
nella sua quarta edizione (A.P.A., 1994) classifica come
traumatici quegli eventi che «includono, ma non sono
limitati a, combattimenti militari, aggressione personale
violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo,
rapina), rapimento, essere presi in ostaggio, attacco
terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di
guerra o in campo di concentramento, disastri naturali o
provocati, gravi incidenti automobilistici, ricevere una
diagnosi di malattie minacciose per la vita». Secondo il
DSM-IV può essere traumatica un’esperienza diretta,
l’essere stato testimone di esperienze che abbiamo
minacciato l’integrità di persone significative
(familiari o amici stretti) o ancora essere venuti a
conoscenza di tali eventi vissuti da altri.
Il trauma sembra, da quanto esposto, classificabile come
conseguenza di eventi o situazioni eclatanti ed oggettive.
Per il dizionario di psicologia curato da Piéron (1951) il
trauma psichico è «un’emozione violenta capace di
modificare in modo permanente la personalità di un
individuo sensibilizzando alla successive analoghe
esperienze emotive».
Il vocabolario
della lingua italiana Zanichelli (Zanichelli, 1989)
definisce il trauma una «lesione determinata da una causa
violenta, anche nel campo psichico» e sembra in accordo sia
con la definizione del DSM-IV (1994) che prende in
considerazione eventi eclatanti che con il significato
etimologico di ferita.
Per il grande dizionario Garzanti della lingua italiana
il trauma sarebbe una «lesione determinata dall’azione
violenta di agenti esterni: le ferite, le contusioni, le
ustioni sono traumi» e il trauma psichico un’«emozione
che incide profondamente sulla personalità del soggetto».
Quello che accomuna queste definizioni sembra la mancata
considerazione (almeno esplicita) dell’esperienza
soggettiva di dolore associata all’evento traumatico.
Scrivono Breuer e Freud (1895): «Qualsiasi esperienza che
susciti una situazione penosa – quale la paura, l’ansia,
la vergogna o il dolore fisico – può agire da trauma».
Inoltre definire il trauma come emozione che incide sulla
personalità non sembra sufficiente; un evento per essere
considerato traumatico dovrebbe, secondo noi, portare a
conseguenze connotate negativamente.
Sintetizzando sembra che il trauma psichico possa essere
definito come un’emozione violenta in risposta a
situazioni traumatiche che incidono negativamente e in modo
significativo sul processo di sviluppo della personalità.
Accanto ad eventi traumatici evidenti, già in studi
sull’isteria (Breuer, J., Freud, S., 1895) si era
notato come situazioni banali e di per sé non traumatiche
potessero essere considerate eziologicamente importanti ai
fini dello sviluppo di una psicopatologica e connotarsi
pertanto come trauma. Stiamo parlando dei cosiddetti «traumi
parziali» (ibidem). Breuer e Freud affermano che «Nel caso
dell’isteria comune capita sovente di trovare numerosi
traumi parziali, che costituiscono il gruppo di cause
scatenanti, in luogo di un singolo trauma importante. Detti
traumi sono stati in grado di esercitare il loro effetto
soltanto per via di sommazione…».
In linea con questo pensiero sembra anche la definizione
offerta da Khan (1963) di «trauma cumulativo» in cui
l’autore teorizza che eventi o situazioni non eclatanti e
che quindi potrebbero facilmente essere considerate non
traumatici, possano determinare un effetto patogeno sul
processo di strutturazione dell’Io se vengono considerati
«retrospettivamente».
Kohut (1978) sostiene che eventi «brutalmente traumatici
[…] lasciano l’impronta in un numero minore di gravi
disturbi del Sé, rispetto all’atmosfera cronica
dominante, creata da atteggiamenti profondamente radicati
negli oggetti-Sé».
L’ipotesi di Kohut secondo noi è in linea con quelle
espresse dai teorici dell’attaccamento. Main e Hesse
(1992) suggeriscono che la paura che alcuni genitori possono
incutere nei propri figli sia alla base di una categoria
dell’attaccamento definita «attaccamento
disorganizzato/disorientato» che, in breve, avrebbe la sua
radice in un paradosso che questi genitori suscitano nei
figli: ci sarebbero due bisogni conflittuali
(contemporaneamente attivi) del bambino, che non possono
risolversi in termini comportamentali, cioè quello di
essere accudito e quindi ricercare il genitore e
all’opposto la necessità di evitarlo perché «fonte di
pericolo».
Queste esperienze interattive tra madre e bambino, se il
genitore non è stato «fortemente maltrattante», secondo
gli autori, potrebbero non essere consce in età adulta.
Main e Hesse (ibidem) scrivono che «l’ambiguità, la
confusione e la paura che circondano tali osservazioni e
interazioni, possono condurre la prole allo sviluppo di una
rappresentazione che suscita paura e la cui fonte è
irreperibile». Per gli autori la radice di queste paure
non è reperibile poiché «la loro origine» non può
essere direttamente associata ad una situazione traumatica,
ma si colloca nel più ampio quadro della relazione tra caregiver
e bambino.
Noi, in accordo con queste ultime definizioni, abbiamo
tentato di raccogliere tali eventi non eclatanti nel
concetto di microtrauma. Abbiamo definito il
microtrauma come una situazione soggettivamente dolorosa
che di per sé e nella maggior parte dei casi non produce
effetti significativamente negativi sul processo di sviluppo
della personalità. Un microtrauma, secondo noi, non è
un trauma, ma traumatica potrebbe essere la costanza con cui
tali eventi si ripetono (trauma cumulativo).
Eventi microtraumatici, nel senso che producono un vissuto
di sofferenza circoscritto e lieve, potrebbero essere brevi
separazioni, singoli rimproveri, assistere ad un litigio,
ecc.
Per immaginare un microtrauma possiamo pensare a quei
rimproveri a valenza educativa, come lo sgridare con forza
un’azione rischiosa di un bambino che può essere ad
esempio il mettere in bocca o toccare materiali pericolosi.
Spesso la prima reazione del bambino è il pianto oppure una
condizione di rabbia, probabilmente a causa
dell’inibizione di un’azione spontanea.
Occorre, secondo noi, tener presente le variabili
socio-culturali di una comunità nel definire quali eventi
possano essere considerati traumatici e microtraumatici.
Vogliamo sottolineare che un organismo viene completamente
coinvolto nelle proprie esperienze. Un soggetto sembra non
essere mai uno spettatore passivo degli eventi. Ricerche nel
campo della psicofisiologia (Ruggieri, 1997) sembrano
dimostrare l’esistenza di un processo definito «decodificazione
imitativa» per cui un soggetto che guarda ad esempio
l’espressione su un volto, tenderebbe a riprodurre «lo
stesso pattern mimico-espressivo della figura stimolo»
(ibidem).
Secondo Ruggieri (1988, 1997) il sentimento è un autosegnale
per l’organismo. Grazie al sentimento l’individuo «interpreta,
secondo una modalità non cognitiva, l’esperienza corporea
provocata dallo stimolo» (Ruggieri, 1997).
Ricordiamo che per l’autore l’emozione è una risposta
integrata che coinvolge sia il sistema nervoso centrale che
la periferia del corpo.
Una situazione traumatica pertanto sembra coinvolgere
l’individuo nel suo complesso. Probabilmente anche il
ricordo degli eventi sarà veicolato dall’esperienza
percettiva e sensoriale.
Come insegna Freud (1896) la conversione isterica è un
tentativo dell’organismo di liquidare un «eccesso di
eccitazione» attivato da un evento traumatico, attraverso
una reazione motoria, per mezzo cioè di una «modalità più
primitiva di codici somatici» (Dazzi, 1996).
Dalle sue origini il concetto di trauma, in psicologia, ha
avuto e sta avendo una sua evoluzione.
Si è visto come Khan abbia affiancato al sostantivo trauma
il termine cumulativo. Se eventi di per sé banali, possono
retrospettivamente essere considerati traumatici,
soprattutto se “sommati” ad altri, occorre considerare
l’importante ruolo svolto dalla memoria.
Modell (1991) ha riportato all’attenzione dei clinici il
concetto proposto da Freud di Nachträglichkeit,
secondo il quale la memoria viene ritrascritta a
partire dal contenuto dell’esperienza successiva.
L’autore cita gli esperimenti di Edelman per valorizzare
il concetto.
Due eventi distanti tra loro temporalmente, potrebbero, in
virtù di questo processo, essere associati e produrre, ad
esempio, un trauma. Sembra esserci una sorta di limbo in cui
eventi passati rimangono in sospeso per essere aggiustati,
consolidati o modificati emotivamente e/o cognitivamente in
periodi successivi.
Sarà capitato a molti di ricordare eventi passati, ad
esempio tra amici, e scoprire che a volte la memoria di
alcuni stessi episodi risultava diversa per ognuno. Sembra
quindi che possano avvenire successivi aggiustamenti dei
propri ricordi per allinearli a quelli storicamente
“corretti”.
Secondo noi questo processo di ricostruzione di eventi
passati potrebbe essere veicolato dalla fantasia e
dall’affetto. Elementi fantastici legati ad un ricordo
potrebbero associarsi (secondo modalità cognitive e non)
agli eventi, e creare un falso ricordo che comunque, se non
avrà possibilità di verifica, potrebbe cronicizzarsi.
Così ad esempio, per un bambino, un evento banale come
l’essere stati lasciati a casa dei nonni per un fine
settimana, potrebbe essere vissuto come un abbandono da
parte dei genitori. Questo piccolo episodio, se il sistema
familiare è funzionale, potrebbe rimanere isolato e non
produrre effetti futuri significativamente negativi, cioè
essere considerato microtraumatico. Ma come ricorda Khan il
trauma potrebbe scaturire da una ripetizione di tali eventi;
ricordiamo che l’autore sottolinea l’importanza di
queste situazioni nel periodo pre-verbale.
Per tornare al ruolo della fantasia, non possiamo non
ricordare il passaggio dalla teoria della seduzione
all’importanza delle fantasie operata da Freud (1897).
Inizialmente Freud (1895) definì eziologicamente la
sintomatologia isterica come risultato di un trauma
infantile “reale” dal punto di vista storico, che veniva
escluso dalla coscienza (poiché non sopportabile)
attraverso un processo di “rimozione”. Il trauma veniva
comunque manifestato attraverso i sintomi per mezzo di un
altro processo definito “conversione”.
Quando Freud scoprì che molti dei ricordi traumatici
raccontati dalle sue pazienti “isteriche” non erano
realmente accaduti non abbandonò la sua “teoria della
seduzione”. Introdusse il ruolo della fantasia.
La fantasia però, come del resto ogni processo umano, non
è sovrastrutturato, non può fare a meno del resto
dell’organismo per esistere. Ricerche psicofisiologiche (Ruggieri,
1997) sembrano dimostrare che l’unica differenza tra la
percezione di uno stimolo visivo esterno e l’immaginazione
dello stesso sia soltanto nella loro origine, poiché
entrambi utilizzano le medesime vie e strutture per
realizzarsi.
La maggior parte degli adulti è in grado di ricordare
perfettamente alcune fantasie infantili, ad esempio quelle
sul proprio futuro, o altri desideri di quando si era
bambini; quindi non occorre andare a cercare dati statistici
per dimostrare come una fantasia entri a far parte del
nostro patrimonio mnestico.
La fantasia quindi è un evento reale, anche se non fa parte
di una realtà storica condivisa.
Se una situazione realmente accaduta può essere ricordata
in maniera falsata, allora quella memoria è una costruzione
fantastica, è immaginazione. Ogni ricordo, secondo noi, è
una ri-produzione. Ma nel produrre una memoria storica, non
possiamo non considerare il ruolo attivo del soggetto, nella
sua globalità. Quindi il peso dell’esperienza soggettiva.
Lontani da un «costruttivismo radicale» (Gill, 1994),
riteniamo che una fantasia traumatica trovi sempre un punto
d’appoggio nella realtà storica. Infatti una fantasia di
abbandono come quella descritta in precedenza probabilmente
non esisterebbe se non ci fosse una situazione in grado di
sollecitarla. La paura stessa di un abbandono immaginato
potrebbe diventare memoria o comunque lasciare tracce di sé.
Dato che del nostro passato possiamo avere soltanto ricordi,
immaginazione e realtà potrebbero fondersi e confondersi,
essendo entrambi ricostruzioni e, come già detto in
precedenza, utilizzando le stesse strutture per realizzarsi
(Ruggieri, 1988).
Sembra in accordo con quanto detto anche Piaget che parlando
di se stesso ha affermato di come un proprio ricordo
probabilmente di una storia raccontata fosse stato da lui
proiettato «nel passato come una immagine visiva che era in
realtà il ricordo di un ricordo» (Dazzi, S. 1996).
Durante una discussione, una collega mi ha fatto notare di
come ricordasse perfettamente l’interno di uno stanzino
delle scope, nell’asilo che aveva frequentato, senza che
in “realtà” lo avesse mai visto. Le maestre infatti
minacciavano i bambini dicendo che chi avesse disturbato
sarebbe stato chiuso in quella stanza.
Questa visione vuole offrire la possibilità di rileggere i
traumi “reali” sotto un’ottica più ampia che tenga
conto non soltanto dell’evento considerato traumatico ma
di tutta la storia dell’individuo, alla luce delle
considerazioni sul ruolo della fantasia, sul concetto di
ritrascrizione freudiano nonché sull'ipotesi del «trauma
cumulativo» (Khan, 1963) e quindi attribuire importanza a
quegli eventi e situazioni che abbiamo definito microtraumatici.
Bowlby (1973), in realtà, ci ha offerto già questa
possibilità. Egli ha operato uno spostamento da una
concezione di trauma che teneva conto di componenti quasi
esclusivamente intrapsichiche al ruolo complesso
dell’ambiente e delle relazioni del bambino con le figure
di accudimento (caregiver) in un’ottica
transgenerazionale (Riva Crugnola, C. 1999).
Per Bowlby (1988), traumatica è l’esperienza non
funzionale di attaccamento, che si evidenzia attraverso
delle modalità di comunicazione alterate. Sia la
non-comunicazione che comunicazioni conflittuali potrebbero
contribuire allo sviluppo di una psicopatologia.
Il bambino sembra sviluppare il proprio Sé anche in
funzione del rapporto con l’immagine e le fantasie che di
lui hanno i genitori o più in generale i caregiver.
Quindi Bowlby offre in qualche modo un ponte di aggancio tra
fantasia ed eventi reali, quindi una rilettura del trauma
secondo un punto di vista che tenga conto soprattutto della
relazione reciproca tra bambino e ambiente.
Lindemann (1944) sembra considerare l’importanza dei
legami di attaccamento, nel definire il trauma psichico come
un «improvviso sconvolgimento dei legami di affiliazione».
Nell’analizzare un noto caso clinico di una bambina (Anne),
riportato da Kris (1962), Lichtenberg (1989) fa notare come
la modalità di alimentazione della «signora Adams» nei
confronti di Anne (la figlia) riproducesse il metodo usato
nei suoi confronti quando era piccola. L’autore afferma
che «la signora Adams non sta ricordando e mettendo
nuovamente in atto le sue procedure di bambina che succhiava
il biberon, ma la procedura di alimentazione di chi
l’accudiva».
Lo stesso autore si domanda come spiegare tutti i casi in
cui «la procedura di alimentazione differisce […] da
quella che la madre ha ricevuto da bambina».
A questo proposito Lichtenberg (1989) utilizza
l’affermazione per cui «il trauma organizza […] o fissa
ed è la fonte della coazione a ripetere». Ricorre inoltre
alle osservazioni di Kris secondo le quali «l’effetto del
benessere è quello di produrre ricordi di soddisfazione
legati al cibo, che sostituiranno “gli elementi mancanti
nella soddisfazione reale in ogni situazione concreta”».
Lichtenberg utilizza in realtà questo materiale per
introdurre il concetto proposto da Stern (1985) di «rappresentazioni
di interazioni che sono state generalizzate» o «RIG».
Per semplificare, possiamo dire che quello che si ricorda
non è ogni singolo episodio, attraverso una modalità di
immagazzinamento dell’informazione di tipo isomorfo, ma la
media delle procedure, ad esempio, utilizzate dalla madre
per allattare il figlio.
Riteniamo inoltre che ogni episodio che differisca dalle
aspettative legate ad una situazione generalizzata, potrebbe
essere memorizzato come significativo secondo una relazione
di proporzionalità diretta della distanza di quell’evento
dalle attese.
Per fare un esempio, se una mamma cantasse la ninna nanna
tutte le sere al proprio figlio, ciò che verrebbe ricordato
non sarebbe ogni singolo episodio, ma una generalizzazione
del tipo “mia madre mi cantava sempre la ninna nanna”.
Se però in questo sistema di aspettative accadesse qualcosa
per cui la nenia non venisse cantata al bambino in un
momento in cui lo desiderava fortemente, allora con molta
probabilità, seguendo le ipotesi di Stern, questo episodio
creerebbe una soluzione di continuità nella
generalizzazione, e il singolo evento verrebbe ricordato (cognitivamente
e/o non).
Non è difficile reperire, da coloro che hanno vissuto ad
esempio la seconda guerra mondiale, date precise e orari
della chiamata alle armi o di singoli eventi importanti in
un contesto storico ricordato per il resto come guerra.
Ci siamo soffermati sul concetto di RIG perché lo riteniamo
utile per dar forza all’idea che episodi microtraumatici
possano rappresentare ed avere un ruolo importante, se
inseriti in un contesto di aspettative, sia come eventi
attesi che come episodi distanti dalle previsioni,
nell’organizzazione della personalità.
Da quanto esposto finora, potrebbe sembrare opportuno
integrare i diversi punti di vista in un concetto di trauma
che sia onnicomprensivo.
Secondo noi questa operazione, per alcuni versi economica,
potrebbe risultare però poco fruttuosa in campo clinico
perché non si tenderebbe a differenziare tra gli eventi. Si
potrebbe infatti correre il rischio di creare un’enorme
concetto in cui tutto è traumatico.
Crediamo che il metodo migliore sia quello di differenziare
il trauma in sottocategorie specifiche.
A questo proposito la Terr (1994) descrive due tipologie di
trauma che definisce tipo I e tipo II.
Con il primo concetto ci si riferisce ad un singolo evento
traumatico eclatante come un incendio, una calamità
naturale, un rapimento ecc., mentre con trauma di tipo II
l’autrice designa una ripetuta e prolungata situazione
traumatica come ad esempio maltrattamenti ripetuti durante
l’infanzia. Questo ultimo concetto è già stato descritto
da Khan (1963) come trauma cumulativo. La Terr non inserisce
comunque nella bibliografia il riferimento a questo autore.
Secondo noi sarebbe possibile considerare due altre
tipologie qualitative di trauma che abbiamo definito trauma
sociale e trauma relazionale, le quali andrebbero
ad integrarsi con la categorizzazione quantitativa avanzata
dalla Terr.
Con trauma sociale intendiamo definire eventi o
situazioni traumatiche condivise con una comunità di
appartenenza o un gruppo, o potenzialmente condivisibili.
Una calamità naturale, come ad esempio un grave terremoto,
sarebbe una situazione traumatica di tipo sociale, poiché
coinvolge una certa popolazione. Tutti i membri di quella
comunità, probabilmente, metteranno in atto dei
comportamenti al fine di superare il disagio. Soprattutto il
tipo di evento, nella maggior parte dei casi, non sarà
evitato nelle discussioni; possiamo dire che l’evento può
essere considerato socialmente accettabile.
Lo stesso vale per altri tipi di episodi come ad esempio un
incidente automobilistico. Il fatto è potenzialmente
condivisibile con gli altri.
Se ora ci spostiamo sul versante delle relazioni
interpersonali, ci accorgiamo che esistono eventi che non
hanno la stessa potenzialità di essere condivisi.
Nel caso di abusi sessuali, ad esempio, il trauma potrebbe
essere di tipo I o II (Terr, 1994) e comunque relazionale.
Con trauma relazionale intendiamo appunto eventi o
situazioni traumatiche che coinvolgano una o pochissime
relazioni interpersonali.
Per continuare con l’esempio di un abuso sessuale,
inoltre, al fine di garantire il silenzio della vittima,
l’abusatore (abuser) potrebbe mettere in atto
comportamenti altrettanto traumatici come ad esempio minacce
o altre forme di gravi violenze verbali.
Se poi pensiamo che la maggior parte degli abusi avviene
all’interno della propria famiglia (in senso allargato),
ci possiamo rendere conto di come sia difficile comunicare
verbalmente ad altri l’avvenuta violenza.
Abbiamo tentato di offrire degli esempi che fossero semplici
da immaginare per la loro caratteristica di “oggettività”
ed eclatanza.
Secondo Petrella (1994) «il trauma psichico rinvia […] al
contesto entro il quale si realizza, ma l’intero contesto
può risultare traumatico…».
Bowlby e seguaci sostengono che il trauma si realizzi
all’interno delle relazioni di attaccamento. Perdita dei
legami, separazioni, lutti sono situazioni evidenti la cui
traumaticità è probabilmente legata ad un sistema di
aspettative; riteniamo infatti che lutti improvvisi
potrebbero avere più potenzialità traumatica rispetto ad
una perdita attesa.
La modalità di accudire il bambino, di rispondere ai suoi
bisogni e desideri di «sintonizzazione» (Lichtenberg,
1989) non sono eventi, ma, seppur leggibili attraverso
un’analisi del comportamento, restano funzioni proprie
della relazione.
Il processo di sintonizzazione è una modalità di
sperimentare l’attaccamento come un ”essere-con” ed
avviene circolarmente tra caregiver e bambino. Attraverso la
sintonizzazione, secondo Lichtenberg (ibidem), madre e
bambino sono in grado di riconoscere e rispondere allo stato
affettivo l’una dell’altro.
Questo sembra valorizzato dal concetto di “decodificazione
imitativa” (Ruggieri, 1997) citato in precedenza, per cui
un soggetto tende ad imitare anche se micropercettivamente,
l’espressione mimica di un volto, ma ciò può essere
esteso all’intera postura. Queste ricerche vanno lette
secondo l’ipotesi psicofisiologica per cui il sistema
muscolare svolge una funzione di segnale per l’organismo
che, in virtù della sintesi delle afferenze, permette la
decodifica del vissuto emotivo. Pertanto imitare
l’espressione dell’altro permette al soggetto di
valutarne lo stato affettivo e, secondo il processo di
sintonizzazione, rispondervi. Ricordiamo la circolarità
dell’evento.
Sembrerebbe corretto, a questo punto, parlare di un sistema
caregiver-bambino e più in generale di un sistema
familiare.
Secondo Stern (1985) l’avvenuta sintonizzazione da parte
del caregiver fornisce al bambino l’informazione della
comprensione e condivisione dei propri stati interni. In una
situazione sperimentale, la volontaria mancata
sintonizzazione delle madri, dal punto di vista del
comportamento espressa da risposte fuori tempo nel cullare i
propri figli, causava l’interruzione dell’attività
spontanea del bambino. Probabilmente il ritmo stabile
fornisce al bambino prevedibilità e sicurezza.
Per Stern sembra quindi che ad essere traumatici non siano
soltanto gli eventi, ma anche le alterazioni della
sintonizzazione del sistema caregiver-bambino, ovvero la non
comprensione e non condivisione, da parte delle figure di
accudimento, degli stati affettivi del fanciullo. Una
mancata sintonizzazione potrebbe corrispondere ad un
fallimento nella comunicazione.
Singoli episodi ed isolate alterazioni comunicative,
soprattutto se inseriti in un contesto funzionale,
potrebbero essere considerati dei microtraumi che,
cumulativamente, hanno maggiori probabilità di produrre un
trauma di tipo relazionale.
Ritornando al caso di Anne, riportato da Lichtenberg in
“psicoanalisi e sistemi motivazionali” (1989), vediamo
come i consigli circa le modalità di allattamento della
bambina, offerte alla madre, non dessero risultati. Anne
sembrava trovarsi più a suo agio e rispondere positivamente
quando non era la madre ad allattarla (parleremo altrove
dell’importanza delle figure di attaccamento alternative a
quella materna, Baranello 2001c).
Questo potrebbe dimostrare come ogni comportamento messo in
atto da un genitore non può falsare il modo in cui la
persona “accudisce” mentalmente il bambino.
Secondo Winnicott (1974) la capacità di tenere (holding)
un bambino in braccio è espressione di una capacità di
tenerlo in mente. Per non creare fraintendimenti,
sottolineiamo che non stiamo tentando una poco probabile
differenziazione tra mente e corpo ma al contrario, nei
limiti della lingua italiana, vogliamo offrire una visione
che tenga conto dell’unità dell’organismo.
Abbiamo riportato alcune esemplificazioni su ciò che
consideriamo trauma, sia relazionale che sociale, e
microtrauma. Non elencheremo però tutte quelle situazioni
che pensiamo possano essere categorizzate in un modo anziché
nell’altro, anche perché secondo noi il trauma può
essere considerato tale solo retrospettivamente, pur
attribuendo ad alcuni eventi o situazioni un’alta
probabilità di produrre una “ferita”. È soltanto in
termini probabilistici, sempre tenendo conto di fattori
storico-socio-culturali e probabilmente biologici, che
possiamo identificare negli eventi attuali una potenzialità
intrinseca di produrre un trauma. L’utilità di questo è
evidente nel campo della prevenzione e promozione della
salute.
Per tornare ai concetti di trauma sociale e relazionale,
diremo che le due tipologie non si escludono a vicenda.
Traumi sociali e relazionali possono coesistere nonché
essere legati gli uni agli altri.
Ricordiamo che non è nostra intenzione cercare improbabili
nessi di causalità diretta (modello lineare) tra eventi
traumatici e psicopatologia. Lo scopo di questo lavoro è di
stimolare ricercatori e clinici a valutare il ruolo di
eventi traumatici di diverso tipo, nello sviluppo della
personalità in particolare dell’«organizzazione
borderline» (Kernberg, 1975) (vedi Articolo “Trauma ed
Eziopatogenesi del Disturbo Borderline di Personalità”,
Baranello 2001c).
Riteniamo che ogni situazione traumatica si inserisca in un
sistema familiare, sociale e “biologico” che potrebbe più
o meno favorire lo sviluppo di una psicopatologia.
A questo proposito Paris (1994) sottolinea l’importanza di
considerare la patologia marginale in un’ottica
bio-psico-sociale, inquadrare cioè il fenomeno secondo un
approccio che consideri l’individuo nel suo insieme.
Sarebbe superfluo sostenere che il punto di vista di Paris
sia di tipo integrato, poiché non è possibile dimostrare,
a nostro avviso, una scissione tra dimensioni considerabili
separatamente soltanto da un punto di vista didattico.
Anche van der Kolk (de Zulueta, 1993) sottolinea
l’importanza di considerare l’essere umano come un
organismo biologico inserito sin dalla nascita in un
contesto sociale. L’autore sostiene che episodi in grado
di sconvolgere la matrice sociale, soprattutto se
precoci, hanno pesanti effetti a lungo termine sia sul
funzionamento sociale che biologico dell’individuo.
Con il materiale fornito fino a questo momento abbiamo
cercato di non focalizzare la nostra attenzione su una sola
tipologia di trauma. Episodi con altissima potenzialità
traumatica esistono insieme a tutti quegli eventi che
facilmente passano inosservati e verso i quali risulta
difficile la prevenzione, ovviamente inseriti in un contesto
che spesso, soprattutto nel caso delle famiglie “borderline”,
potrebbe essere a sua volta considerato traumatico.
In un noto talk show televisivo, ad esempio, una giovane
mamma raccontava la storia di abuso sessuale subito durante
l’infanzia da parte del nonno (evento traumatico
eclatante), e la sua attuale situazione di
tossicodipendenza. Mentre l’attenzione del conduttore e
degli altri ospiti, tra cui un noto psichiatra, era rivolta
all’evento abusivo, la donna disse, passando quasi
inosservato, che soltanto quando divenne madre riuscì a
capire che i genitori non l’abbandonavano ogni
giorno a casa dei nonni ma che lo facevano per motivi di
lavoro.
Sulla base della propria esperienza consigliò a tutti i
genitori in ascolto di porre attenzione alle comunicazioni
non verbali dei figli. Parlò del mancato riconoscimento di
questi segnali da parte dei propri familiari (fallimento
nella comunicazione, trauma relazionale).
Emergono, secondo noi, in tutta la loro drammaticità,
quegli elementi che nella storia di questa persona hanno
contribuito in maniera fondamentale allo sviluppo della sua
personalità, cioè il vissuto di abbandono e il fallimento
dei genitori nel non accorgersi dei tentativi di
comunicazione della propria figlia.
Per concludere la ragazza affermò di aver perdonato da
tempo il nonno e che continuava a vederlo anche con una
certa pena per le sue attuali condizioni di salute.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2001)
Introduzione al concetto di trauma.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 03 marzo 2001.
Riferimenti
Bibliografici
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