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Marco Baranello
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| Diagnosi e
trattamento del disturbo da attacchi di panico |
| dalla diagnosi di attacco di
panico alle linee guida generali per la terapia
psicologica |
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I
Sintomi del Panico (o crisi d'Ansia)
Il Disturbo da Attacchi di Panico è classificato
dal DSM-IV (1994) sull'asse I (disturbi clinici) nel gruppo
dei disturbi d'ansia dei quali fanno parte anche il disturbo
d'ansia generalizzato, il disturbo post-traumatico da
stress, il disturbo acuto da stress, il disturbo
ossessivo-compulsivo, l'agorafobia, le fobie specifiche e la
fobia sociale.
Un episodio di attacco di panico, che di per
sé non è classificabile come disturbo, si presenta come un
periodo piuttosto preciso (in termini di minuti) di paura e
disagio intensi. I sintomi di un attacco di panico, che
elencheremo di seguito, si sviluppano improvvisamente
raggiungendo il picco nel giro di pochi minuti (APA, 1994).
Si è in presenza di un attacco di panico, da un punto di
vista diagnostico, quando, confermata la validità di quanto
scritto sopra, si è in presenza di almeno quattro dei
seguenti sintomi contemporaneamente:
-
palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia
-
sudorazione
-
tremori fini o a grandi scosse
-
dispnea o sensazione di soffocamento
-
sensazione di asfissia
-
dolore o fastidio al petto
-
nausea o disturbi addominali
-
sensazioni di sbandamento, di instabilità,
di testa leggere o di svenimento
-
derealizzazione (sensazione di irrealtà)
o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
-
paura di perdere il controllo o di
impazzire
-
paura di morire
-
parestesia (sensazioni di torpore o di
formicolio)
-
brividi o vampate di calore
Il disturbo da attacchi di panico può
presentarsi in associazione o meno con agorafobia. Il
manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,
quarta edizione (APA, 1994) infatti elenca due tipologie di
disturbo da attacchi di panico:
-
Disturbo da Attacchi di Panico con
Agorafobia
-
Disturbo da Attacchi di Panico senza
Agorafobia
Abbiamo già detto che l'attacco di panico,
di per sé, non è codificabile come un disturbo, ma è un
episodio. Il clinico che si trova di fronte ad un presunto
disturbo, dovrà considerare specifici criteri; innanzitutto
devono essere contemporaneamente presenti due condizioni: 1)
gli attacchi di panico sono inaspettati e ricorrenti e 2)
almeno uno degli attacchi è stato seguito da minimo un mese
di una, o più, delle seguenti condizioni:
-
preoccupazione persistente di avere
altri attacchi
-
preoccupazione a proposito delle
implicazioni dell'attacco o delle sue conseguenze
-
significativa (secondo la valutazione
del clinico) alterazione del comportamento correlata
agli attacchi
A questo punto il clinico dovrà considerare
la presenza o l'assenza di agorafobia per una diagnosi di
disturbo da attacchi di panico, appunto, con o senza
agorafobia.
Il DSM-IV ricorda che, al fine di una
corretta valutazione diagnostica, il professionista della
salute, dovrà valutare se gli attacchi possano essere o
meno dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza
o di una condizione medica generale. Inoltre è
assolutamente necessario stabilire se gli attacchi di panico
possano essere meglio giustificati da un altro disturbo
mentale.
Se si fosse in presenza di "fobia", ad esempio,
occorre valutare che l'attacco di panico non si presenti
esclusivamente in seguito all'esposizione allo stimolo
fobigeno.
Molti pazienti riportano un episodio di attacchi di panico
in seguito all'uso di cannabis. Va detto che la cannabis può
indurre un attacco soprattutto in quei soggetti in cui c'è
una eccessiva tendenza al controllo.
Comprensione e
Terapia Psicologica del Disturbo da Attacchi di Panico
Nonostante la loro breve durata, minuti
(10-15) che però
sembrano interminabili per il soggetto, gli attacchi di
panico (spesso chiamati crisi d'ansia o attacchi d'ansia),
vista anche la drammatica reazione neurovegetativa
(sudorazione, soffocamento, tachicardia, vertigini, tremori,
sensazione di svenimento, sensazioni di gelo interno,
brividi o vampate di calore, paura di morire, paura di un
infarto in corso, paura di perdere il controllo,
sbandamenti, testa vuota, oppressione al petto, sensazione di irrealtà,
torpori, nausea, formicolio, ecc.), causano a chi
ne soffre intensi angoscia, paura, disagio e vergogna e
imbarazzo.
Tra i sintomi prima elencati, probabilmente i più frequenti
sono la sensazione di soffocamento o fame d'aria, torpori e
sbandamenti, la tachicardia, la paura
di morire, di impazzire e/o il timore di perdere il controllo.
Il primo attacco di panico, in genere, viene come un "fulmine a ciel
sereno", improvvisamente e senza avvertimenti, mentre gli
attacchi successivi si sviluppano in seguito all'intensa
paura che l'attacco si possa ripresentare; il soggetto
svilupperebbe una forma secondaria di ansia anticipatoria
che attiva una reazione di allarme nell'organismo a livello
di strutture del sistema nervoso centrale, ovvero la
preoccupazione si sposterebbe dall'attacco in sé a come,
quando e dove si potrà ripresentare. Siamo in
presenza di ciò che popolarmente è nota come la "paura della paura".
Mentre la paura della sofferenza è una sana condizione
dell'essere umano, la paura di provare quella paura attiva
reazioni di evitamento fobico della sofferenza, così come
insegna la psicologia emotocognitiva.
La persona
inizia a temere che l'attacco si possa presentare in
qualsiasi situazione soprattutto in contesti sociali o in
situazioni dalle quali sarebbe difficile andarsene.
Si sviluppa così
un intensa paura che può divenire imbarazzo e preoccupazione per l'attacco
di panico stesso.
Molte persone tendono a non parlare dei propri attacchi
di panico ritenendoli perlopiù assurdi e senza senso, credendo di essere comunque
uno dei pochi a soffrirne. Si teme di impazzire o di essere
pazzi e spesso ci si rifugia in una condizione di evitamento
sempre maggiore, fino addirittura a rinchiudersi in casa con
il timore anche di uscire dalla porta, senza sapere che
l'attacco di panico, nonostante i sintomi eclatanti che
possano far pensare ad una grave malattia (molti temono di
avere un infarto in corso), è una delle condizioni che più
di altre può essere risolta con trattamenti psicologici
in tempi molto brevi e senza uso di farmaci.
Oggi il disturbo da attacchi di panico grazie a modelli
clinici avanzati come la psicologia emotocognitiva può
essere sbloccato in tempi che difficilmente superano un
singolo ciclo di trattamento a meno che la condizione
patologica non sia causata da specifiche condizioni mediche
generali come una grave forma di ipertiroidismo.
Stavamo dicendo che il disturbo da attacchi di panico crea
un enorme disagio nella persona che spesso riduce in modo
significativo molte delle proprie attività. Capita sovente
che si riducano viaggi e spostamenti al fine di evitare che
l'attacco di panico possa presentarsi in situazioni come
abbiamo detto "imbarazzanti" oppure dalle quali è
difficile allontanarsi (agorafobia).
Imbarazzo e vergogna per gli attacchi sono piuttosto
frequenti e questo porta anche il paziente a non chiedere
immediatamente aiuto ad un professionista psicologo.
Molte persone con disturbo da attacchi di panico creano una
rete di figure significative di sostegno al fine di poter
continuare in alcune fondamentali attività come quelle
lavorative (o scolastiche). Si fanno accompagnare sul posto di lavoro, a
scuola, all'Università e anche ovviamente dallo psicologo,
in quei casi in cui il paziente decide di fare qualcosa per
risolvere il problema definitivamente.
Nonostante lo psicologo sia la figura professionale più
adatta alla gestione e al trattamento dei disturbi da
attacchi di panico, l'iter della persona inizia quasi sempre
da una visita medica generale. La "crisi d'ansia"
presentandosi improvvisamente spiazza sia la persona che ne
soffre sia coloro che le sono accanto. Così, al primo
attacco, è facile ricorrere ai servizi di pronto soccorso
credendo di avere un infarto in corso.
Sia dal medico di base sia al pronto soccorso, nella maggior
parte dei casi, viene consigliato l'uso di un ansiolitico
(En, Xanax, Lexotan, Valium, ecc.) ed oggi spesso vengono
somministrati farmaci inibitori della ricaptazione della
serotonina.
Sia le benziodiazepine che i farmaci SSRI così come tutti i
farmaci ad azione ansiolotica diverranno
frequentemente l'ancora di salvezza, portati sempre con se
anche se non utilizzati, come se il solo fatto di essere a
portata di mano rassicurasse la persona; è facile che la
persona non abbia intenzione di prendere farmaci per paura
di diventarne dipendente. Però non si risolve la situazione
di disagio ed i soggetti che soffrono di attacchi di panico
cercano sempre soluzioni per controllare il disturbo fino ai casi più
gravi di evitamento totale, soprattutto quando si è in
presenza anche di agorafobia (frequentemente associata al
disturbo da attacchi di panico).
Altre problematiche che si presentano con frequenza in
comorbilità all'attacco di panico sono episodi depressivi,
ipocondria (sintomi fisici che fanno emergere la paura di
avere un malattia che non si risolve con l'esclusione di una
causa organica che può emergere dagli accertamenti medici),
fobie.
Il farmaco ad azione ansiolitica è un palliativo, ovvero di per sé
non ha effettivi curativi ma sembrerebbe permettere, in un primo tempo, di
ridurre la sintomatologia. L'effetto del farmaco a breve
termine illude la persona che sia efficacia mentre ben
presto ci si accorgerà che l'azione ansiolitica svanisce
lasciando spazio ad una forte sensazione di impotenza ed
incapacità di risolvere il problema. Nella maggior parte dei
casi trattati nei nostri centri l'assunzione del farmaco
finisce per diventare essa stessa un'azione patogenetica.
La maggior parte dei pazienti con attacchi di panico teme
che esso sia un sintomo di una malattia organica e, quando
si è in presenza anche di ipocondria, non sono sufficienti
le rassicurazioni da parte di medici e psicologi. Il
paziente si sente spesso incompreso circa l'enorme disagio e
molte volte non è a conoscenza di quanto in realtà sia
diffuso, sentendosi così solo con il proprio problema.
Quando la persona con attacchi di panico arriva dallo
psicologo per un trattamento psicologico al fine di
stabilire le possibilità di intervento, lo psicologo dovrà
tenere conto delle soluzioni fino a quel momento adottate
dal soggetto per controllare o tentare di superare il
disagio.
Lo psicologo dovrà ricordare che spesso la persona arriva
in terapia soltanto quando sente "di non farcela più"
dopo cioè numerosi tentativi di soluzione e dopo aver
provato iter terapeutici soprattutto di tipo farmacologico,
chiedendo improvvisamente un intervento "magico"
in cui in fondo non crede, altrimenti sarebbe arrivato
all'inizio del problema.
L'attacco di panico è risolvibile oggi con i
nuovi trattamenti di tipo psicologico attraverso l'uso dello
strumento sanitario del colloquio clinico e, soprattutto,
senza uso di farmaci.
La domanda che frequentemente pone il paziente è su come
sia possibile che una crisi così forte e debilitante, con
manifestazioni neurovegetative importanti, possa avere
un'origine psicologica. Spesso infatti la crisi di panico si
presenta alla persona senza evidenti contenuti mentali.
Occorre rispondere che tale concezione è legata a vecchi
stereotipi soprattutto analitici. La psicologia moderna come
l'indirizzo di psicologia emotocognitiva applicato nei
centri di terapia psicologica non focalizza l'attenzione
clinica su concetti retorico-filosofici ed orienta il
trattamento verso la soluzione dei processi psicofisiologici
che mantengono la sintomatologia senza assolutamente
intervenire sui contenuti simbolici legati alla
sintomatologia.
Dove i vecchi metodi focalizzavano
l'attenzione sul passato del paziente, oggi la psicologia
emotocognitiva interviene sui processi che nel qui-e-ora
stanno mantenendo il disturbo rispondendo praticamente alla
necessità di intervento ovvero cercando di trovare il
come risolvere il problema indipendentemente dalla sua
genesi simbolica (spesso arbitraria).
Senza inoltrarci in una disquisizione teorica,
ricordiamo che non esiste una psicologia che non sia
fisiologia e viceversa. Sarà quindi necessario informare
che "psicologico" non significa "simbolico"
ma che la mente è una funzione del nostro organismo e come
tale ne influenza le attività così come le attività
dell'organismo influenza i processi psicologici.
L'intervento in psicologica emotocognitiva è orientato a
scardinare i processi disfunzionali ripristinando, in genere
in tempi piuttosto brevi, un normale funzionamento
dell'organismo.
Chi soffre di attacchi di panico non è "pazzo",
anche se può avere la sensazione di impazzire. Il soggetto
che abbia avuto uno o più attacchi di panico riconosce il
problema e soffre sempre dei propri sintomi ed è da tale
riconoscimento che può nascere una spontanea richiesta di
trattamento. Molti credono ancora che chiedere aiuto ad uno
psicologo sia una sorta di
sconfitta poiché si ritiene che sia necessario
"farcela da soli". Chiedere
aiuto non significa non riuscire da soli, ma esattamente
l'opposto; significa essere consapevoli che esistono metodi
di cura e quindi, semplicemente, usufruirne.
Come siamo riusciti a trovare soluzioni per molti problemi,
allo stato attuale, l'attacco di panico ha una delle più
elevate possibilità di essere risolto e, lo ribadiamo, in
tempi piuttosto brevi con interventi di tipo psicologico
senza uso di farmaci.
Occorre riconoscere comunque che non è sufficiente
rivolgersi ad un qualsiasi psicologo ma occorre sapere quale
metodo sia più efficace per ogni specifico caso.
Molte persone invece, pur di non recarsi dallo psicologo,
vivono per anni con questo disturbo portando con sé un
disagio intenso, accompagnati anche da enormi sensi di colpa
verso se stessi e nei riguardi di chi li circonda.
L'attacco di panico, come ogni altro sintomo, rappresenta
un tentativo autonomo dell'organismo di soluzione tensiva
che però sfocia in un disturbo durante il tentativo
volontario del soggetto di evitare gli stati involontari di
sofferenza primaria causati dalla presenza della
sintomatologia.
Un problema, in psicologia emotocognitiva, è
grave soltanto quando non esistono metodi di trattamento e
non soltanto rispetto alla sua manifestazione
sintomatologica.
Fortunatamente la scienza va avanti ed oggi sono stati messi
a punto nuovi protocolli di trattamento in psicologia
emotocognitiva che hanno dimostrato un'elevatissima
efficacia in termini di riduzione e remissione del disturbo.
Per concludere, dalla nostra esperienza
clinica con persone che hanno sofferto di crisi d'ansia,
possiamo affermare che gli attacchi di panico si generano come
reazioni involontarie a situazioni di pericolo
"attuali" generate dall'ansia anticipatoria. I
sintomi che fanno parte del disturbo agiscono nel senso di
una riduzione degli stati tensivi mentre il disturbo si
genera quando la persona, nel tentativo autonomo di
soluzione, attiva processi psicofisiologici antagonisti.
Nella nostra pratica clinica parliamo spesso di "sindrome da
divano" in quanto spesso l'attacco si può presentare proprio
in quei momenti in cui la persona dovrebbe tendenzialmente
essere più rilassata e tranquilla. Questo ci ha fatto
intuire che l'attacco è una reazione di riduzione della
tensione centrale e periferica che può essere risolto
proprio grazie ad interventi che riducano l'antagonismo tra
sistemi involontari e sistemi volontari dell'organismo.
Gli attacchi possono insorgere per la prima
volta in periodi della vita in cui si presentano
cambiamenti. Ad esempio dopo la pubertà, in seguito a
cambiamenti sociali, spostamenti importanti,
divorzi e separazioni propri o di genitori e parenti,
cambiamenti scolastici, matrimoni, lutti, e sono molto
frequenti negli studenti universitari fuori sede, in altre
parole in seguito ad incarichi di maggiore responsabilità e
perdita di un ambiente di sostegno ovvero quando l'organismo
tende a riorganizzarsi in funzione di cambiamenti specifici.
Il processo psicofisiologico di riorganizzazione attiva
stati tensivi che l'organismo ha necessità di risolvere.
L'attacco diviene quindi un processo di riduzione
involontario dell'ipertono.
Statisticamente gli attacchi di panico insorgono
più raramente dopo
i 45 anni, mentre la fascia a rischio per il primo attacco va dall'adolescenza
fino ai 30-35 anni di età.
Ricordiamo in conclusione che l'intervento psicologico
in psicologia emotocognitiva è uno dei trattamenti
psicologici puri più efficaci in tempi estremamente brevi in
termini di sedute e, lo ribadiamo, senza uso di farmaci.
In una battuta possiamo affermare sempre con maggiore
certezza che con gli attacchi di panico si può smettere di
convivere in quanto oggi esistono metodologie cliniche
avanzate in grado di portare il disturbo a remissione.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2003)
Diagnosi e trattamento del disturbo da attacchi di panico.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 4 luglio 2003.
Riferimenti
Bibliografici
American Psychiatric Association
(1994) Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi
Mentali, IVa ed. (DSM-IV). Masson, Milano
1996.
Gabbard, G.O. (1994)
Psichiatria Psicodinamica. Nuova edizione basata sul
DSM-IV. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995
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