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Marco Baranello
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| Il disturbo
depressivo maggiore (disturbi dell'umore) |
| disturbi dell'umore: la
depressione. Diagnosi e trattamento psicologico
della depressione |
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Il disturbo depressivo maggiore, è inserito
dal DSM-IV (A.P.A., 1994) sull'asse I, all'interno della
categoria dei disturbi dell'umore che comprende tutti quei
disturbi la cui caratteristica principale risulta essere
un'alterazione dell'umore come i disturbi unipolari
(depressione maggiore, disturbo distimico), i disturbi
bipolari (bipolare I e II e disturbo ciclotimico), i
disturbi dell'umore dovuti ad una condizione medica generale
e quelli non altrimenti specificati (NAS).
Per una diagnosi positiva di "disturbo
depressivo maggiore, episodio singolo" o "disturbo
depressivo maggiore, ricorrente", dei quali ci
occuperemo in questa sede, il DSM-IV elenca tre criteri così
riassunti:
nel caso di disturbo depressivo maggiore,
episodio singolo
-
Presenza di un episodio depressivo
maggiore
nel caso di disturbo depressivo maggiore,
ricorrente
-
Presenza di due o più episodi
depressivi maggiori
per considerare separati gli episodi
depressivi deve essere rispettato un intervallo di
almeno due mesi consecutivi. Durante tale intervallo non
dovrebbero essere soddisfatti i criteri per un episodio
depressivo maggiore.
-
L'episodio depressivo maggiore non è
meglio inquadrabile come disturbo schizoaffettivo e
non è sovrapposto a schizofrenia, disturbo
schizofreniforme, disturbo delirante o disturbo
psicotico NAS.
-
Non è mai stato presente un episodio
maniacale, un episodio misto o un episodio
ipomaniacale.
Il DSM-IV fa notare che l'esclusione
evidenziata nel criterio C non dovrebbe essere applicata nel
caso in cui tutti gli episodi simil-maniacali, simil-misti o
simil-ipomaniacali siano indotti da sostanze o da un
trattamento, oppure qualora fossero dovuti agli effetti
fisiologici diretti di una condizione medica generale.
Un episodio di alterazione dell'umore è
definito "episodio depressivo maggiore" nel caso
in cui siano presenti alcune specifiche caratteristiche tra
le quali, essenziale, è un periodo di almeno due settimane
nel corso del quale è presente depressione dell'umore o
perdita di interesse o di piacere per quasi tutte le attività.
Potremmo essere di fronte ad un episodio
depressivo maggiore, secondo il DSM, nel caso in cui vengano
rispettati i seguenti cinque criteri.
Criterio A. Il primo criterio
richiede che cinque (o più) dei sintomi che andremo a
descrivere siano contemporaneamente presenti durante un
periodo di due settimane e rappresentino un cambiamento
rispetto al precedente livello di funzionamento. E' da
evidenziare che uno o più dei sintomi deve essere
costituito da "umore depresso" oppure
"perdita di interesse o piacere". Non vanno
inclusi i sintomi che siano evidentemente dovuti ad una
condizione medica generale, oppure i deliri o le
allucinazioni che siano incongrui all'umore.
-
umore depresso per la maggior parte del
giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto
(es., si sente triste o vuoto) o come osservato dagli
altri (es., appare lamentoso). Nota. Nei bambini
e negli adolescenti l'umore può essere irritabile.
Il soggetto descrive il proprio umore come
triste, depresso, senza uscita, spento, ecc. E' possibile
che la tristezza possa venire negata, pertanto il clinico
esperto potrà cercare di farla emergere nel corso del
colloquio puntando l'attenzione anche sugli aspetti non
verbali, come la mimica e il comportamento, e gli aspetti
paraverbali della comunicazione, come il tono di voce. E'
possibile che alcuni individui presentino un quadro di
aumentata irritabilità e/o lamentele di tipo somatico come
dolori, in virtù dei sentimenti di tristezza.
Quando nel bambino o nell'adolescente è presente un quadro
di irritabilità e di intensa rabbia è sempre opportuno
distinguerlo dal comportamento in riposta ad una
frustrazione da parte del cosiddetto "bambino
viziato".
-
marcata diminuzione di interesse o
piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la
maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (come
riportato dal soggetto o come osservato da altri).
Questo criterio è riscontrato nella quasi
totalità dei casi, anche se in misure diverse. Il soggetto
potrebbe riferire (o essere evidente agli altri), una
significativa perdita di interesse e/o di piacere anche
nello svolgere attività legate al tempo libero e al
divertimento come gli hobby o un'attività sportiva. In
alcuni individui c'è una riduzione significativa
dell'interesse e del desiderio sessuale.
-
significativa perdita di peso, senza
essere a dieta, o aumento di peso (es., un cambiamento
superiore al 5% del peso corporeo in un mese), oppure
diminuzione o aumento dell'appetito quasi ogni giorno. Nota.
Nei bambini, considerare l'incapacità di
raggiungere i normali livelli ponderali.
Solitamente l'appetito è ridotto al punto
che alcuni soggetti riferiscono uno sforzo nel mangiare.
Come evidenzia il DSM, alcuni individui, specialmente quelli
in ambiente ambulatoriale, possono presentare un aumento
dell'appetito oppure ricercare un cibo specifico come ad
esempio dolci o altri carboidrati.
Nel caso in cui le alterazioni dell'appetito siano gravi è
possibile osservare una modificazione significativa del peso
corporeo (aumento o riduzione) in un lasso di tempo breve.
-
insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno
L'insonnia, più che l'ipersonnia, è il
disturbo del sonno maggiormente associato con il disturbo
depressivo maggiore. Il DSM fa notare come l'insonnia tipica
riscontrata in questi individui sia l'insonnia centrale
ovvero con risvegli durante la notte e difficoltà a
riprendere sonno. Può essere presente anche difficoltà ad
addormentarsi (insonnia iniziale) e più raramente, come già
affermato, un eccesso di sonno (ipersonnia).
-
agitazione o rallentamento psicomotorio,
quasi ogni giorno (osservabile dagli altri, non
semplicemente sentimenti soggettivi di essere irrequieto
o rallentato)
Il quinto criterio indica le alterazione
psicomotorie che si possono riscontrare quali sintomi di un
episodio depressivo maggiore. L'agitazione può essere ad
esempio rappresentata da un'incapacità di stare seduti o
dal passeggiare continuamente avanti e indietro. Potrebbe
presentarsi anche un rallentamento del pensiero, del
movimento e dell'eloquio con lunghe pause prima delle
risposte, abbassamento del volume, mutacismo, ecc.
Sia l'agitazione che il rallentamento, per essere
considerati sintomi, devono essere abbastanza gravi da
risultare evidenti ad altri osservatori e non essere
riducibili ad un sensazione soggettiva.
-
faticabilità o mancanza di energia
quasi ogni giorno
La ridotta "energia", la
faticabilità e l'astenia sono piuttosto comuni. E'
possibile che il soggetto riferisca una stanchezza continua
anche senza aver svolto attività fisica. Ciò che
caratterizza ogni attività, anche la più semplice, è la
sensazione dello sforzo. Questo potrebbe ridurre
l'efficienza nello svolgere dei compiti, compresi quelli
quotidiani come il lavarsi o il vestirsi.
-
sentimenti di svalutazione o di colpa
eccessivi o inappropriati (che possono essere
deliranti), quasi ogni giorno (non semplicemente
autoaccusa o sentimenti di colpa per essere ammalato)
Come riporta il DSM, il senso di
svalutazione o di colpa, nel caso di un episodio depressivo
maggiore, può comprendere valutazioni negative non
realistiche inerenti il proprio valore, oppure ruminazioni o
sensi di colpa su piccoli errori del passato.
Capita che tali soggetti interpretino alcuni eventi della
vita quotidiana, oggettivamente neutri o insignificanti,
come dimostrazione dei propri difetti; i soggetti provano un
senso di responsabilità esagerato rispetto ad eventi
sfavorevoli, che può sfociare nel delirio.
-
ridotta capacità di pensare o di
concentrarsi, o indecisione, quasi ogni giorno (come
impressione soggettiva o osservata dagli altri)
Ci può essere da parte di molti soggetti
l'impressione di una compromissione delle capacità di
pensare, concentrarsi e/o prendere decisioni. Sono individui
che possono apparire facilmente distraibili o lamentarsi di
disturbi mnesici. In chi svolge attività che richiedono un
certo impegno intellettivo si può notare un'incapacità,
rispetto a prima, a svolgere i compiti richiesti in modo
adeguato anche in caso di lievi problemi di concentrazione.
Nei bambini la scarsa concentrazione potrebbe evidenziarsi
con una brusca riduzione dei voti. Negli anziani la
lamentela principale può riguardare i disturbi della
memoria. In questo caso occorre distinguere tale sintomo da
quelli iniziali della demenza. I disturbi della memoria
scompaiono nel caso in cui l'episodio depressivo venga
trattato efficacemente. Sempre nelle persone anziane un
episodio depressivo maggiore potrebbe rappresentare la
manifestazione iniziale di una demenza.
-
pensieri ricorrenti di morte (non solo
paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza
un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o
l'ideazione di un piano specifico per commettere
suicidio.
L'aspetto più drammatico dell'episodio
depressivo maggiore è senza dubbio rappresentato dal
suicidio. Nei pensieri di morte, che non si limitato alla
sola paura di morire, c'è spesso la convinzione che la
propria scomparsa farebbe stare meglio gli altri e le
motivazioni possono comprendere desideri di rinuncia di
fronte ad ostacoli percepiti come insormontabili, oppure
desiderio di porre termine ad uno stato emotivo doloroso e
considerato interminabile.
Il rischio di suicidio è più elevato se la persona ha
organizzato un piano per il suicidio, ad esempio ha
acquistato materiale e stabilito luogo e momento. Gli
individui con disturbo depressivo maggiore a minore rischio
di suicidio sono quelli che riferiscono pensieri transitori
(pochi minuti) ricorrenti (una o due volte a settimana).
Nonostante queste indicazioni, ricerche nel campo hanno
ampiamente dimostrato come non sia possibile prevedere con
precisione e quindi prevenire un eventuale atto suicidario.
Il rischio di suicidio è inoltre piuttosto elevato tra i
soggetti con manifestazioni psicotiche, con una storia di
precedenti tentativi di suicidio, con una storia familiare
di suicidio oppure con uso concomitante di sostanze.
Come già affermato, per validare il primo
criterio, occorre che sia valutata dal clinico esperto la
presenza di cinque o più dei sintomi appena descritti.
Anche se il primo criterio fosse rispettato occorre
contemporaneamente rispettare gli altri quattro così
schematizzati:
Criterio B. il secondo criterio da
rispettare prevede che i sintomi non soddisfino i criteri
per un episodio misto.
Criterio C. I sintomi causano disagio
clinicamente significativo e compromissione del
funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree
importanti.
Criterio D. I sintomi non sono dovuti
agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (es., una
droga di abuso, un medicamento) o di una condizione medica
generale (es., ipotiroidismo).
Criterio E. I sintomi non sono meglio
giustificati da lutto, cioè dopo la perdita di una persona
amata, i sintomi persistono per più di due mesi, o sono
caratterizzati da una compromissione funzionale marcata,
autosvalutazione patologica, ideazione suicidaria, sintomi
psicotici o rallentamento psicomotorio.
L'episodio depressivo maggiore segue
frequentemente eventi stressanti psicosociali come lutti,
separazioni, divorzio, insuccessi oppure, come nel caso
dell'episodio depressivo maggiore con esordio nel
post-partum, può seguire la nascita di un figlio.
Tra le manifestazioni più frequenti si evidenzia una
maggiore facilità al pianto, irritabilità, ruminazione
ossessiva, tendenza a rimuginare, ansia, fobie,
preoccupazione eccessiva per la salute fisica, lamentele di
dolori.
Alcuni individui possono presentare problemi coniugali,
occupazionali, scolastici, abuso di sostanze, aumento di
utilizzo dei servizi medici.
Prima che si sviluppino, in genere nel corso
di giorni o settimane, i sintomi di un episodio depressivo
maggiore può esserci un periodo prodromico che dura da
alcune settimane a mesi e che può comprendere sintomi
depressivi lievi ed ansia.
Un episodio non trattato dura generalmente sei mesi o più,
a qualsiasi età esordisca. In circa il 20%-30% dei casi
possono persistere alcuni sintomi per mesi o anni che però
risultano insufficienti per soddisfare completamente i
criteri per un episodio depressivo maggiore. Questa
"remissione parziale" sembra essere predittiva di
un andamento simile dopo gli episodi successivi. Nella
maggior parte dei casi, comunque, vi è una remissione
completa dei sintomi con un ritorno al funzionamento
premorboso. Più raramente, alcuni individui (5%-10%)
soddisferanno ancora i criteri completi per l'episodio
depressivo maggiore, che risulterà perciò cronico.
La diagnosi differenziale può essere a
volte complessa. Come già accennato, negli anziani un
episodio depressivo maggiore potrebbe essere uno dei primi
sintomi di una demenza irreversibile. Per valutare se i
sintomi cognitivi siano legati ad una demenza più che ad un
episodio depressivo maggiore sono necessari: una valutazione
medica accurata, una valutazione dell'esordio del disturbo,
la sequenza temporale dei sintomi depressivi e cognitivi, il
decorso della malattia e la risposta al trattamento. Lo
psicologo che, in sede di assessment, si trova di fronte ad
un dubbio di questo genere dovrebbe richiedere tali
accertamenti prima di una valutazione diagnostica ed il
suggerimento sulle possibilità di trattamento.
Nella demenza, inoltre, vi è in genere una storia
premorbosa di declino delle funzioni cognitive cosa che,
nella maggior parte dei casi, non si presenta nel disturbo
depressivo maggiore dove la storia premorbosa è
relativamente "normale" ed il declino cognitivo
associato alla depressione è improvviso.
Alcuni sintomi come la distraibilità e la
bassa tolleranza alle frustrazioni possono presentarsi anche
nel disturbo da deficit dell'attenzione/iperattività. I due
disturbi possono presentarsi anche associati. Seguendo
quanto consiglia il DSM, il clinico esperto, dovrà porre
particolare attenzione nel non sovradiagnosticare un
disturbo depressivo maggiore in bambini con deficit
dell'attenzione/iperattività che presentano un'alterazione
dell'umore con irritabilità piuttosto che con umore triste
o perdita di interesse.
L'umore irritabile associato con un disturbo
depressivo maggiore può essere confuso con quello legato ad
episodi maniacali con umore irritabile; in questo caso è
discriminante la presenza di sintomi maniacali. Ci si trova
di fronte ad un episodio misto nel caso in cui vengano
rispettati i criteri per entrambi gli episodi
"maniacale" e "depressivo maggiore".
Tristezza e abbassamento del tono dell'umore
sono esperienze che tutti provano. E' necessario pertanto
distinguere il disturbo da una normale condizione di vita.
Per valutare la presenza di un disturbo dovrebbero essere
soddisfatti tutti i criteri elencati (da A ad E). Inoltre un
umore depresso può presentarsi in comorbilità con la
maggior parte dei disturbi, in particolare quelli di
personalità. Il clinico dovrà quindi porre molta
attenzione ricordando che una valutazione diagnostica in un
senso non sempre esclude un'altra. E' possibile quindi che
vengano rispettati i criteri di più disturbi
contemporaneamente.
Un'attenta valutazione è ancora più necessaria in caso di
quei disturbi verso i quali le ricerche evidenziano una
prognosi migliore se trattati psicofarmacologicamente. In
questo caso, in sede di valutazione, è necessario
progettare un piano di intervento che tenga conto, ad
esempio in ordine di emergenza e gravità, della situazione
del soggetto.
Nonostante le ricerche attuali suggeriscono che, nel caso del disturbo
depressivo maggiore, si ottengono maggiori benefici in quei
trattamenti che prevedono una collaborazione tra i servizi
di terapia psichiatrica e psicologica ovvero la combinazione
di trattamento farmacologico e psicologico (Roth, A., Fonagy,
P., 1996), la psicologia emotocognitiva sostiene che, in
assenza di condizioni mediche o uso di sostanze in grado da
sole di giustificare la sintomatologia, il trattamento
d'elezione è l'intervento psicologico senza uso di farmaci.
Ovviamente occorre rivolgersi a professionisti psicologi
esperti in grado di utilizzare le nuove metodologie cliniche
prodotte dalla psicologia emotocognitiva.
In questa sede ho utilizzato i criteri di
valutazione offerti dal DSM, nello specifico la quarta
edizione del manuale. E' necessario ribadire che il sistema
di classificazione è stato utilizzato poiché risulta
essere quello attualmente più diffuso. Il clinico dovrà
tenere conto di questa limitazione. Il DSM, nel suo
tentativo (che personalmente credo non possa riuscire) di
essere ateorico, privilegia aspetti comportamentali e
biologici trascurando ampiamente gli importanti aspetti
di organizzazione sistemica di tipo psicofisiologico
integrato. Sarà pertanto necessario per il
professionista dalla salute integrare, in sede di
valutazione, tutte le conoscenze, sempre con la
consapevolezza che ogni individuo è complesso e la
valutazione del funzionamento di una persona non può essere
ridotta alla ricerca o all'esclusione della presenza dei
soli sintomi classificati.
Terapia Psicologia della Depressione
Come insegna la psicologia emotocognitiva esistono processi
di organizzazione sistemica di tipo bio-psico-sociale e
psicofisiologici che
mantengono la sintomatologia e che sono la principale causa
del potenziale aggravamento del disturbo. Tutto questo
indipendentemente dall'origine del problema in termini di
contenuti simbolici (tipici nelle vecchie forme di terapia).
Molti tentativi di intervento sia
medico-psichiatrici che classici metodi psicologici con i
pazienti che soffrono di depressione non migliorano
realmente la situazione in quanto impediscono all'organismo
di sbloccare il sistema circolare che alimenta la
sintomatologia.
Lo psicologo ad orientamento di psicologia emotocognitiva
interviene invece proprio sbloccando il loop disfunzionale,
ovvero il circolo chiuso fatto di tentativi falliti di
risolvere il problema che produce l'effetto di mantenimento
della sintomatologia.
In assenza di una condizione medica come una lesione, un
tumore o tiroiditi, la depressione può essere vista come un
disfunzione del processo di organizzazione psicofisiologico.
Il sintomo depressivo viene visto in psicologia
emotocognitiva come un processo involontario autonomo di
soluzione delle tensioni centrali e periferiche rispetto al
sistema nervoso.
Mentre fisiologi e psicologi sono in accordo
quando si tratta di riscontrare un problema a livello della serotonina,
della dopamina o della noradrenalina, la divergenza è sul
metodo di trattamento.
Per lo
psicologo un problema dopaminergico non orienta linearmente
verso una modificazione a livello chimico sostituendosi
all'organismo.
Lo psicologo interviene su ciò che ha permesso all'organismo di creare
un problema dopaminergico, ovvero sui processi che hanno
attivato nell'organismo il problema. Lo psicologo lavora a monte,
attraverso stimoli non farmacologici per permettere
all'organismo di ripristinare, in tempi brevi, un normale
funzionamento.
Oggi il trattamento psicologico delle
alterazioni dell'umore in senso depressivo e dei disturbi
depressivi in genere (depressione maggiore, depressione
minore, disturbo misto ansioso-depressivo e disturbo
distimico) grazie alle nuove ipotesi di trattamento
applicate in psicologia emotocognitiva mira ad essere
uno dei più efficaci metodi di intervento clinico in tempi
brevi e senza uso di farmaci.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2002)
Il disturbo depressivo maggiore.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 21 agosto 2002.
Riferimenti
Bibliografici
American
Psychiatric Association (1994) Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi Mentali, IVa ed. (DSM-IV).
Masson, Milano 1996.
Fonagy,
P., Roth, A. (1996) Psicoterapia e prove di
efficacia. Il pensiero scientifico editore, Roma 1997.
Freud, S.
(1915) Lutto e Melanconia. In: Freud, S. Opere.
Boringhieri, Torino.
Freud, S.
(1922) L'Io e l'Es. In: Freud, S. Opere. Boringhieri,
Torino.
Gabbard,
G.O. (1994) Psichiatria Psicodinamica. Nuova edizione
basata sul DSM-IV. Raffaello Cortina Editore, Milano
1995.
Klein, M. (1940) Il
lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi.
In Scritti 1921-1958. Bollati Boringhieri, Torino
1978.
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