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Sergio Antonini
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| Per un modello
circolare dell'esperienza umana |
| comprendere le esperienze umane |
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Il carattere di questo mio pensiero è
incistato di un'aurea tetra, pessimistica, direi quasi
romantica che però presuppone una riflessione, un tentativo
di articolazione della parola su alcuni temi essenziali
dell'animo umano. In questo senso quindi lo considero
costruttivo e digeribile, a differenza di alcune
considerazioni che non lasciano possibilità di speranza e
che portano con se una disperazione fastidiosa, contagiosa,
inutile.
Unendomi al pensiero di S. Freud, il Freud che scriveva
"Il Disagio della Civiltà" (Freud, S., 1929) mi
trovo sempre più spesso a constatare che l'esistenza
dell'uomo nella società è accompagnata da una inevitabile
tendenza alla sofferenza.
Sembra quasi una legge del funzionamento psichico umano, il
fatto che proprio quando il progresso tecnologico porta alla
estinzione fisiologica di un bisogno dell'uomo, questo non
sazio del soddisfacimento ottenuto, sviluppi quella svolta
anarchica, insaziabile e masochistica che è il desiderio;
il desiderio di qualcosa che il mondo materiale non può
darci, salvo evidenziarne la natura totalmente diversa, un
prodotto della complessità dell'animo umano,
dell'allontanamento dal mondo istintuale animale.
Questo malessere della civiltà, che faceva recitare a
Eugenio Montale "Spesso il male di vivere ho
incontrato" o "Il vuoto dietro di me, con un
terrore di ubriaco..." o che portava Shakespeare a
scrivere "Queste nostre brave vite sono cintate dal
sonno. Dormiamo un'eternità, ci svegliamo per ottant'anni e
ridormiamo per un'altra eternità" si è espresso da
sempre in modo più palese attraverso gli individui più
sensibili, più fragili, attraverso le più diverse forme di
condotta autolesionistica e psicosomatiche.
Se nell'epoca vittoriana il mondo occidentale, scopriva il
suo malessere nascosto, per esempio attraverso l'isteria
delle donne e le nevrosi nell'uomo, così oggi assistiamo a
nuovi disturbi che disarticolano le coordinate del vivere
quotidiano; mi riferisco in tal senso a quelli che chiamo
disturbi legati alla sostanza, sia essa una droga o il cibo.
Proprio oggi che nei paesi a economia capitalistica il
bisogno di reperimento di sostanze per vivere non
costituisce più un problema, ma anzi è stato convertito,
dato il surplus di beni di sussistenza, nella richiesta di
desideri più velleitari ed estetici, abbiamo un aumento di
individui che soffrono di disturbi collegati alle sostanze.
I tossicodipendenti sono dipendenti da sostanze chimiche
attraverso le quali vivono esperienze di estraniamento dalla
realtà o comunque modificazione del modo di percepirla, i
soggetti anoressico-bulimici fanno della sostanza-cibo il
loro impossibile oggetto di desiderio o vi si fondono con
un'orgia alimentare con profondi vissuti di colpa che
portano poi alla necessità panica di liberarsene quasi
fosse un veleno.
J. Lacan nel suo scritto intitolato "discorso del
capitalista" (Lacan, J.) si rifà alle considerazioni
freudiane e in merito ai disturbi dell'alimentazione dice
che la civiltà moderna oggi propone una illimitata offerta
di cose, un soffocante riciclo di sostanze materiali che
riempiono l'uomo lasciandolo però sempre affamato di
qualcos'altro.
Di fronte alla varietà e alla quantità di cose, offertegli
dalla società l'anoressico, afferma il suo "no!",
rivendicando così il desiderio della "cosa", cioè
della sua identità, identità che rischia di rimanere
soffocata da un seno che continua a offrire, per dirla con
Bion, illimitate risorse di niente.
Il bulimico così come l'obeso invece nella loro compulsione
a fagocitare rappresentano il valore superegoico
dell'eccesso, del consumo, in perfetta consonanza con la
definizione della società post-moderna come società dei
consumi.
Lo stesso corpo ha subito in questo processo di
tecnologizzazione un mutamento qualitativo.
Non è più quel corpo sessuato inammissibile, non
riconosciuto, ammantato di mistero e di peccato che portava
l'isterica dell'epoca vittoriana a far confrontare la società
patriarcale e maschilista con l'enigma della sua sessualità.
Oggi il corpo non ha bisogno di questi sotterfugi
psicosomatici per affermarsi perché al contrario è
divenuto oggetto di una tale montagna di parole da
risultarne svuotato di significato, usando un'espressione
appropriata all'oggetto "scarnificato di
significato".
Come afferma la psicoanalista lacaniana Gabriella Ripa di
Meana, "L'esito del discorso post-moderno sta in un
relitto corporeo scollato e inaccessibile al fiume di parole
pronunciate per predicarlo, per interpretarlo e per
controllarlo. Siamo di fronte oggi all'emergenza di un corpo
diventato impossibile.
E' nato in questa nostra epoca un nuovo oggetto. L'abbiamo
chiamato un corpimmagine, scollato dall'oggetto." (Ripa
di Meana, G., 2001)
I soggetti sofferenti da "disturbi da sostanze"
incarnano così in forma estremizzata i valori della società
post-moderna, come civiltà dell'immagine centrata
sull'ideale del corpo e come società del consumismo e
dell'eccesso.
I modi in cui si estrinseca questo malessere, questo rumore
di fondo sono la risultante di un dialogo mal posto tra
individuo e società.
Già, individuo e società, micro-cosmo e macro-cosmo...
Sempre più spesso si sentono dibattiti circa i fattori più
importanti per l'emergere di una psicopatologia, quanto pesa
la predisposizione della struttura psichica dell'individuo?
e quanto pesano le influenze socioculturali sull'individuo?
Partendo dal fatto che secondo me la dimensione
socio-culturale dà la forma al malessere psicologico
dell'individuo ma non ne può essere la causa, voglio
addentrarmi nel concetto di sintomo.
Che cosa è il sintomo e cosa può farsene lo studioso delle
scienze psicologiche?
Il sintomo psico-somatico ad esempio è un epifenomeno di un
qualcosa che non si vede, si potrebbe dire molto
semplicisticamente, è un segnale che lancia il corpo per
manifestare un malessere psichico, un vissuto interiore che
non è spesso concettualizzabile in parole, talvolta neppure
cosciente.
Lo specialista deve saperlo leggere, interpretare,
contestualizzare in modo non diverso da come fa un
archeologo o un filologo di fronte ad un geroglifico o ad
una scrittura comunque criptica.
Limitarsi a curare il sintomo non basta, è come se questo
archeologo si limitasse ad osservare questo geroglifico
constatandone i colori, le dimensioni ideogrammatiche, la
lunghezza.
Nei disturbi dell'alimentazione poi più che mai urge per lo
specialista una attenzione particolare alla decodifica dei
significati sintomatologici nonché della fisiognomica e del
non-verbale del paziente, dato che questo pone l'emergenza
del corpo in primo piano, con la sua emaciazione, con i suoi
rimaneggiamenti, con i comportamenti eccessivi di
abbuffata-vomito a cui viene sottoposto.
Inoltre spesso si è riscontrata nei pazienti con DCA una
difficoltà nel riconoscere le emozioni, una difficoltà ad
entrare in contatto con esse, un pensiero ed un frasario
scarno, freddo, "operatorio", robotico, è stata
riscontrata una difficoltà a simbolizzare, a ricordare i
sogni, a parlare della propria vita fantastica.
Tutto questo quadro molto caratteristico in generale dei
pazienti psico-somatici è stato definito con un termine
"alessitimia", etimologicamente cioè incapacità
a saper leggere le emozioni.
Voglio arrivare con tutto ciò a dire che per quanto
concerne i trattamenti terapeutici più indicati e
risolutivi per pazienti DCA, mentre terapie come quella
Cognitivo-Comportamentale e quella Breve-Strategica con la
loro focalizzazione sugli aspetti fenomenici-sintomatologici,
evitano in maniera rischiosa di affrontare i nuclei
problematici di fondo (a volte patologie psichiche gravi
come DBP o Dist. del Sé), quel malessere esistenziale di
cui prima ho parlato, d'altro canto le terapie a
orientamento psico-analitico se pongono come oggetto di
ricerca le cause profonde del malessere dell'individuo e le
ri-contestualizzano nella situazione protetta del setting
analitico, presentano anch'esse dei rischi sulla guarigione
del paziente.
I rischi connessi alla pratica psicodinamica sono
riassumibili in quattro aree-problema, una è quella dei
tempi lunghi di tali trattamenti, che male si conciliano con
l'urgenza di riabilitazione fisica di alcune di queste
patologie per le quali il rischio di gravi danni fisici e di
morte è molto alto, poi c'è il rischio che la
focalizzazione sulla vita passata e sul racconto dei vissuti
personali colluda con la tendenza all'intellettualizzazione
tipica di tali pazienti. Inoltre si consideri la tendenza a
mostrare parti di sé false e a non scoprirsi
(organizzazione Falso-Sé), a vivere il rapporto transferale
con il terapeuta nello stesso modo in cui si trattano le
sostanze, cioè con un'alternanza di fusione/espulsione, ed
infine la ricorrenza di pazienti alessitimici con DCA, con
una totale povertà di tutto quel mondo simbolico di cui la
psicoanalisi si serve nella sua indagine.
Credo che in tale situazione possa essere importante
considerare la prospettiva corporea e quella
sistemico-relazionale, sistemico-relazionale, perché
comunque i DCA nascono e si mantengono in un sistema
familiare patologico.
Il grande contributo della scuola sistemico-relazionale
nell'approccio al disturbo psichico è stato infatti quello
di decentrare il raggio d'azione e considerare disfunzionale
l'intero sistema dentro il quale si muove il soggetto
portatore del sintomo. In un certo senso si tratta di
lavorare in controtendenza rispetto alla posizione
egocentrica del paziente che con i suoi manierismi attira
l'attenzione su di sé.
E' un'ottica paradossale che cambia le carte in tavola e
spinge all'azione, lì dove tutto è stagnante e
funzionalmente sclerotizzato; inoltre viene indirettamente
capita e accolta la strategia del paziente che cerca
attraverso il sintomo di sovvertire lo status quo familiare.
Naturalmente anche questa prospettiva non è esente da
rischi, legati soprattutto alla difficoltà del sistema ad
accettare la sua disfunzionalità, o aderendovi in maniera
totale ma deresponsabilizzata e allora per esempio si
vedranno padri, madri, fratelli di un anoressica imbarcarsi
nelle più diverse strategie di cambiamento, ma con un
atteggiamento di compiacenza verso le direttive del
terapeuta, inverando in realtà l'antico proposito
gattopardesco: bisogna cambiar tutto perché rimanga tutto
così.
Per quanto concerne invece la prospettiva corporea, invece
di esplorare il malessere individuale con la parola e con
l'analisi sui perché e sul che cosa è successo nella
storia privata del soggetto, ci si può focalizzare sul come
e sull'analisi dei tratti corporei del paziente.
Questa prospettiva diversa nasce dalla assunzione della
totale integrazione tra lo psichico ed il somatico, per cui
per giungere al nocciolo problematico di un individuo non
bisogna per forza giungervi attraverso lo psichico, ma anche
tramite il somatico.
Il neuroscienziato Antonio Damasio nel suo libro
"L'errore di Cartesio" (Damasio, A. 1995),
partendo da considerazioni su alcuni suoi casi clinici di
gravi menomazioni neurologiche, ha riproposto l'attenzione
sull'antica questione della considerazione dicotomica
dell'uomo, costituitasi a partire da Cartesio sulle funzioni
separate della mente e del corpo, superandola.
L'opinione di Damasio, confortata anche dalle ultime
scoperte delle neuroscienze in campo neurologico è che non
si possa parlare di psiche e di soma come di due funzioni
separate, le funzioni cerebrali sono parte integrante del
nostro corpo ed ogni azione del nostro corpo non può essere
considerata staccata dall'attività neuronale, allo stesso
tempo bisogna considerare sentimenti ed emozioni come
componenti facenti parti delle funzioni psichiche.
Queste considerazioni sono venute in seguito a constatazioni
cliniche osservate in alcuni suoi pazienti con danni
neurologici gravi.
Un suo paziente che aveva subito una danneggiamento alla
paleocorteccia, quella emozionale, a causa di un tumore,
appariva quindi freddo distaccato, le cose che diceva non
erano supportate da una coloritura emozionale e non riusciva
nemmeno a decodificare il canale non verbale negli altri.
In altri casi di lesione cerebrale si verificava una
scissione della mimica facciale esprimente il riso, quando
il soggetto rideva in seguito ad una battuta spiritosa
rideva soltanto con una parte del viso, mentre l'altra parte
era paralizzata, quando invece il riso era ordinato
volontariamente la mimica era normale e coinvolgeva ambo i
lati del viso.
Questo perché abbiamo due sistemi nervosi che cooperano fra
di loro pur parlando lingue diverse: Il sistema motorio
emozionale, analogico, espressivo, localizzato nella
paleocorteccia, ed il sistema motorio
volontario/logico-razionale, collocato nella neo-corteccia,
il centro elaboratore ed integratore di informazioni è
invece il lobo frontale che by-passa le informazioni tra
un'area e l'altra, perché come ho già detto le due aree
fra loro non comunicano.
Quando una lesione interessava la paleo-corteccia per
esempio non si aveva più la mimica facciale del riso, perché
il centro deputato a tale pattern mimico-espressivo era
deficitario, ma si aveva il sorriso volontario perché
questa operazione interessava l'area della neo-corteccia,
logico-razionale, lo stesso dicasi per il comportamento
operatorio del paziente che aveva subito per il tumore un
danno alla paleocorteccia.
Questo diverso modo di attivarsi dei due processi cerebrali
si era già notato a proposito dei metodi di recitazione
negli anni '40-'50, con le due scuole di recitazione di
Stanislawski (Stanislawski, 1990) e del suo allievo
Grotowski (Grotowsky, S. 1970), il primo diceva che l'attore
doveva lavorare sul copione e cercare nella storia e nella
psicologia del protagonista da lui interpretato delle
affinità con alcuni tratti della sua vita, con alcune
componenti della sua stessa vita psichica, successivamente
doveva trovare quelle posizioni giuste per evocare quelle
tonalità affettive. Grotowsky invece lasciava la massima
libertà di espressione corporea agli attori, dava loro la
possibilità di trovare la posizione migliore per
interpretare il ruolo, l'emozione, diceva, poi viene da
sola, senza bisogno di evocazioni.
Da altri esperimenti si nota ciò; mi riferisco in
particolare a quegli esperimenti in cui veniva impartito a
degli attori professionisti di atteggiare la propria mimica
facciale in una certa espressione di sentimento
universalmente riconosciuta simile, come ad esempio la
tristezza. Quello che emerse fu che dopo un po' di tempo che
questi rimanevano con l'atteggiamento del volto nella mimica
dell'uomo triste, provavano effettivamente sentimenti di
tristezza e questo anche se erano ignari degli intenti
dell'esperimento.
Infatti il principio che regola il funzionamento del
cervello è a doppia uscita, è il cosiddetto principio
della reversibilità: ossia c'è una circolarità causale
nei rapporti tra parola e mondo interno e tra corpo e mondo
interno. [vedi
figura]
Come si ricollega tutto ciò con un tipo di terapia per la
cura dei DCA?, Con il modello di terapia con la famiglia dei
facilitatori relazionali che hanno integrato questi apporti
delle neuroscienze con gli assunti della psicologia sociale,
secondo cui l'uomo si trova immerso in tutta una serie di
relazioni reciproche con gli altri membri della sua vita
sociale, tale da creare un vero e proprio reticolo di scambi
comunicativi?
Secondo questo modello si fa terapia "con la
famiglia", la patologia viene contestualizzata in una
congerie di fattori oltre che di natura personale, anche di
natura relazionale. Infatti talvolta succede che nelle
relazioni di tutti i giorni si creano e si alimentano dei
non-risolti comunicazionali, con un conseguente blocco
dell'emozione che sta dietro alla comunicazione relazionale,
se si verifica una serie di non-risolti comunicazionali si
crea un accumulo di tensione che si può sempre sciogliere
se si trova lo stimolo appropriato per affermare il proprio
bisogno relazionale. Se ciò non verifica si può avere un
disagio relazionale con conseguente sofferenza
intrapsichica, questo disagio si può far venir fuori in due
modi o con i movimenti del corpo e le azioni o con
l'espressione ed il suono della voce.
Questo modello relazionale si rifà quindi per la parte
relazionale al modello di Joseph Luft e Harry Ingham (Luft,
J., Ingham. H., 1985) con la strutturazione della cosiddetta
"finestra di Johari con le differenti articolazioni dei
rapporti inter-relazionali. L'ideale sarebbe quello di
rendere i comportamenti ed i sentimenti che si hanno noti
sia a se stessi che agli altri, il disagio si crea a partire
dagli spostamenti da questo focus ideale di relazionalità.
Quello che fanno i terapeuti sistemico-relazionali di questo
approccio con la famiglia è apparentemente molto semplice,
cioè legge il disturbo alimentare come un epifenomeno di un
disturbo relazionale sorto all'interno delle relazioni del
paziente intrafamiliari ma anche extrafamiliari e si pone
come facilitatore relazionale per aiutare i membri della
famiglia a recuperare le relazioni infrante, a dirsi cioè
apertamente tutto quello che pensano gli uni degli altri e
come modalità di lavoro non si dà importanza tanto a
quello che si dicono ma a come se lo dicono.
Si dà importanza a tutti gli epifenomeni dell'attività
cerebrale della parte destra-analogica, espressiva, si fanno
notare i c.n.v. la prossemica, la fisiognomica, si pone
l'attenzione anche sull'espressione vocale, (nelle sue due
diramazioni, quella razionale cioè ciò che si dice e
quella prosodica cioè come lo si dice) soprattutto sulla
prosodia che comprende il tono della voce, il volume, le
pause tra le parole, gli intercalari ecc...
Il punto fondamentale è questo: è possibile individuare
emozioni non smaltite dall'esterno, si! Ma è possibile fare
anche il contrario, ossia si agisce dall'interno, dal corpo
per fare arrivare dei non risolti emozionale all'esterno, è
un sistema a doppia via, è sia la mente che influenza il
corpo che il corpo ad essere l'espressione della mente.
Le persone devono nella propria vita percorrere un continuum
psicologico che va da dimensioni autocentrate di narcisismo
a dimensioni temporanee di falso-sé, di adeguamento alle
idee dell'altro, ben sapendo però attraversare tutte le
tappe intermedie del processo, senza focalizzarsi sugli
opposti.
Quindi ricapitolando se il sintomo sta sopra un angoscia
relazionale, se non tiro fuori la componente emotiva il
sintomo non si sparirà.
L'aspetto emotivo è molto importante, l'emozione è
l'elemento selezionatore dell'esperienza umana: ci
ricordiamo di più le cose che ci hanno emozionato, le
persone che ci hanno emozionato, le emozioni sono il
collante delle relazioni umane, se sono bloccate bisogna
farle venire fuori a partire dal some, ma come? Come nel
compito impartito agli attori bisogna suggerire ai membri
della famiglia una drammatizzazione della mimica del viso o
del corpo per far suscitare un'emozione che si ritiene
carente in quella persona, si può arrivare all'emozione
attraverso un lavoro sulla parte prosodica dell'espressione
verbale, cioè lavorando sul suono, sul timbro della voce, o
della postura dell'occupazione dello spazio per favorire
l'esplorazione di un'emozione che si riconosce come poco
contattata dalla persona.
Infatti nella terapia sistemica relazionale-emozionale si
lavora molto sulle polarità relazionali, alcune dimensioni
relazionali sono più agite, con il totale disconoscimento
delle altre.
Si lavora sull'integrazione delle due polarità, si lavora
sulle risorse emozionali, ci si allena tramite l'espressione
emozionale a contattare la polarità che non è stata fino
ad allora mai esplorata, si lavora sempre nel "qui e
ora", non come nella psicoanalisi nel "là e
allora"; si devono fornire ai membri della famiglia gli
strumenti relazionali per poter fluttuare da una polarità
all'altra.
Alcune delle polarità che più frequentemente risultano
deficitarie sono: per la ragazza con DCA la polarità del
affermazione della propria identità, individualità, la
capacità assertiva, di dire di no, di non accollarsi
compiti più grandi di sè, la polarità del chiedere,
chiedere affetto, chiedere rispetto, per le madri anche per
esse la polarità del pretendere, meritarsi qualcosa, del
chiedere, dell'ascoltare, dell'aspettare, dell'accettare.
Per i padri le polarità dell'ascoltare, del cedere, del
sostenere, dell'intraprendere.
Ci si allena per esempio a dire con un certo tono di voce e
una certa mimica non verbale:"Voglio decidere io che
vestiti comprarmi" oppure "se ti comporti così mi
soffochi!" oppure ancora "No!", o "Ho
bisogno di te come marito", o "lasciami
parlare!" .
Riscontro alcune somiglianze tra questo modello e quello
psicofisiologico postulato da Ruggieri nella considerazione
che si dà alla persona umana come integrazione totale dello
psichico con il somatico, nel partire dal corpo e quindi
dalla periferia per indurre dei cambiamenti nel centro che
poi riverberano delle modificazioni fisiche di nuovo alla
periferia. In questo bisogna ricordare l'approccio
psicofisiologico di Ruggeri e collaboratori per la cura dei
DCA con la loro focalizzazione sull'appoggio plantare sul
suolo, sulla postura, sull'occupazione dello spazio, nonché
sulle spezzature, sugli effetti-vela e sulle mimiche
facciali cronicizzate.
Il loro postulato è che alla base dei DCA ci siano problemi
connessi con lo sviluppo narcisistico del Sé, cioè
dall'integrazione di tutte le attività psicologiche e
fisiologiche, che conferisce all'esperienza umana un
sentimento di esserci, di essere al mondo, questi deficit
del narcisismo porterebbero a disturbi dell'immagine
corporea da loro definita come il risultato di un processo
di integrazione che utilizza informazioni provenienti dalla
periferia del corpo (tattili, termiche, dolorifiche,
propriocettive, viscerali), ma che non si esaurisce con la
semplice riproduzione di tali dati si tratta di un processo
integrato in continuo movimento e cambiamento connesso sia
alle sensazioni esterocettive che interocettive.
Dalla sintesi delle informazioni periferiche si producono
schemi centrali che, a loro volta, determinano cambiamenti
tonici alla periferia del corpo, c'è nella costruzione
dell'immagine corporea una continua cooperazione tra la
periferia del corpo e il sistema nervoso centrale (SNC)
basata su di un processo di tipo circolare , che
continuamente destruttura e ristruttura l'immagine stessa,
in modo non dissimile a quello del principio di reversibilità
presentato prima.
L'immagine corporea si costruisce progressivamente nel corso
dello sviluppo individuale ed acquisisce una particolare
configurazione a seconda delle esperienze che vengono
accumulate (apprendimenti motori dell'infanzia, significati
che il corpo assume nel suo articolarsi con gli altri)
questa costruzione acquisisce poi anche una valenza
emozionale-affettiva che avrebbe la funzione di mantenere
l'integrazione, cioè di demarcare i confini dall'ambiente
esterno. (Ruggieri V., Fabrizio E. 1994.)
La pregnanza di questi processi per l'adattamento alle
mutevoli condizioni dell'ambiente esterno è confermata da
tutta quella serie di studi compiuti sugli effetti delle
carenze da contatto nei bambini; si è constatato che
l'esposizione in determinate fasi precoci dello sviluppo
umano ad un ambiente scarsamente responsivo in quanto a
stimolazioni cenestetiche può portare a gravi deficit nei
processi interopercettivi ed esteropercettivi, direttamente
collegati con la definizione dell'immagine corporea.
Mi viene in mente a tal proposito un bel film di Truffaut
intitolato "il ragazzo selvaggio" ispirato alla
storia vera di un ragazzo pre-adolescente trovato nella
foresta nera dove era stato allevato da un branco di lupi e
poi affidato alle cure di un medico per tentare di
recuperarne "l'umanità".
Le grosse difficoltà incontrate dal solerte medico nel
recupero delle facoltà cognitive e sensoriali del ragazzo,
la amara conclusione di poter solo in parte riuscire
nell'intento, sono la drammatica testimonianza
dell'importanza dell'esperienza della cornice oggettuale per
lo strutturarsi di una corretta immagine corporea.
Tornando al concetto del principio di reversibilità diviene
quindi possibile inferire che quando si prende in
considerazione la natura psichica umana sia in ambito
clinico che nella normalità sia più esaustiva una
spiegazione circolare del modo in cui l'uomo esperisce la
realtà.
Corpo e mente, ormai liberati dalle farraginose catene
cartesiane possono essere intesi come un tutt'uno
indivisibile (e le recenti scoperte sulle connessioni tra
ipotalamo, ipofisi e sistema immunitario convalidano ciò da
un punto di vista fisiologico), a tal punto che anche lo
stesso termine psicosomatico diviene pleonastico.
Così come è possibile trascendere la suddivisione tra res
cogitans e res extensa, così è possibile, anzi doveroso
secondo me trascendere la netta divisione tra patrimonio
conoscitivo occidentale e orientale.
Ho sempre nutrito un sentimento di curiosità, di interesse
verso ogni tipo di prodotto mentale altrui.
Così anche rispetto ai rapporti tra filosofia buddista e
psicologia per esempio ho cercato di mantenere un
atteggiamento quanto più di oggettivo rispetto e di
equidistanza, mirando più a trovare similitudini e strade
di integrazione che differenze o preferenze tra questa
filosofia e le scienze psicologiche di cui mi occupo.
Ho parlato all'inizio del disagio della civiltà legato alla
presenza anarchica del desiderio rispetto ad una situazione
di soddisfazione di bisogni, l'ho collegato poi alla sempre
maggiore attenzione che rivestono oggigiorno le affezioni
psichiche implicanti il rapporto disturbato con la sostanza
ed ho contestualizzato tutto ciò con lo scarto presente
nella società capitalistica odierna tra iper-produzione di
sostanze e povertà di affetti che diano ad esse
significato, per cui queste finiscono per essere viste come
nient'altro che cose vuote e fredde.
E' proprio con questo discorso che voglio finire il mio
pensiero chiudendo così il cerchio aperto prima.
Se pensiamo un attimo al messaggio lanciato da Erich Fromm
nel suo libro "Avere o essere?" (che voleva anche
porsi come un ponte tra il sapere occidentale e quello
orientale), vediamo che si staglia chiaro un concetto di
fondo che può applicarsi anche alla situazione attuale del
nevrotico occidentale;
e cioè che l'uomo occidentale è sottoposto ad una cultura
che tendenzialmente pone l'accento su di un rapporto
possessivo della sostanza piuttosto che contemplativo, ed
per sostanza mi riferisco anche allo stesso corpo.
Ricorrendo per motivi esplicativi ad una forzata
generalizzazione è come se l'uomo occidentale preferisse
dire riferendosi al corpo :"Io ho un corpo",
anziché "Io sono un corpo", oppure "Il mio
corpo" invece che "Il corpo che vivo", la
differenza terminologica sembra piccola ma è invece
abissale.
Ed è vero anche che nella nostra società, l'uso nel
frasario comune del pronome possessivo è un'abitudine
inveterata e non analizzata abbastanza per ciò che implica.
Si suole infatti dire "Questa è la mia donna"
oppure "Sei la mia vita" piuttosto che
"Questa donna ed io condividiamo un amore", suona
persino male, eppure l'ultima definizione è scevra
dell'aurea di possessività delle prime due.
A mio avviso se uno dei disagi dell'uomo di oggi è legato
al rapporto disturbato con la sostanza, ciò è dovuto alla
mancanza di un rapporto meditativo, partecipativo con essa.
Pensiamo al rapporto con il soma per esempio, aveva ragione
W. Reich quando diceva che le nevrosi attuali sono dovute
allo strutturarsi nel corso del tempo e nell'impatto con
l'ambiente di una corazza caratteriale, definita anche da un
punto di vista psicofisiologico da una preclusione nel
proprio campo percettivo di tutta una serie di sensazioni
sensoriali inviate dal soma.
Mi chiedo quanto nella società attuale, questo corpo,
oggetto di cure, addobbato da orpelli, monitorato anche
maggiormente dal punto di vista igienico-sanitario sia
realmente consapevolizzato.
C'è stato si anche da noi, a partire dagli anni '80, il
boom della New Age (una nuova età dell'acquario) di tutte
quelle pratiche orientaleggianti o pseudo-orientaleggianti
che si preoccupano in chiave olistica di benessere
psico-fisico, ma mi chiedo quanto queste esperienze siano
consapevolizzate, quanto siano realmente vissute come un
abitus e non solo come un modus operandi, tra i tanti che si
inseriscono nell'agendina, per colmare la giornata.
Dico questo perché io per primo mi sono spesso trovato a
praticare Yoga per un'ora a luci soffuse, con un sottofondo
di musica tibetana, per ritrovarmi poi venti minuti dopo a
bestemmiare nel traffico, perché l'automobilista davanti a
me non è scattato subito con il verde.
Mi chiedo poi anche quanto siamo in grado oggi di vivere
appieno le emozioni.
Si fa un gran parlare del benessere psicologico
dell'individuo, dell'attenzione ai sentimenti e poi non si
riesce a tollerare la rabbia, non si riesce a sopportare la
tristezza, persino a gustarsi la felicità, a captare la
fuggevole ed effimera vibrazione della gioia.
Tutto è allontanato da funzionali abitudini, manierismi,
razionalizzazioni.
Le sostanze sono un buon diversivo, palliativo, per
by-passare la piena consapevolizzazione delle proprie
risonanze emotive. Il problema infatti infatti non è la
sostanza di per se, ma il modo in cui l'uomo si rapporta ad
essa: il cibo, le droghe, i vestiti, il corpo.
Questi sono solo oggetti, altamente simbolizzati si, ma
nient'altro che oggetti, ma se il ricorso al cibo diventa un
modo per sfogare la rabbia, perché per qualche motivo non
la si può vivere, allora questi oggetti ci posseggono, si
attaccano alla nostro patrimonio comportamentale sotto forma
di abitudini, perciò si arriva a dire "Questo corpo
incombe su di me, oppure l'alcool mi ha
schiavizzato...", con una ardita quanto avventurosa
frase, parafrasando Freud potrei dire "Lì dove c'era
l'emozione adesso c'è la sostanza".
Il grosso problema è che molto spesso c'è una vera e
propria insofferenza verso l'emozione, che non diventerà
mai sentimento consapevolizzato, perché viene prima
affogata nel ricorso alla sostanza, mentre invece alcune
filosofie come ad esempio quella del Buddismo considerano la
cosiddetta Illuminazione, non come chissà quale
inarrivabile traguardo metafisico o mistico, ma
semplicemente come una condizione che si raggiunge nel non
escludersi da ciò che è spiacevole, nell'imparare a
conoscere ciò che sentiamo difficile o doloroso.
Le difficoltà hanno molto da insegnarci. Non importa quanto
poco le vogliamo, quanto vorremmo che fossero diversamente;
si ripresenteranno di nuovo pesanti e fastidiose e non
perderanno questa natura finché non le avremo comprese e
trascese.
Secondo quanto viene concepito dal pensiero buddista, le
sofferenze, le frustrazioni ci sono ed anche a iosa nella
vita, ma compito dell'uomo e soffermarsi su di esse,
riconoscerle nella loro natura più intima, e cioè come
stati impermanenti e comunque istruttivi, abbracciandone
tutta la portata fenomenica, in questa maniera si noterà
che perderanno molta della loro forza ed andranno a
smorzarsi.
Come afferma Achaan Sumedho, un maestro di Buddismo
tailandese, rispetto agli stati depressivi "Così, se
riesco a generare comprensione verso un dato momento di
depressione, riconoscendolo e non pretendendo che non ci
sia, va tutto bene. E' naturale che sensazioni simili
nascano e muoiano.
E' il nostro continuo desiderio di sbarazzarcene che le
insedia più a lungo. E' appunto la lotta contro di loro che
ne ravviva l'intensità" continua Sumedho allargando il
discorso anche al contatto con le sensazioni fisiche,
"(avere comprensione) Significa non indulgere
nell'avversione per il disagio e la debolezza del corpo
malato. Possiamo imparare a meditare sulla febbre, la
stanchezza, i mali e i dolori fisici che sperimentiamo. Non
occorre amarli; tutto ciò che dobbiamo fare è prenderci il
tempo necessario per sopportarli e comprenderli, invece di
reagire immediatamente con rabbia. Senza comprensione (in
tailandese Metta), reagiamo subito con il desiderio di
annientare queste condizioni. Desiderio che di frequente ci
porta alla disperazione, perché lo sforzo ossessivo di
sbarazzarci di ciò che non vogliamo ricrea costantemente le
condizioni della disperazione." (Sumedho, A. 1986)
Premettendo che questa comprensione va allargata anche a
sentimenti positivi come, la felicità e la serenità e
contestualizzata con la nostra società tanatofobica e
algofobica in cui non si permette ai bambini di vivere la
morte di un nonno o in cui si ricorre alla tachipirina al
minimo accenno di febbre, concludo riportando queste
considerazioni nel campo clinico, in particolare
nell'esperienza dei disturbi del comportamento alimentare.
Nel corso della miei studi su questa patologia mi sono
spesso imbattuto nella constatazione clinica del ricorso del
cibo come surrogato materiale atto a compensare l'emersione
di un'emozione.
Non è difficile infatti per chi ha a che fare con questo
tipo di pazienti sentir dire che l'acting bulimico avviene
solitamente in determinate circostanze quali: il ritornare a
casa e trovarla vuota, in momenti di solitudine, dopo litigi
o incomprensioni familiari, per vincere una insopportabile
noia, per frenare una diffusa sensazione di eccitazione, nei
momenti di forte stress...
La domanda provocatoria che lancio è questa:
Se si consigliasse ad un paziente bulimico di focalizzarsi
sulla sensazione della vergogna o della paura o della
felicità nei momenti in cui queste sono provocate, facendo
attenzione a gustarne e assaporarne (uso volontariamente
parole sensorialmente legate all'alimentazione) tutte le
sfaccettature psico-fisiche, in maniera simile alle tecniche
di deviazione dell'attenzione della terapia strategica ma
non con gli stessi fini, non si potrebbe forse permettere a
questo di appropriarsi per la prima volta nella vita di quel
qualcosa di intimamente suo che è l'esperienza emotiva?
Dott. Sergio Antonini
Antonini, S. (2002)
Per un modello circolare dell'esperienza umana.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 05 dicembre 2002.
Riferimenti
Bibliografici
Sumedho, A.
(1986). La Mente Silenziosa. Astrolabio Ubaldini
Editore, Roma 1990.
Ripa di Meana, G. (2001)
Modernità dell'Inconscio. Astrolabio Ubaldini
Editore, Roma 2001.Damasio, A. (1995) L'errore di
Cartesio. Adelphi Editore, 1995.
Freud, S. (1929) Il
disagio della civiltà e altri saggi. Bollati
Boringhieri, 1980.
Lacan, J. (????)
Discorso del Capitalista, Seminario XVII. Einaudi
Editore.
Luft, J., Ingham, H.
(1985) Dinamica delle relazioni interpersonali. ISEDI
Editore, 1985.
Fromm, E. (1977) Avere
o Essere?. Arnoldo Mondadori Editore, 1977.
Ruggieri, V.,
Fabrizio, E. (1994) La problematica corporea
nell'analisi e nel trattamento dell'anoressia mentale.
Edizioni Universitarie Romane.
Mitchell,
S.A. (1988) Gli
orientamenti relazionali in psicoanalisi. Tr. it.
Bollati Boringhieri, Torino 1993.
Mitchell,
S.A. (2000) Il
modello relazionale, dall’attaccamento
all’intersoggettività. Tr. it. Cortina, Milano 2002.
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