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Francesca
Lamanna
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| Gruppi minorili
devianti e profilo di personalità dei leader |
| psicologia giuridica e psicologia
forense - baby gang - bullismo - disturbi della
condotta |
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Il concetto che il gruppo dei coetanei
rappresenti per l'adolescente un'area transizionale è ormai
entrato nel bagaglio culturale universale. Il gruppo è
un'area che permette o meglio facilita il passaggio
dall'infanzia all'età adulta, dalla famiglia alla società.
Il contatto con il gruppo dei pari assume dunque grande
rilevanza proprio in concomitanza con i primi tentativi di
emancipazione del ragazzo dalla famiglia: infatti il
tentativo di superamento della dipendenza dagli adulti è
legato all'instaurarsi di nuovi legami nell'ambito del
gruppo dei pari e di nuove regole condivise con i coetanei.
Il gruppo adolescenziale fonda un proprio linguaggio e
propri valori orientando atteggiamenti e comportamenti del
singolo. L'appartenenza al gruppo, grazie alle regole
stabilite, richiede autentiche dimostrazioni di fedeltà,
determinando quei fenomeni di conformismo e di contagio che
caratterizzano i gruppi adolescenziali.
La trasgressività è una caratteristica universale
dell'adolescenza, età in cui il rapporto con le regole
educative e sociali viene rivisto e, di norma, messo in
discussione: per questo è difficile capire fino a che punto
può essere considerata espressione di un desiderio di
crescita e di maggiore autonomia e quando, invece, è
segnale di un disagio individuale, familiare o sociale. Il
comportamento antisociale costituisce, in genere, un
episodio transitorio ma in alcuni casi esso può
rappresentare la prima fase di un processo, il cui esito è
la stabilizzazione della devianza. (De Leo, 1998)
Occorre quindi centrare l'attenzione su quella particolare
variante della vita di gruppo adolescenziale che si presta
particolarmente al passaggio degli impulsi violenti dallo
stato di fantasia a quello di comportamenti agiti. Ci si
riferisce in questo caso al fenomeno della banda intesa come
"aggregazione patologica" di gruppo in quanto
dettata da meccanismi di coesione (se non di fusione) che
rispondono al bisogno di avallare le proprie frustrazioni,
paure, ansie, grazie alla condivisione con quelle degli
altri membri del gruppo, mediante l'identificazione
proiettiva precoce. Il passaggio all'atto risulta quindi un
atto liberatorio, catartico. La violenza diventa un
messaggio che realizza il bisogno di riconoscimento del
gruppo in pubblico, uno dei mezzi possibili per catturare
l'attenzione dell'adulto. L'immagine che emerge è
sostanzialmente quella di un gruppo di minori che,
attraverso azioni commesse insieme, tenta di costruirsi, e
parallelamente farsi attribuire dagli altri, un'identità
sia pure deviante.
A volte con l'atto violento si raggiunge lo scopo di
cementare un gruppo troppo povero di interscambi relazionali
e che, grazie alla negatività emotiva che riesce ad
acquisire dall'esterno, si riconosce e si unisce
affettivamente. Una buona parte dei comportamenti violenti
del gruppo di adolescenti viene reinterpretata dai
componenti del gruppo in cui si attua il comportamento in
termini utilitaristici e viene quindi protetta
dall'individuazione degli adulti. Spesso si generano in
questo modo forme di protezione da parte degli adulti che
favoriscono la non visibilità sociale e che possono agire
come "rinforzi"per far reiterare i comportamenti
aggressivi. Ricerche sul numero oscuro nei reati, (quella
quota cioè di reati di cui le istituzioni non vengono a
conoscenza) dimostrano infatti come gruppi di giovani della
classe media compiano un numero di reati paritario rispetto
a ragazzi di cultura e ceto inferiore, con la differenza di
una minore individuazione pubblica (Erikson M.L. e Empey
L.T., 1965).
Come accade nei bambini che giocano nella prima infanzia (e
per i quali il gioco è un necessario meccanismo di difesa
dalle imposizioni) il bambino si identifica con l'aggressore
e domina la scena, emette lo stesso tono, la stessa veemenza
posta dai genitori nell'insegnargli le regole della
comunicazione. Il senso e la qualità del gioco nel bambino
riconducono in similitudine al senso ed alla qualità della
relazione nel gruppo dei pari nell'adolescenza. Anche nel
gruppo di adolescenti aleggia il fantasma degli adulti,
infatti i ragazzi determinano i codici di comunicazione
mettendo in gioco le capacità apprese nelle agenzie di
socializzazione precedenti (famiglia e scuola).
Gran parte degli studi sulle "gangs" sono stati
condotti negli Stati Uniti. Sebbene, in realtà esse siano
apparse per la prima volta in Europa e in Messico, negli
stati Uniti le "gangs" hanno cominciato a
diffondersi dopo la rivoluzione americana e si sono
sviluppate a partire da gruppi di adolescenti dediti a
qualche attività di gioco o sportiva o come risposta
collettiva alle condizioni urbane del Paese dopo il
conflitto.
Il range d'età tipico di questi gruppi va dai 12 ai 24 anni
e si stima che la presenza femminile sia minoritaria,
attestandosi appena intorno al 10%.
Alcuni studi condotti con metodi di ricerca differenti hanno
messo in evidenza dei fattori di rischio per i membri delle
"gangs". Questi fattori sono stati identificati in
diverse aree, quali la società, la famiglia, la scuola, il
gruppo dei pari e l'individuo. Il fattore più importante
nell'area sociale è il basso livello di integrazione. Nella
famiglia, invece, la povertà, l'assenza dei genitori
biologici, , un attaccamento parentale non adeguato, uno
scarso controllo da parte degli agenti sociali in genere
possono aumentare la probabilità di entrare a far parte di
una gang. Tra i fattori scolastici vi sono le basse
aspettative circa il successo scolastico (sia da parte dei
genitori, sia da parte dello stesso studente), il basso
impegno scolastico, e lo scarso attaccamento agli
insegnanti. Tra i fattori di rischio individuali, invece,
sono stati individuati la bassa autostima, i sintomi
depressivi, i numerosi eventi negativi esistenziali ed il
facile accesso agli stupefacenti.
Diversa è invece la descrizione del fenomeno italiano
rispetto alla fotografia americana appena proposta.
Secondo Maggiolini e Riva (1999) si tratta di gruppi di
giovani annoiati che cercano di impegnare il tempo per
potersi divertire. I gruppi sono costituiti in genere da
compagni di scuola, ragazzi cresciuti nello stesso quartiere
e che abitualmente si incontrano nello stesso luogo di
ritrovo. Questi ragazzi appartengono spesso a contesti
sociali e familiari multiproblematici ma non necessariamente
a fasce socio-culturali disagiate. Le tipologie di reati
commessi sono infatti differenti a seconda del contesto
sociale di appartenenza del minore. La stampa riporta il
fenomeno della devianza minorile di gruppo come più diffuso
fra i ragazzi appartenenti al ceto sociale medio borghese.
Costoro compiono principalmente reati di violenza contro la
persona, e - in seconda battuta - rapine o furti finalizzati
alla ricerca di oggetti status symbol (cellulari, giubbotti
etc.).
Negli ultimi anni è andato crescendo l'allarme per reati
talvolta attuati con modalità particolarmente efferate da
parte minori che in gruppo commettono abusi sessuali o
lanciano sassi dal cavalcavia; gruppi che entrano in
appartamenti nei quali sono in corso feste private di
coetanei compiendo atti di vandalismo e sottraendo oggetti
di valore.
Spesso la gravità e l'antigiuridicità dell'atto commesso
vengono ignorate dai ragazzi o, comunque, non sono
attentamente analizzate. Con il costrutto del disimpegno
morale, Bandura ad esempio, riconosce nei meccanismi di
dislocazione e di diffusione della responsabilità la
possibilità per l'individuo di non riconoscersi
responsabile dell'azione commessa, mettendo a tacere il
contrasto tra comportamento agito e standard morali a cui il
soggetto comunque aderisce. E' abbastanza frequente che i
ragazzi che hanno compiuto violenze sessuali, o anche,
talvolta, i loro genitori o i giornalisti, dicano che si è
trattato di una "ragazzata". L'etichettamento
eufemistico, che consiste nel dare un significato positivo o
migliorativo ad un'azione considerata reato dal codice
penale, è una delle varie modalità con cui si esprime il
disimpegno morale.
Un'altra modalità molto conosciuta dagli psicologi è la
dislocazione della responsabilità, che viene attribuita al
capo, al leader. In psicologia sono ben noti esperimenti che
dimostrano la tendenza all'ubbidienza dell'essere umano e
come l'ubbidienza, talvolta, possa far commettere azioni
terribili senza un'adeguata percezione della responsabilità
individuale coinvolta nel problema.
E' come se l'agire in gruppo esonerasse i minori dal
considerarsi completamente colpevoli per quanto attuato. La
scelta di un agire gruppale potrebbe confermare, in questo
senso, che il minore cosiddetto deviante non si muove al di
fuori di cornici normative ma, proprio perché le assume a
orientamento di condotta, mette poi in atto strategie di
autoesonero, volte a costruire coerenza fra ciò che intende
fare e quello che ritiene possibile sotto il profilo delle
attese sociali.
E' come se il reato nascesse improvvisamente, senza una
reale progettazione o riflessione. In questi gruppi è
assente una qualsiasi prospettiva ideologica, culturale o
"controculturale", neppure espressa attraverso i
linguaggi delle sue frange più trasgressive; si tratta di
ragazzi che non si esprimono simbolicamente, né attraverso
i canali tradizionali riconosciuti e condivisi dagli adulti
(la parola o la scrittura), né con la musica, il ballo o i
graffiti. Il loro linguaggio è quello opaco e concreto
dell'azione. Un oggetto ne monopolizza il mondo affettivo
fino ad assumere la funzione di feticcio: può essere il
motorino, o la squadra del cuore, è comunque un oggetto
carico di significati affettivi. Questi gruppi non hanno
comunque le caratteristiche della banda organizzata sul
modello militare, con una gerarchia e un modello di
leadership esplicito e condiviso o un funzionamento
caratterizzato dal conflitto per il predominio sul
territorio che ritroviamo nei gruppi giovanili devianti di
altri Paesi: le bande giovanili metropolitane descritte
dalla letteratura americana sono pressoché assenti nel
contesto italiano. Spesso gli adolescenti commettono
trasgressioni in gruppo, ma raramente, come precedentemente
detto, questi gruppi hanno le caratteristiche della banda
dedita abitualmente ad atti delinquenziali da cui ricavare
profitto. Si tratta invece di solito di gruppi formati da un
nucleo di tre o quattro amici, in prevalenza minorenni (e
qualora presenti come coimputati, i maggiorenni sono
comunque giovani adulti),a cui si aggiungono compagni più o
meno occasionali, che trascorrono in luoghi abituali di
ritrovo gran parte del proprio tempo libero in attesa di
scoprire cosa fare e dove andare e soprattutto come
divertirsi. Improvvisamente però, e quasi insospettatamente,
si ritrovano coinvolti nell'iter di un procedimento penale
per aver commesso un'azione di cui per lo più ignorano la
gravità e le conseguenze. Meritevoli di attenzione in
questo senso sono gli studi relativi all'influenza del
gruppo sulle decisioni comportamentali che i componenti
assumono sia singolarmente che assieme. Esiste un
comportamento di adeguamento da parte dei componenti del
gruppo, alle attese di ruolo nel contesto in cui si è
inseriti.
Di particolare rilievo sono le ricerche che hanno dimostrato
come determinati comportamenti antisociali siano agiti solo
da alcuni attori del gruppo con spesso una sola formale
accettazione, ma non partecipazione, degli altri componenti
del gruppo stesso. Quest'ultima osservazione ci introduce al
problema del bisogno di appartenenza. Nel gruppo
l'accomunamento si accompagna ad una distribuzione dei ruoli
in funzione delle caratteristiche dei singoli: l'età,
l'esperienza ma anche aspetti di personalità. A volte si
tratta di relazioni affettive complesse , in cui
l'attribuzione della leadership, e quindi di potere
decisionale, non sempre corrisponde al coinvolgimento
materiale nell'azione deviante. In nome della funzione
iniziatica del gruppo, accade infatti che l'azione venga
affidata qualche volta proprio al membro supposto più
debole e infantile, guidato e incitato dall'amico più
esperto a svolgere una funzione attiva attraverso la quale
dimostrare la propria appartenenza e fedeltà al gruppo. Il
vero leader invece spesso organizza e guida l'azione, ma si
trattiene dal realizzarla, mostrando con ciò di non avere
nulla da provare al gruppo e di aver maggior controllo
dell'impulsività dei membri gregari. Nei reati sessuali ad
esempio, il leader qualche volta si astiene dal rapporto
sessuale; nelle estorsioni resta sul motorino in attesa che
gli altri agiscano, chiedendo ai compagni dimostrazioni di
virilità e di coraggio che a lui non sono richieste.
I reati commessi possono essere diversi per tipo, gravità e
frequenza. Ciò che li accomuna è il fatto di nascere in
modo relativamente improvviso nella mente del gruppo, senza
alcuna preventiva progettazione. Il gruppo viene d'un tratto
"folgorato" da una sorta di
"illuminazione", un progetto proposto da uno dei
componenti (il leader) che accende l'anima di tutti in una
sorta di eccitazione collettiva, che accomuna gli individui
in un patto emotivo fortemente vincolante. Il progetto
proposto, l'acting-out da parte del capo branco crea un
riconoscimento implicito della gerarchia di potere, attua il
riconoscimento del dominio sugli altri, attiva il
dispiegamento del corredo di potere del leader ed il
conseguente rito di assoggettamento-accettazione dei
gregari, sempre con una maggiore o minore compartecipazione
all'atto. Di fatto si incrementa il senso di appartenenza al
gruppo e l'aggressività agita viene volutamente esagerata
nella sua espressione per far risaltare la richiesta di
adattamento-accettazione rivolta a tutti i componenti. Si è
in presenza di una pièce teatrale che il leader agisce con
atteggiamenti decisamente superiori a quelli che sarebbero
appropriati in ragione dello stimolo ricevuto. Il
comportamento violento in molti casi rappresenta una
risposta strutturata e strumentale ad un pericolo di
diminuzione o perdita di prestigio, la paura
dell'inconsistenza di status da parte del leader del gruppo
motiva la necessità di un dispiegamento rituale del proprio
potere atto ad acquisire il riconoscimento dovuto. Recenti
concettualizzazioni di orientamento psicoanalitico hanno
centrato l'attenzione sul rapporto tra agito deviante e
difficoltà nel processo di definizione dell'identità e di
inserimento sociale, interpretando l'atto aggressivo come
segnale di un ostacolo nella realizzazione dei compiti
evolutivi.
La tipologia di personalità del leader all'interno del
gruppo minorile deviante, è caratterizzata soprattutto dal
blocco maturativo (Novelletto, 1986) e dal ritardo evolutivo
nello sviluppo psicosessuale dell'adolescente, che lo stesso
cerca di colmare con un gesto a forte valenza simbolica che
gli consenta di raggiungere istantaneamente un ideale punto
d'arrivo. L'ideazione dell'atto deviante e la sua successiva
realizzazione esprimerebbe in questo senso, seppur in modo
onnipotente, quindi illusorio, e attraverso i pericolosi
canali dell'azione, un'istanza evolutiva altrimenti
disattesa. La "famiglia interna" del giovane
capo-branco sarebbe caratterizzata dall'interiorizzazione di
una figura materna depressa, (Charmet, 1995), immatura e
priva di competenze educative, o addirittura narcisistica e
simbiotica, che preferisce il figlio maschio al marito reso
debole dai suoi attacchi squalificanti. Questa madre chiede
al figlio di consolarla e vendicarla dei soprusi subiti
dagli uomini, e da una figura paterna assente affettivamente
ed educativamente, spesso violenta, comunque ostile alla
crescita del figlio maschio rivale. In tale contesto
affettivo, in cui il gruppo dei pari finisce per sostituire
gli adulti quale famiglia sociale capace di consolare e di
ricambiare con affetto e riconoscimento, l'atto
delinquenziale in sé stesso non ha la funzione di scaricare
le tensioni (il leader come già detto, quasi mai agisce, ma
limita la sua funzione alla fase propositiva), ma ha
l'obiettivo di eccitare, rinsaldare il legame con il gruppo
e tentare di raggiungere un'immagine di sé adeguata.
Per gli altri membri della banda, le qualità fondamentali
del "mattatore" sono quelle del combattente che ha
sempre la meglio. I suoi atti devono rivelare volontà di
difendere sia la propria integrità sia l'onore della banda.
Lo scopo immediato del leader è quello di farsi una
reputazione di durezza e di violenza distruttrice. La
reputazione procura, oltre al rispetto dei propri pari e
degli adulti minacciati, anche l'ammirazione per la forza
fisica e la mascolinità che essa rappresenta. Posto di
fronte all'indifferenza e all'insincerità del mondo degli
adulti, il leader ideale cerca di ottenere, mediante la
coercizione, l'attenzione e le possibilità di cui manca e
che non può ottenere altrimenti.
Il leader è spesso caratterizzato da problematiche
narcisistiche in cui l'immagine del Sé sembra essere
apparentemente adeguata spesso anche per l'effetto di un
atteggiamento compiacente. Ciò nonostante spesso egli
appare agli adulti che lo circondano diffidente, furbo,
manipolatore e superficiale nelle relazioni. Nella vita di
gruppo tende quindi ad usare e sottomettere gli altri per i
propri fini, soprattutto per la regolazione dell'autostima,
che rappresenta il suo autentico bisogno emotivo, ciò da
cui dipende la stabilità dei suoi comportamenti. Quasi mai
depresso, il leader può a volte presentare caratteristiche
di passività, con scarsa carica vitale e può apparire
emotivamente esaurito. Il comportamento delinquenziale è
finalizzato in questo caso specifico ad evitare la
disintegrazione psicotica, magari attivando emozioni forti
per dimostrare a sé stessi e agli altri di esistere e di
essere ancora vivi, attenuando così un grave stato di
desolazione interiore.
Per fornire un quadro riepilogativo del presente lavoro
possiamo osservare come il fenomeno della devianza di gruppo
in Italia sia assolutamente diversificato rispetto alle
bande intenzionalmente organizzate e strutturate
gerarchicamente per commettere reati che si possono
riscontrare in Paesi europei ed extra europei.
Laddove si verificano episodi di devianza commessi da gruppi
con modalità più o meno differenziate, si tratta comunque
principalmente di minori che spesso presentano gravi
problematiche socio-economiche e familiari, attualmente però,
secondo studi recenti, superate per lasciare il passo a
difficoltà relazionali e incapacità di "dar
senso" da parte dei giovani alle proprie scelte di
vita.
Tra gli elementi che sembrano accomunare questi minori
possiamo identificare situazioni di separazioni di fatto o
di conflittualità genitoriali con incapacità da parte
della famiglia di comprendere ed in qualche modo contenere i
figli. Ed inoltre da scarso interesse parte dei minori verso
scenari o proiezioni di vita futura con un orientamento
tendenzialmente depressivo, di sfiducia, una personalità
talvolta disturbata e sofferente, uno sviluppo poco armonico
ed una aggressività a volte palesemente dichiarata nei
riguardi della famiglia.
Secondo l'attuale lettura che viene fornita del fenomeno sia
da parte di esperti sia da parte dei mass-media, c'è da
sottolineare la presenza maggiore di un contenuto di tipo
"espressivo" piuttosto che "strumentale"
del tipo di reati commessi: si pensi ad esempio ai reati di
danneggiamento o al coinvolgimento in risse e aggressioni,
anche a sfondo razzista.
Proprio per questo motivo la "baby-gang" come la
stampa usa ultimamente definire il fenomeno, appare un
termine eccessivamente enfatico, usato impropriamente dai
mass-media, tipico di quelle semplificazioni che essi
operano quando vogliono attirare l'attenzione su eventi che
in alcuni casi appaiono poco significativi.
Sebbene esista una vasta produzione bibliografica relativa a
tematiche di devianza minorile ed in particolare al fenomeno
della devianza di gruppo, tuttavia non è stato
sufficientemente analizzato l'aspetto psicologico del leader
del gruppo. Questo approfondimento dell' analisi
risulterebbe di notevole importanza ed utilità al fine di
acquisire informazioni relative alla personalità del leader
stesso. Ciò perché il "capo", in quanto soggetto
centrale della banda, è punto di riferimento e di
emulazione per gli altri componenti sia per quanto riguarda
il comportamento deviante sia per quanto riguarda il
pensiero.
Sarebbe pertanto interessante ipotizzare un lavoro di
ricerca incentrata sulla rilevazione (in un'ottica sistemico
relazionale) di caratteristiche e stili comportamentali,
socio-culturali, familiari, e amicali dei minori a capo di
gruppi minorili devianti.
I dati potrebbero essere acquisiti da psicologi all'interno
delle scuole, dove è già diffuso un certo interesse per il
fenomeno del bullismo, individuando soggetti, che, più di
altri, presentano difficoltà di realizzazione positiva di sé
e sono più inclini ad affermazioni e sperimentazioni
esibizionistiche e negative e per questo presentano le
caratteristiche, le qualità e le "competenze" che
farebbero di essi un "capo-branco", un leader.
Dott.ssa
Francesca Lamanna
Lamanna, F. (2004)
Gruppi minorili devianti e profilo di personalità dei
leader.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 31 gennaio 2004.
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