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Sergio Antonini
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| Il rapporto
dell'uomo con il proprio corpo e con il cibo
nell'evolversi del tempo |
| cenni storici sull'evoluzione dei
disturbi del comportamento alimentare maschili |
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Le culture umane nel corso
dei secoli hanno valorizzato varie tipologie corporee a
seconda del contesto storico e culturale imperante.
Da una disamina di dati transculturali e storici si possono
enucleare più fattori aventi parte nel processo di
valorizzazione corporea, il primo fattore è collegato con
il patrimonio genetico e le funzioni fisiche legate alla
sopravvivenza; oggi spesso non si pensa all'importanza del
grasso nelle donne come sostegno per la gravidanza e
l'allattamento e negli uomini per lo svolgimento di lavori
pesanti, per la difesa dai probabili aggressori.
Un secondo fattore è di
ordine economico e sulla scorta di tale aspetto si può
assumere che nella maggioranza delle culture umane la
grassezza è stata preferita alla magrezza sia nelle donne
che negli uomini li dove le provviste di cibo erano carenti.
La spiegazione apportata a tale assunto si fonda sulle leggi
del determinismo economico: nelle società in cui le risorse
e le ricchezze sono limitate, il corpo grasso è oggetto di
ammirazione in quanto simbolo di ricchezza e di scorte
abbondanti, la grassezza viene piuttosto incentivata, vista
come punto di arrivo nello status socio-economico, come
testimoniano arcaici rituali diffusi nell'Africa centrale e
orientale, "le cerimonie di ingrasso"o "le
capanne per l'ingrasso"in cui le ragazze neo-puberi
vengono intenzionalmente supernutrite e presentate alla
comunità tribale.
La spiegazione economica presa a se stante è tuttavia
semplicistica, giacchè la magrezza fu ritenuta desiderabile
anche durante la piccola glaciazione europea nel tardo
Medioevo o fra i Garage etiopici, tormentati da angosce
collettive relative alla scarsità di cibo; infatti il corpo
magro, i lineamenti sottili hanno spesso assunto una valenza
culturale, come sinonimo di bellezza, eleganza, purezza e
giovinezza.
L'aspetto corporeo, la sagoma
corporea costituita dalla pelle è infine un sistema
organico di notevole rilevanza psicologica, poiché si
costituisce come il meccanismo di separazione tra l'ambiente
organico interno relativamente stabile e l'ambiente esterno
relativamente instabile ed è l'unico sistema dell'organismo
completamente accessibile all'osservazione esterna.
Non sorprende quindi come la mole corporea sia stata spesso
considerata lo specchio dell'anima umana, da cui le
frequenti espressioni gergali :"tanto magro da voler
scomparire", "occupa tanto spazio che è
impossibile non notarlo", nonché la nota affermazione
di Morton di fronte ad un anoressica:"Non ricordo di
aver mai visto in tutta la mia pratica professionale una
persona dall'aria tanto desolata".
Indissolubilmente legato con l'aspetto fisico, il momento
dell'alimentazione ha assunto per l'uomo significati che
sono andati ben oltre la mera funzione nutritiva.
Non c'è situazione più complessa per le sue implicazioni
sociali, religiose, edonistiche, come quella alimentare.
Il rito del pasto nelle varie culture ha infatti assunto
funzioni via via diverse, tra cui quella di socializzare, di
rinforzare l'appartenenza ad un gruppo, di rispettare le
gerarchie sociali dando alla persona più prestigiosa per
ceto, età, ruolo, il "posto d'onore"e la
possibilità d'esser servita per prima.
Il digiuno ha suscitato in ogni epoca curiosità,
ammirazione, timore e l'astinenza volontaria dal cibo è
stata sempre vista come dimostrazione di grande forza
d'animo e coraggio, usata per scopi politici, religiosi e
autocelebrativi.
Scopo di questo articolo sarà
quello di illustrare quali sono stati gli atteggiamenti
degli uomini nel corso dei tempi riguardo al proprio aspetto
fisico e riguardo all'assunzione di cibo, ponendo
particolare attenzione sul sesso maschile su cui è
incentrata la trattatazione.
Verranno prese in considerazione le fonti storiche e
scientifiche che attraverso la tradizione orale, scritta,
figurativa e scultorea i popoli ci hanno lasciato riguardo
questi importanti argomenti.
Se si esclude l'età della
pietra di cui non abbiamo sufficienti fonti storiche ma in
cui si presume venisse apprezzata nell'uomo una corporatura
possente e muscolosa data la prevaricante importanza di
richieste di sopravvivenza su quelle culturali, nelle prime
fonti storiche tramandateci, vengono celebrate figure di
gran coraggio e forza fisica, il Davide dell' Antico
Testamento, l'Achille dell'Iliade, l'Ulisse dell'Odissea, e
ancora Alessandro il Grande e Giulio Cesare.
Nella grecità classica del V sec. a.C. si contrapponevano
due tipologie diverse di "uomo" in relazione allo
stile di vita imperante.
Ad Atene, città dedita alla filosofia e alla vita nell'
"agorà" , il cittadino medio è raffigurato come
"rotondo" e panciuto mentre cammina comodamente
nei dintorni dell'"agorà" gustando prelibatezze
locali o mentre discute con altri cittadini di questioni
filosofiche e politiche sui gradini dell'università, ben
diverso è invece l'aspetto che ha simboleggiato per secoli
la vicina Sparta, la cui cultura era imperniata sui valori
del vigore fisico e della potenza militare, e la corporeità
celebrata era atletica, muscolosa, fornita di larghe spalle,
snella, pronta alla battaglia.
Durante l'apice dell'impero romano c'era una stridente
differenza tra la popolazione che aveva cibo insufficiente e
quella che ne aveva in surplus.
E' interessante accennare ai banchetti della nobiltà
romana, che con il passare degli anni, e con l'ingrandirsi
dell'impero, diventavano sempre più sfarzosi e con dozzine
di pietanze sempre più esotiche e particolari.
La pratica alimentare perdeva il suo fine nutritivo
sostituito in toto da quello voluttuoso; uomini patrizi in
buona salute praticavano pattern di iperalimentazione fino
alla saturazione seguiti da vomito in un apposito settore
detto "vomitorium", per poi, una volta vuotato lo
stomaco, potersi di nuovo lasciare andare ad altre
ingordigie alimentari.
Queste pratiche alimentari pur bizzarre non possono tuttavia
essere definite bulimiche perché il vomito non era
provocato al fine di non ingrassare ma per poter gustare
ancora altre pietanze con lo stomaco libero, i nobili romani
erano infatti molto ghiotti e ingordi e le loro ampie pance
non facevano pensare che tenessero molto alla snellezza
fisica, anzi..., anche le matrone romane mostravano con
l'abbondanza delle forme tutta la loro opulenza e
importanza.
Tuttavia anche tra gli antichi romani la dieta era una
pratica adottata sia per ragioni estetiche che salutari,
serviva per purificare il corpo dalla tossicità di certi
alimenti e per portarlo ad una restituito ad integrum.
Tra gli scritti di Ippocrate figura anche un trattato sulla
dietetica, consigliata sia per scopi preventivi che
terapeutici e secondo Plinio il Vecchio alcuni medici
prescrivevano ai malati diete così rigide da farli quasi
morire di fame mentre altri tendevano rimpinzare di cibo i
loro pazienti.
Vi era poi chi digiunava per motivi spirituali; gli aderenti
alla corrente dello Gnosticismo, sviluppatasi verso il II e
il III sec. d.c., consideravano tutto il mondo materiale
corrotto e praticavano l'ascetismo, con l'astensione quasi
totale dal cibo e dai beni terreni.
L'ascetismo cristiano trae le sue origini dalle teorie di
Platone, secondo cui l'anima era prigioniera del corpo
aspirando al ricongiungimento con il divino; soltanto con
l'emancipazione dal mondo dei sensi lo spirito poteva
liberarsi e realizzare il suo potenziale divino attraverso
la privazione dal cibo e da altre necessità terrene.
(Platone, "Fedro").
Se molte donne dal decimo
secolo in avanti acquistarono notorietà per i loro lunghi
digiuni di stampo mistico, il digiuno ascetico trova negli
uomini la massima espressione nella "vicenda" dei
Padri del deserto, dei monaci anacoreti che in seguito alla
"mondanità" della chiesa, decisero di ritirarsi
nei deserti dell'Egitto e della Palestina, per dedicarsi
totalmente al Signore, si narra che trascorressero anni
nelle situazioni più impervie in enormi restrizioni di cibo
e acqua.
Alcuni studiosi odierni dei disturbi alimentari come Walter
Vandereycken e Ron Van Deth sono propensi a interpretare
retrospettivamente molti dei casi di "sante
ascetiche" o di "padri del deserto" come
antesignani delle moderne forme di anoressia restrittiva,
come dimostrano infatti nel loro lavoro "Dalle sante
ascetiche alle ragazze anoressiche" nelle narrazioni
delle vicende di tali casi si possono riscontrare svariati
caratteri distintivi della diagnosi di questa patologia.
Il digiuno come forma di penitenza per dei peccati commessi
è una pratica molto antica che ha da sempre accompagnato il
destino degli uomini, riecheggia nei Salmi Babilonesi, e sia
nell'Antico che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici
digiuni per placare la collera divina in concomitanza con
catastrofi o guerre.
Il cibo soprattutto nel cristianesimo è poi spesso
associato al peccato e l'ingordigia di cibo alla tentazione
del demonio. Non è forse l'irresistibile morso di una mela
a precludere l'Eden ad Adamo ed Eva ed a relegarli alla
terrena peccaminosità ?
Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario
islamico l'intera massa di fedeli si astiene per un mese ad
un rigido periodo di astinenze alimentari e sessuali
dall'alba fino al tramonto.
Ma anche l'astinenza prolungata da cibo era considerata nel
medioevo come un atto di superbia di fronte alle leggi
divine e perciò condannata dalla chiesa, si pensava
addirittura che nei casi di inspiegabile resistenza al
digiuno si celasse l'operato del diavolo, che aiutava con
sortilegi notturni il digiunatore nella sua astinenza.
Come accade oggi di fronte alle anoressiche gli asceti
medievali avevano il potere di stimolare l'immaginazione
della gente, proprio perché disdegnavano quello a cui
aspirano tutte le persone comuni: una pancia bella piena e
una buona salute, e ciò a maggior ragione in un periodo
storico in cui la scarsezza di cibo per guerre, carestie,
epidemie era all'ordine del giorno.
Nel complesso e variegato quadro del digiuno ascetico si
possono riconoscere alcuni tratti comuni che ripropongono
all'attenzione il valore che alcuni elementi dell'atto della
nutrizione hanno assunto nelle culture umane.
1) La natura destabilizzatrice e sovvertitrice del digiuno
in ogni comunità umana.
2) La funzione di espiazione dei peccati espletata dal
digiuno.
3) Il divieto di cibarsi di particolari tipi di alimenti,
come alcune carni animali, presente presso molti popoli.
1) Nel corso della storia si è assistito sovente a
situazioni di carestia, dovute a guerre, siccità, piogge o
gelo eccezionali che compromettevano il raccolto; i mezzi di
sostentamento, come il grano o la selvaggina erano oggetto
di venerazione, desiderati e temuti, o offerti in sacrificio
agli dei come il bene più prezioso.
Non stupisce quindi il sospetto e l'inquietudine che
destavano nella comunità coloro che sceglievano
volontariamente di non cibarsi. Ponevano gli altri in una
situazione di destrutturazione cognitiva, erano
destabilizzanti per la vita comunitaria ed era facile che si
interpretasse il loro comportamento come opera di spiriti
maligni che avevano invaso il corpo e lo nutrivano di
nascosto.
Il rapporto tra l'astinenza dal cibo e la possessione
demoniaca ha un'origine molto antica e compare già in un
testo cuneiforme babilonese, anche nel mondo occidentale
abbiamo testimonianze scritte di questa credenza,
soprattutto in epoca bizantina e medievale, questo fu il
motivo per cui i digiunatori vennero più spesso affidati
alle cure di esorcisti e stregoni che dei medici e le sante
ascetiche guardate con malafede e sospetto.
2) Per ragioni strettamente legate a quanto ora detto, il
digiuno venne praticato dai popoli per allontanare i poteri
demoniaci ed ingraziarsi la divinità protettrice.
Lo si ritrova già nei salmi penitenziali dei Babilonesi,
che rivelano l'importanza dei digiuni nei periodi difficili
del regno.
All'epoca dell'Antico Testamento, il digiuno costituiva una
delle pratiche penitenziali più diffuse ed era inteso come
un castigo autoinflitto per sollecitare la compassione
divina.
Durante il cristianesimo il digiuno era considerato uno dei
modi per raccogliere l'appello di Cristo e redimersi dai
peccati terreni; nell'ascetismo più fervente dei Padri del
deserto per esempio il digiuno si accompagnava all'astinenza
sessuale, la privazione del sonno e altre forme di
indipendenza da quella fisicità a cui gli uomini erano
troppo legati.
3) Leggendo testi sacri come "Il Levitico" o
"Il Deuteronomio" ci si può facilmente imbattere
in una pletora di divieti e prescrizioni dietetiche; alcuni
animali come la lepre e il coniglio selvatico sono ritenuti
impuri, altri come la pecora e la rana puri.
Si può tentare di rispondere a tale spartizione in chiave
allegorica, in quanto certi animali rappresenterebbero
simbolicamente il peccato ed altri no, gli animali ritenuti
impuri erano quelli che per qualche particolarità (colore,
forma) si associavano a qualcosa di sporco, pericoloso e si
pensava veicolassero influenze malefiche nocive per il
corpo.
Inoltre i periodi di digiuno e di prescrizioni dietetiche si
attuavano spesso in coincidenza con eventi luttuosi per la
comunità, come morti di sovrani o cataclismi naturali;
l'astinenza alimentare poteva così salvaguardare dalle
influenze malefiche spostatesi dall'evento infausto al cibo
e purificare il corpo fino a raggiungere un certo livello di
purezza.
In tale chiave allegorica possono essere lette tante tenaci
avversioni di pazienti con DCA (disturbi del comportamento
alimentare) verso particolari alimenti evocatori di immagini
archetipiche rimosse, come la carne al sangue e il pesce.
Nei secoli del Medioevo e del Rinascimento, se da una parte
ci arrivano documenti di asceti digiunatori e
"fanciulle miracolose", dall'altra abbiamo molte
descrizioni di come l'aspetto grasso e rubicondo fosse
apprezzato e sinonimo di imponenza e ricchezza.
Papi, cardinali, arcivescovi non sembravano esercitare la
loro vocazione spirituale con la stessa intransigenza delle
sante ascetiche, piuttosto vengono spesso raffigurati come
corpulenti, con grosse pance, sovente impegnati a consumare
ingenti quantità di cibo e vino.
Nell'immaginario popolare l'uomo di successo, potente, era
stato da giovane di corporatura atletica, snella, forte per
poi lasciar spazio nell'età matura ad un fisico sempre più
imponente e vistoso, ed a caratteristiche diverse come la
saggezza, la calma, l'amore per la buona tavola.
Come già accennato in precedenza, in un contesto in cui
gran parte del popolo versava in condizioni di fame se non
d'inedia, la grassezza era indice di opulenza e di potere,
un vero e proprio status socio-economico.
Fulgidi esempi di tale stile di vita furono Enrico VIII, sua
sorella Elisabetta e la regina della Russia Caterina
"La Grande", magri e atletici in gioventù, grassi
leaders in età matura.
Il Giulio Cesare di Shakespeare chiede di esser circondato
da uomini grassi, che sono considerati meno
minacciosi:" Lasciate che mi stiano intorno uomini
grassi, dalla faccia paffuta, come il sonno della notte:
Gaio Cassio scarno e affamato è d'aspetto; egli pensa
troppo: questi uomini sono pericolosi." "Come
vorrei che fosse più grasso!"(Atto1, Scena 2).
Nella famoso romanzo di Tolstoy "Guerra e Pace"
ambientato nella Russia dell'800, il vecchio, esperto
generale dell'armata russa deve essere aiutato a salire a
cavallo a causa dell' ingente mole e dei suoi acciacchi,
egli viene descritto come un abile stratega di guerra, dopo
essere stato un valoroso combattente in gioventù.
Un altro esempio di quanto nei secoli passati una
corporatura obesa non fosse oggetto di critiche ma anzi,
apprezzata e giudicata indicatore di buona salute ci viene
dal famoso filosofo David Hume nella sua "Lettera a un
medico".
Il filosofo inglese racconta dell'appetito voracissimo che
lo colse d'improvviso nel Maggio 1731 e di come questa
ingordigia lo portò nel giro di sei settimane a diventare
dal magro e allampanato ragazzo che era nel "Tipo più
robusto, gagliardo e pieno di salute che tu abbia mai visto,
con un aspetto rubicondo e un'espressione allegra".
Egli rimase grasso per il resto della sua vita ma come
traspare dalla sua descrizione considerò ciò più come un
pregio che come un difetto, Hume infatti parla di come gli
amici si complimentassero con lui per la sua
"guarigione" e viene sempre menzionato nella lista
di inglesi obesi che furono grandi.
Riguardo alla considerazione dell'uomo obeso nel corso dei
secoli può costituirsi infine un filo conduttore indicativo
l'accettazione della corporatura picnica nei presidenti
degli Stati Uniti d'America.
La maggior parte dei presidenti degli USA, ad eccezione di
A. Lincoln, divennero obesi in tarda età e non subirono
critiche per il loro aspetto, la loro ampia circonferenza
era accettata, attesa e conferiva loro status e salute.
Si pensi a T. Roosevelt che dopo essere stato un pugile dei
pesi leggeri in gioventù divenne un obeso e apprezzato
presidente degli USA o a W. H. Taft che fu bonariamente
preso in giro per la sua mole e che divenne forse proprio
per questa uno dei presidenti più simpatici e amati dal
popolo.
Oggi l'atteggiamento nei confronti dell'aspetto estetico è
molto cambiato, e un presidente come Bill Clinton può
vedersi attaccato e deriso per delle dimensioni di
"giro vita" che sarebbero state considerate
"da magro" in un presidente fino a cento anni
prima.
Abbiamo visto in precedenza come il fenomeno dell'inedia
auto-indotta fosse un fenomeno già presente nella storia
dell'uomo.
Molti secoli prima che Gull e Lasègue quasi
contemporaneamente coniassero il termine "anorexia"
e ne definissero i connotati clinici, il fervore religioso
aveva portato uomini e donne a lunghi periodi di digiuno
destando la pubblica ammirazione.
Tenendo in considerazione che la nozione di a-normalità nei
fenomeni psicologici dipende dalla cultura e dal contesto
storico in cui è osservato il modello comportamentale in
questione ed essendo ben lungi dal voler associare
retrospettivamente una forma di inedia auto-indotta alla
moderna "anoressia nervosa" ci accingeremo a
descrivere altre tre forme di digiuno spontaneo maschile
accadute nei secoli scorsi: Il digiuno per spettacolo, il
digiuno degli artisti e il digiuno come disturbo clinico.
Dalla fine del XIX sec. fino agli anni '30 del XX i
cosiddetti "artisti della fame" e "scheletri
viventi" si servirono per fini spettacolari del loro
digiuno prolungato e del loro estremo dimagrimento, solevano
esibirsi dietro compenso nelle fiere, nei circhi e nei
parchi di divertimento.
Essi rappresentano una variante più moderna delle fanciulle
digiunatrici medievali, perché entrambi cercavano
sensazione tramite le loro capacità digiunatorie, ma a
differenza delle ragazze digiunatrici erano quasi tutti
maschi e esibivano le proprie gesta a scopo di lucro.
Anche il tipo di sensazione suscitata era diverso: nel
digiuno delle ascetiche prevaleva l'incredulità per un
fenomeno che si pensava di natura divina o demoniaca,
comunque ultraterrena, negli artisti della fame emergeva
l'ammirazione per la particolare abilità espressa.
Lo splendore e il declino degli artisti della fame e delle
loro gesta in tutte le principali città d'Europa ci sono
giunte grazie agli innumerevoli resoconti fatti da scrittori
e cronisti dell'epoca e ciò perché la lotta dell'uomo
contro l'istinto naturale della nutrizione era fra ciò che
più colpiva l'immaginario popolare e che rendeva questi
spettacoli fra i più apprezzati nelle fiere.
Ma si trattava di vera lotta?
La descrizione psicologica più profonda sugli artisti della
fame ci viene offerta da Franz Kafka nella sua novella
"Un digiunatore" in cui lo scrittore praghese
narra della vita dei digiunatori e dei loro spettacoli.
Kafka pone l'attenzione soprattutto sul drammatico equivoco
dell' "impresa" del digiunatore, infatti di fronte
allo stupore degli astanti sulle capacità di sopportazione
della fame del digiunatore egli risponde :"Perché io
sono costretto a digiunare" disse il
digiunatore..."perché io non ho mai potuto trovare il
cibo che mi piacesse. Se lo avessi trovato, credilo, non
avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come te e
tutti gli altri" Furono le sue ultime parole, ma nei
suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non
più superba, convinzione di continuare a digiunare."
Secondo Kafka l'origine dello sbigottimento degli spettatori
derivava dall'intuizione che in quegli uomini "ci fosse
qualcosa che non funzionava", qualcosa di misterioso e
sospetto da scoprire, ma questo mistero non risiedeva in un
inganno sul digiuno teso dall'artista agli spettatori, il
suo vero inganno stava nel presentare la sua inclinazione
come una virtù, il suo digiunare come una prodezza, mentre
invece il digiuno per lui era la cosa più facile del mondo
ed il mangiare invece la cosa più ardua.
La vicenda degli "artisti della fame" soprattutto
presenta delle interessanti affinità con alcuni tratti dei
pazienti anoressici.
Quello che colpisce é l'identificazione della persona con
l'atto del digiunare, (parafrasando da Cartesio si potrebbe
dire "abstineo me ergo sum") nonché l'esaltazione
narcisistica per questa loro particolare caratteristica
sovente presente nel soggetto anoressico che, di fronte alla
fragilità del proprio Io e alla indecifrabilità del
proprio sistema sensoriale trova nel sintomo anoressico, nel
controllo sull'ingestione di cibo, un'esperienza di
continuità e di coerenza del sentimento di esistenza di sé.
Il racconto di Kafka "il digiunatore" oltre a
rappresentare una descrizione storicamente affidabile del
fenomeno degli artisti della fame, ci offre uno
"spaccato" della personalità del digiunatore di
un coinvolgimento, una introspezione personale, una
sensibilità verso le sfaccettature del suo animo tali da
aver portato molti studiosi a riconoscere in questo racconto
le prove della patologia alimentare di cui probabilmente lo
stesso scrittore soffriva.
In effetti attraverso la vita e le opere di Kafka come
quelle di altri letterati dell'800-900 quali:G.G. Byron,
Barrie si possono rilevare molti tratti caratteristici della
personalità degli uomini anoressico-bulimici.
Kafka e Lord Byron cercarono per molti anni di conformarsi
ad un ideale ascetico e spirituale che si erano prefissi.
Nell'opera di Kafka è presente il leit-motiv del
masochismo, la sua tendenza autodistruttiva, la volontà di
soffrire, di immolarsi, di trascendere infine con la morte
la propria corporeità vista come sordida e ingombrante
(vedi "La metamorfosi") nel desiderio mai sazio di
mettere finalmente a tacere quel profondo senso di colpa che
come si può evincere ne "Il processo" avrebbe
costituito il suo imperdonabile peccato.
Kafka scelse di condurre una vita ascetica, monacale,
segnata da rapporti con le donne (soprattutto epistolari)
nei quali il sesso ricoprisse una parte marginale e fosse
preclusa la possibilità della vicinanza, dell'affetto,
visti come paurosi, incontrollabili.
H.Kohut nella sua analisi dell'opera kafkiana rilegge la
vicenda dei personaggi narrati dallo scrittore alla luce
della psicologia del Sé e delle inadempienze compiute dagli
oggetti-Sé verso il bambino nelle loro funzioni empatiche e
idealizzanti <<Gregor Samsa, lo scarafaggio delle
Metamorfosi di Kafka, può servire qui da esempio. Egli è
il bambino la cui presenza al mondo non è stata benedetta
dalla calda accoglienza empatica di oggetti-Sé, è il
bambino di cui i genitori parlano impersonalmente alla terza
persona singolare; e ora è una mostruosità inumana persino
ai suoi occhi.>>
Byron dopo un'adolescenza da obeso e donnaiolo impenitente
si prefisse e raggiunse un drastico dimagrimento, di cui non
fu mai soddisfatto, limitando la sua dieta a pasti
vegetariani e sottoponendosi a periodi di isolamento
ascetico, interrotti talvolta da grandi scorpacciate a cui
rimediava con il vomito.
Sia in Kafka che in Byron è inoltre presente l'ossessione
per il proprio corpo: in Byron nella sua incessante ricerca
di un fisico sottile che lo portò a perdere 60 kg in 4
anni, a rimanere sempre ossessionato dalla paura di
ingrassare e a sottoporsi a esercizi fisici continui; nello
scrittore del "Processo" nei suoi continui
riferimenti al corpo magro, ossuto, piegato da esibire
all'Altro nell'attesa di un "nutrimento desiderato e
sconosciuto", nonché nei suoi vissuti di estraniamento
corporeo ossessivamente ricordati.
La vicenda di Barrie mette in luce un altro tratto familiare
alla personalità anoressica, il rifiuto della maturità
sessuale e delle responsabilità ad essa collegate.
La vita di Barrie sembra ricalcare in maniera impressionante
il romanzo che lo rese celebre "Peter Pan, il bambino
che non voleva crescere" ed è tra le righe di questa e
altre sue opere che si può leggere "l'idillio della
leggerezza", leggerezza intesa sia in senso materiale
che in senso lato.
Come il protagonista del suo romanzo, Barrie mantenne anche
in età matura un aspetto e dei modi fanciulleschi, smise di
crescere quando all'età di 14 morì improvvisamente il
fratello maggiore, primogenito in famiglia e prediletto
dalla madre, quasi come a voler conservare per lei in eterno
l'aspetto del ragazzo morto.
In molti suoi racconti troviamo personaggi che si rifiutano
di crescere (Peter Pan) e di mangiare (Moira), in
"Little Mary" la protagonista Moira acquisisce il
potere miracoloso di guarire le persone e spiega il segreto
dei suoi poteri nel portare la gente a mangiare di meno
"La gente soffre perché mangia troppo...Quando ci si
toglie il peso dallo stomaco si riprende a pensare in modo
sano."
La difficile presa in carico della sessualità matura, del
corpo adulto è una componente prioritaria nei disturbi
alimentari, sia maschili che femminili.
Tuttavia mentre nella donna il processo è legato oltre che
alle pressanti richieste culturali, ai marcati e invasivi
cambiamenti fisici richiesti dallo sviluppo puberale in età
precoce, nell'uomo ciò che provoca maggiori sollecitazioni
emotive è il peso psicologico delle responsabilità legate
all'entrata nel mondo degli adulti, lo dimostra il fatto che
i sintomi coincidono spesso con scelte "da adulti"
come dover partire militare, dover gestire la propria vita
sentimentale, allontanarsi dalla famiglia ecc...
Anche se l'interesse per i disturbi dell'alimentazione come
affezione psicosomatica si è diffuso nella seconda metà
del XX sec., sostituendo come manifestazione sintomatica
l'isteria dell'800 per proporzioni epidemiche e interesse
scientifico, le complicazioni legate all'atto nutritivo sono
state menzionate nei trattati dei medici in epoche ben più
remote.
Senofonte nel libro IV dell' "Anabasi" riferisce
di un fenomeno di fame irrefrenabile che colpiva i soldati
nelle spedizioni di guerra che gli esperti chiamavano
"Bulimia". Secondo la descrizione offertaci dallo
scrittore di Scillunte non poteva trattarsi dell'odierna
bulimia, ma etimologicamente di una "fame da bue"
molto più rassomigliabile al binge eating disorders.
Seneca nel suo scritto "Consolatio ad Marciam"
deplora le bizzarrie alimentari compiute dai patrizi nei
banchetti definendole un ciclo di abbuffate, vomito, nuove
abbuffate, "Vomunt ut edant, edunt ut vomant".
Per quanto riguarda l'inedia volontaria i romani parlavano
di "inappetentia" (Ippocrate). In un commento al
primo libro delle Epidemiche di Ippocrate Galeno
scrive:"Coloro che rifiutano il cibo e non assorbono
nulla sono chiamati dai greci anòrektous (anòrektous)
oppure asítous (asìtous) che significa coloro che non
hanno appetito ed evitano il cibo.
Coloro che invece, dopo aver ingurgitato gli alimenti,
provano disgusto o avversione si chiamano aposîtous (aposîtous)...E,
quando sono spinti a mangiare, non hanno la forza di
inghiottire; anche se si sforzano di nutrirsi, non riescono
a ingerire il cibo, ma sono costretti a rimetterlo".
Il medico bizantino Alessandro Tralliano nel capitolo
intitolato "Perì anorexia" tratto dal suo manuale
di medicina la fa derivare da "Una discrasia o un
eccesso di umori nello stomaco" e prescrive per la sua
cura una modificazione degli stessi o l'eliminazione tramite
vomito nonchè evacuazione intestinale.
In un trattato medievale olandese ci si affida invece ad una
terapia con estratti naturali: sia la pianta "menta-almente"
sia unguenti di menta, cannella, pepe e aceto serviranno per
migliorare l'appetito.
Come si può constatare le cause iatrogene sono riposte
esclusivamente a livello organico con una scotomizzazione
totale della psiche.
Per trovare una messa in gioco della psiche nei disturbi
dell'appetito e un riferimento all'affezione maschile
bisogna arrivare all'era moderna quando il medico francese
Joseph Raulin nella sua monografia sull'isteria del 1758
riconosce il ruolo patogenico dei disturbi dello spirito e
dei sentimenti e riconosce che anche i maschi sono soggetti
alle "affections vaporeuses".
Al 1689 invece è fatta risalire la prima descrizione
clinica dell'anoressia;
il medico Morton parla della cosiddetta "consunzione
nervosa" che chiama anche "atrofia nervosa" e
la definisce come "una consunzione del corpo senza
febbre, né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita
dell'appetito e da cattiva digestione...".
Morton attribuisce questo tipo di consunzione all'
"assunzione smodata di liquori insalubri e di aria
insalubre" che recherebbe danni "al sistema dei
nervi", non tralasciando neanche possibili cause
emotive, "la violenta passione della psiche";
infine cita due casi clinici di cui uno maschile, quello del
figlio del reverendo Steele che "In seguito a studi
eccessivi e a patemi d'animo gradualmente cadde in
un'inappetenza quasi totale e successivamente in una
"atrofia universale"...Pertanto giudicai che
questa consunzione fosse nervosa, insita nell'intero
"habitus corporis" e originata dal sistema nervoso
morbosamente alterato".
All'inizio Morton curò il ragazzo con preparati
farmacologici e solo dopo il fallimento di questa cura gli
consigliò di abbandonare gli studi, respirare aria di
campagna, andare a cavallo e seguire una dieta a base di
latte; questa seconda prescrizione portò a risultati assai
più efficaci.
La scoperta dell'anoressia nervosa nell'accezione
diagnostico-clinica in cui oggi la si intende è contesa da
due eminenti psichiatri dell'epoca vittoriana W. Gull e E.
Lasègue, anche se era stata già descritta dal meno noto
Marcè 10 anni prima.
Anche se il primo a menzionarla in un articolo scientifico
fu effettivamente W. Gull nel 1868 la descrizione più
brillante per contenuto e forma ci viene offerta nel 1873 da
Lasègue.
Nell'articolo intitolato "De l'anorexie histèrique"
inserito negli "Archives Gènerales de Medicine"
egli afferma :"Lo scopo di questo articolo è rendere
nota una delle forme di isteria della regione gastrica,
abbastanza frequente da non essere, come troppo spesso
accade, una generalizzazione artificiale di un caso
particolare...Il termine "anoressia" poteva essere
sostituito da "inanizione isterica"...Ho tuttavia
preferito il primo termine perché si riferisce a una
fenomenologia meno superficiale, più delicata e anche più
clinica."
Infine per concludere i riferimenti clinici sui disturbi
dell'alimentazione maschile può essere indicativo
(riflettendo sulla matrice ossessivo-cmpulsiva
caratteristica dei maschi con DCA) citare il caso di S.Freud
dell' "Uomo dei lupi" in cui il paziente aveva tra
l'altro vissuto un periodo di perdita dell'appetito, perché
troviamo già in un paziente con tratti ossessivi un periodo
di perdita dell'appetito.
Freud, che si era focalizzato sulle esperienze sessuali e le
fantasie infantili di questo giovane, depresso e tormentato
da molte ossessioni, interpreta il periodo anoressico come
l'espressione precoce di un comportamento sessuale
disturbato, specialmente nella fase orale o cannibalica.
Nel non superamento della fase sadico-anale, nella
conflittualità durante la pubertà per la scelta
dell'oggetto sessuale, nelle paure di castrazione
conseguenti alle fantasie edipiche di questo paziente si
possono riassumere a grandi linee molte delle problematiche
del maschio con DCA.
Non a caso un recente studio sulla casistica anoressica
compiuto al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia
dell'Ospedale Banbino Gesù di Roma ha evidenziato non solo
l'aumento dal 1994 al 1996 delle forme maschili (seppur
marcatamente inferiori a quelle femminili), ma soprattutto,
cosa molto interessante, la netta prevalenza di nevrosi
fobico-ossessiva come psicopatologia sottostante al disturbo
anoressico maschile.
Dott. Sergio Antonini
Antonini, S. (2001)
Il rapporto dell'uomo con il proprio corpo e con il cibo
nell'evolversi del tempo.
Cenni storici sull'evoluzione dei disturbi del comportamento
alimentare maschili.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 14 settembre 2001.
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