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Francesca
Lamanna
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| Mobbing. Gli
aspetti deteriori del lavoro |
| la violenza psicologica sul posto
di lavoro. Psicologia e salute nei contesti
lavorativi. |
|
Premessa
Il
termine Mobbing è usato per definire il complesso di
azioni- e reazioni che ha luogo in una situazione di
terrorismo psicologico esercitato sul posto di lavoro.
Questo termine è mutuato dall' etologia. Fu infatti
l'etologo Konrad Lorenz ad utilizzare nel 1971 questo
vocabolo per indicare l'attacco di un gruppo di animali ai
danni di un altro animale perpetuato con l'intento di
isolarlo ed espellerlo dal gruppo stesso. .
Nei primi anni '80 il Prof. Heinz Leymann, che coordinava un
gruppo di studio in Svezia, utilizzò la parola Mobbing per
descrivere, all'interno degli ambienti di lavoro, situazioni
nelle quali sono presenti forme di violenza psicologica,
persecuzioni, aggressioni sia fisiche che verbali, protratte
nel tempo e che si esprimono in un insieme di comportamenti
messi in atto ai danni di colleghi o superiori.
Le
forme che il Mobbing può assumere sono molteplici: dalla
semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze, dalle
continue critiche alla sistematica persecuzione,
dall'assegnazione di compiti dequalificanti alla
compromissione dell'immagine sociale nei confronti di
clienti e superiori.
Nelle azioni più gravi si arriva anche al sabotaggio del
lavoro e ad azioni illegali. Il Mobbing ha effetti
devastanti sulla persona colpita: essa viene danneggiata
psicologicamente e fisicamente, menomata nella sua capacità
lavorativa e nella fiducia in sé stessa.
Il
termine Mobbing ha superato in fretta i confini della
Regione scandinava, dove è stata usata per la prima volta,
ed è entrata a far parte di molte lingue e culture.
Soltanto fino ad una decina di anni fa nessuno ne conosceva
il significato; negli ultimi tempi la parola Mobbing ha
riempito le pagine dei quotidiani, settimanali e mensili, di
riviste specialistiche e non, ed è comparsa in molti siti
web.
Ha fatto discutere esperti e gente comune, psicologi, medici
del lavoro, economisti, giuslavoristi, direttori del
personale, sindacalisti e lavoratori direttamente
interessati da questa sindrome del nuovo millennio.
Gli aspetti psicologici del mobbing
Harald
Ege, maggior esperto in Italia di Mobbing, offre spunti
inediti per una visione del fenomeno.
Dopo oltre dieci anni di studi conoscendo direttamente le
vittime, i mobber e situazioni di Mobbing è arrivato a
ridefinire questo fenomeno come guerra sul posto di lavoro.
Secondo Ege molti fattori in una situazione di Mobbing
evocano l'immagine di una guerra: prima di tutto i
comportamenti ostili ed aggressivi del mohher, le ingegnose
strategie di attacco, la ricerca delle alleanze influenti.
Anche il mohhizzato, dall'altra parte, nella sua reazione
attiva o passiva, si comporta come una roccaforte assediata,
tentando sortite, progettando tattiche difensive e subendo
ingenti perdite. Inoltre ci sono gli spettatori del mobbing,
a volte estranei al conflitto, ma più spesso apparentemente
neutrali, impegnati in realtà a fungere da abili spie al
servizio dell' una o dell'altra parte. Ege sottolinea come
il Mobbing non sia in primis un problema medico né
psichiatrico, ma una "malattia dell'ambiente di
lavoro" (Ege 2001, 14).
Il Mobbing, ovvero la guerra sul lavoro, sempre secondo Ege
può essere definito come la routine del conflitto, ossia un
conflitto caratterizzato da attacchi costanti perpetrati con
una certa frequenza e durata. Il fenomeno si verifica
infatti soltanto quando alcune situazioni conflittuali
agiscono secondo dinamiche in cui si attivano meccanismi di
coazione, sistematicità e fissità, e in cui l'aggressività
del gruppo viene incanalata a senso unico verso un singolo
soggetto.
È
importante operare una differenziazione tra il Mobbing
psicosociale ed i conflitti interpersonali. Occorre tener
presente che negli uffici una certa dose di conflitto
interpersonale può essere funzionale alle relazioni tra
colleghi.
Leymann ha elaborato un elenco di 45 comportamenti,
suddivisi in 5 categorie denominato LIPT - Leymann Inventory
of Psychological Terrorism - che in varia combinazione tra
loro costituiscono un comportamento mobbizzante.
Il Mobbing è quindi un fenomeno complesso, che può
esprimersi in vari modi e i cui attori possono comportarsi
secondo canoni diversi; tuttavia, occorre tener presente che
nel Mobbing esiste una costante: la vittima è sempre in una
posizione inferiore rispetto ai suoi avversari.
Il Mobbing, per quanto esteso possa essere, è un duello,
ossia una contesa tra due avversari principali: il mobber o
aggressore e il mobbizzato, la vittima.
Nel
Mobbing, come in guerra, se per mantenere la pace è
necessaria la cooperazione di entrambe le parti, per fare la
guerra basta l'intenzione di una sola delle due. Di
conseguenza può succedere che uno dei due contendenti non
si accorga di essere "in guerra". La vittima è
spesso all'oscuro delle macchinazioni ai suoi danni perché
le strategie mobbizzanti sono indirette e subdole. La
persona che le subisce ha un'enorme difficoltà nel
comprendere ciò che le sta accadendo.
Le azioni possono essere palesi e violente, quando ci sono
aggressioni verbali e fisiche, urla, commenti palesi alla
sfera sessuale o privata; sottili e silenziose quando si
verifica l'isolamento della vittima e l'esclusione dal
gruppo; disciplinari se la vittima riceve lettere di
richiamo ingiustificate; logistiche quando il lavoratore è
trasferito in una sede periferica, lontana, scomoda e
lontana dai suoi affetti; mansionali quando alla vittima si
danno compiti da svolgere al di sotto delle sue mansioni
lavorative; paradossali, quando alla vittima si danno da
svolgere compiti al di sopra delle sue competenze e in
questo caso è ipotizzabile che la vittima non lo sappia
fare e sia quindi messa in una condizione oggettiva di
sbagliare (Gilioli e Gilioli, 2000).
Chiunque siano le persone e le strategie, nel Mobbing come
in guerra, ci sono essenzialmente due parti in disaccordo
che si fronteggiano. Come in guerra così anche nel Mobbing
un ruolo fondamentale è ricoperto dalle terze persone che
assistono al fenomeno: i cosiddetti spettatori.
Nessuna situazione di Mobbing può restare inavvertita da
questi cosiddetti spettatori: la sua portata è troppo
pregnante perché non venga in qualche modo percepita. Di
conseguenza, anche gli spettatori del Mobbing ne sono
coinvolti: possono fare da semplice sfondo oppure
parteggiare apertamente per una delle due parti. Questi
personaggi vengono identificati rispettivamente con gli
appellativi di co-mobber (coloro i quali sostengono e
rafforzano le azioni dei mobber) e di side-mobber che sono
persone più creative e non si limitano ad appoggiare le
azioni mobbizzanti, ma ne attuano a loro volta di nuove.
I motivi per cui un mobber decide di iniziare una guerra sul
lavoro sono praticamente infiniti: per ambizione, per sete
di carriera, per invidia, per incompatibilità di carattere,
per divertimento; e molti altri ancora.
Proseguendo nell'analogia con la guerra, si può individuare
un denominatore comune tra tutte le possibili motivazioni
del Mobbing: rendere l'altro inoffensivo, ossia costringerlo
in una posizione di debolezza e inoffensività. Di fronte ad
una persona privata di ogni possibilità di difesa
l'aggressore può permettersi di agire e di comportarsi come
preferisce. Nella guerra sul lavoro la posizione peggiore è
la completa incapacità di difendersi e reagire. Raggiunto
questo stadio il mobbizzato è preda della più profonda
disperazione e normalmente è già soggetto a malattie
psicosomatiche e crisi depressive. Il mobber ottiene la sua
vittoria: la vittima si dimette dal posto di lavoro.
Anche
il Mobbing come la guerra vera, non nasce dal nulla, non è
mai un evento isolato, slegato dal contesto, ha sempre una
sua storia di precedenti.
Il Mobbing deriva da un contesto di incertezza e di
instabilità oppure da una serie di azioni negative che
durano da parecchio tempo e si ripetono con una certa
frequenza.
Esiste un' altra caratteristica comune tra la guerra vera e
la guerra sul lavoro: entrambe non consistono solo di
azioni, ma anche di pause e di intervalli. Nel Mobbing le
interruzioni sono molto frequenti perché consentono al
mobber di accertarsi degli effetti dei suoi attacchi.
Le fasi del mobbing
Il
Mobbing non è una situazione stabile, ma. un processo in
continua evoluzione: sulla base di ciò, gli esperti
tedeschi e svedesi hanno cercato di definire gli stadi che
il mobbing attraversa, per cercare di capire i metodi e le
prerogative.
Il modello più famoso è quello a 4 fasi elaborato da
Leymann che riflette una percezione del mobbing prettamente
applicato alla realtà lavorativa svedese, in cui egli
lavorava con una valida integrazione derivata dalle sue
radici culturali tedesche; per questo il modello di Leymann
oltre che nell'area scandinava si presta in modo eccezionale
all'applicazione anche all'interno di studi condotti in
Germania.
Harald Ege, a cui si deve l'introduzione di questa tematica
in Italia, ha apportato degli aggiustamenti al modello base
di Leymann per renderlo adatto all'applicazione alla realtà
lavorativa italiana.
Questa correzione si è resa necessaria non perché il
modello base fosse inesatto ma perchè erano le
caratteristiche stesse della realtà sociale italiana troppo
distanti e non confrontabili con quella germanica o
nordeuropea all'interno della quale il modello era stato
elaborato.
Il modello italiano di Ege si compone di 6 fasi di mobbing
vero e proprio, legate logicamente tra loro e precedute da
una sorta di pre-fase detta "condizione zero" che
non è ancora Mobbing ma ne costituisce l'indispensabile
presupposto.
La
"condizione zero".
Si tratta di una pre-fase normalmente presente in Italia ma
sconosciuta nella cultura nordeuropea: il conflitto
fisiologico, normale ed accettato. Una tipica azienda
italiana è conflittuale. Si tratta di conflitto
generalizzato, che vede tutti contro tutti e non ha una
vittima definita: diverbi d'opinione, discussioni e piccole
accuse reciproche.
La
prima fase: il conflitto mirato.
Si individua una vittima e verso di essa si dirige la
conflittualità generale. Il conflitto fisiologico prende
una direzione, l'obiettivo è quello di distruggere
l'avversario, il conflitto non è più oggettivo e limitato
al lavoro ma si sposta verso argomenti privati.
La
seconda fase: l'inizio del mobbing.
La vittima inizia ad avere un senso di disagio e fastidio,
percepisce un inasprimento delle relazioni con i colleghi ed
è portata ad interrogarsi su tale mutamento.
La
terza fase: primi sintomi psico-somatici.
La vittima manifesta i primi problemi di salute e questa
situazione può protrarsi per lungo tempo. Questi primi
sintomi riguardano in genere un senso di insicurezza,
l'insorgere dell'insonnia e problemi digestivi.
La
quarta fase: errori ed abusi dell'Amministrazione del
Personale.
Il caso Mobbing diventa pubblico e spesso viene favorito
dagli errori di valutazione da parte dell'ufficio del
Personale. Diventano più frequenti le assenze per malattia,
l'Amministrazione del Personale si insospettisce, inizia ad
indagare invia richiami disciplinari alla vittima.
La
quinta fase: serio aggravamento della salute psico-fisica
della vittima.
Il mobbizzato entra in una situazione di vera disperazione,
di solito soffre di forme depressive più o meno gravi e si
cura con psicofarmaci e terapie, che hanno solo un effetto
palliativo in quanto il problema sul lavoro non solo resta,
ma tende ad aggravarsi. Gli errori da parte
dell'amministrazione sono di solito dovuti alla mancanza di
conoscenza del fenomeno Mobbing e delle sue caratteristiche;
infatti, i provvedimenti adottati sono pericolosi per la
vittima, poichési convincerà di essere essa stessa la
causa di tutto e di vivere in un mondo di ingiustizie dove
non può far nulla precipitando ancora di più nella
depressione.
La
sesta fase: esclusione dal mondo del lavoro .
Questa fase implica l'uscita della vittima dal mondo del
lavoro tramite dimissioni volontarie, licenziamento, ricorso
al pre-pensionamento e anche ad esiti traumatici quali il
suicidio, lo sviluppo di manie ossessive, l'omicidio o la
vendetta sul mobber
Il doppio mobbing
Il
doppio Mobbing è una situazione che Ege ha riscontrato in
Italia, ma di cui non si trova traccia nella ricerca
europea. Questo fenomeno è legato al ruolo particolare che
la famiglia ricopre nella società italiana.
In Italia il legame tra individuo e famiglia è molto forte:
la famiglia partecipa attivamente alla definizione sociale e
personale dei suoi membri, si interessa del loro lavoro,
della loro realizzazione e dei loro problemi.
La vittima di una situazione di Mobbing tende a cercare
aiuto e consiglio a casa. Qui sfogherà la rabbia,
l'insoddisfazione o la depressione che ha accumulato durante
la giornata lavorativa. E la famiglia assorbirà
inevitabilmente tutta questa negatività, cercando di
dispensare al suo componente in crisi, aiuto, comprensione,
rifugio dai problemi: la crisi porterà necessariamente a
uno squilibrio dei rapporti, ma la famiglia ha più risorse
del singolo e riuscirà a tamponare la falla. Il Mobbing non
è un normale conflitto, un periodo di crisi che si
concluderà presto.
Il
Mobbing è uno stillicidio di persecuzioni, attacchi e
umiliazioni che perdura nel tempo, e alla lunga è
devastante. La vittima trasmette la propria sofferenza al
coniuge, ai figli, ai genitori il più delle volte per anni.
illogorìo attacca la famiglia che resisteràper un certo
tempo finchè le risorse saranno esaurite ed anch'essa entra
in crisi: la famiglia è satura. Se questo avviene la
situazione della vittima di Mobbing crolla. La famiglia
protettrice cambia atteggiamento, cessando di sostenere la
vittima e cominciando a proteggersi dalla forza distruttiva
del Mobbing. La vittima diventa una minaccia per l'integrità
e la salute del nucleo familiare, che ora pensa a
proteggersi prima, ed a contrattaccare poi. Naturalmente si
tratta di un processo inconscio: nessun membro sarà
consapevole di non aiutare più il familiare. Il doppio
Mobbing è la situazione in cui la vittima è bersagliata
sul posto di lavoro e per di più privata della comprensione
e dell'aiuto della famiglia.
Le conseguenze
del mobbing
Il
Mobbing è una pratica dannosa e realmente criminale: le sue
intenzioni sono dettate da sentimenti profondamente
distruttivi verso gli altri e i suoi esiti sono
sconvolgenti, i maggiori danni li subiscono il mobbizzato e
l'azienda. Dai dati emersi dalla II Ricerca Europea sulle
Condizioni di Lavoro, condotta sulla base di 16.000
interviste a lavoratori di tutta l'Unione europea. ogni anno
circa 6 milioni di lavoratori (il 14% di tutti i lavoratori)
sono soggetti a violenza fisica, 12 milioni (1'8%) subiscono
intimidazioni e mobbing e 3 milioni (il 2%) sono vittima di
molestie sessuali. Le ricerche condotte all'estero hanno
dimostrato che il Mobbing può portare fino all'invalidità
psicologica, e che quindi si può parlare di malauie
professionali o di infortuni sul lavoro.
In Svezia un'indagine statistica ha dimostrato che una
percentuale stimata tra il lO ed il 20% del totale dei
suicidi in un anno ha avuto come causa scatenante il Mobbing.
In Svezia e Germania centinaia di migliaia di persone sono
finite in prepensionamento o addirittura in clinica
psichiatrica.
In casi di questo tipo, i costi non hanno investito solo
l'azienda di lavoro ma anche la società stessa: un
lavoratore costretto alla pensione a soli 40 anni costa alla
società 1 miliardo e 200 milioni di lire in più di uno
pensionato all'età prevista.
. Secondo le prime ricerche, in Italia oggi soffrono per
Mobbing oltre 1 milione di lavoratori, mentre sui 5 milioni
è stimato il numero di persone coinvolte in qualche modo
nel fenomeno, come spettatori o amici e familiari della
vittima (fonti internet).
Il dott. Ege ha fatto i calcoli riguardo un caso di Mobbing
in cui si è imbattuto. In un'azienda due persone erano
sistematicamente "mobbizzate', dopo sei mesi, una
vittima aveva ridotta la sua prestazione lavorativa del 40%,
l'altra del 60% e questo soltanto prendendo in
considerazione il rendimento. Gli stessi in un anno, avevano
totalizzato uno otto settimane di malattia e l'altro dieci.
Sommando il calo delle prestazioni alle assenze retribuite
per malattia in un anno, l'azienda aveva subito in un caso
una perdita del 29,2% e nell' altro del 41,5%. A queste
cifre il dott. Ege ha aggiunto i costi dei sostituti durante
le assenze delle vittime e la perdita di tempo lavorativo
dei mobber (il 5% delle loro capacità totali erano usate
per compiere azioni mobbizzanti).
Alla fine la perdita totale calcolata dell'azienda in un
anno era di ben il 190,7%!
Gli aspetti giuridici del mobbing
Il
Mobbing propriamente inteso si spiega solo in un mondo del
lavoro ossessionato dalla mobilità e dalla competizione,
dove tutti sono rivali di tutti e dove il miraggio delle
facili carriere tende ad eliminare ogni solidarietà.
Non lo si potrebbe intendere in un regime di piena
occupazione o di occupazione stabile, lo si comprende
perfettamente nella situazione di carenza di posti di
lavoro, di eliminazione sistematica dei lavoratori più
anziani.
Il Mobbing costituisce un problema che deve essere
affrontato e risolto dalla collettività, ma più che un
problema, è essenzialmente un atto criminoso, un reato, un
comportamento illecito.
Occorre precisare che non è facile definire giuridicamente
il Mobbing. Negli ultimi tre o quattro anni, cioè da quando
se ne parla, il Mobbing è divenuto oggetto di controversie
giuridiche tra lavoratori e datori di lavoro.
La Svezia e la Germania riconoscono nel Mobbing una malattia
pro fessionale e un problema serio di relazioni industriali.
In questi Paesi, ed anche un po' meno in Francia e Gran
Bretagna, sono stati presi una serie di provvedimenti
pubblici e privati per difendere e tutelare i lavoratori
colpiti da questa nuova piaga.
Il caso classico, portato sempre ad esempio, è quello della
Germania dove la Wolkswagen ha predisposto di propria
iniziativa un Codice interno di condotta, con l'intenzione
di rendere impossibili i fenomeni di persecuzione sul
lavoro.
L'impresa è soddisfatta di questo codice perché ha
calcolato di aver così registrato una diminuzione dell'l %
hei congedi per malattia che si è tradotta in un risparmio
di 50 milioni di dollari l'anno. In Italia ciò che si è
mosso si è mosso ad opera dei mobbizzati, cioè da parte di
vittime del procedimento.
Il giornalista Francesco Merlo sul Corriere della Sera ha
commentato la pubblicazione dei dati di un'inchiesta
realizzata dal dotto Ege tra gli impiegati del Comune e
della Provincia di Perugia scrivendo "...il Mobbing è
il mal d'ufficio, l'ultima trovata della filosofia buonista,
... una malattia di moda".
Il direttore del personale della Zanussi, nel corso della
trasmissione "Teleanch'io", dichiarò che il
Mobbing è una specie di "selezione darwiniana"
che permette di individuare il dipendente che "riesce a
lavorare bene anche in situazioni di stress"
(Elisabetta Maier, tesi di laurea sul Mobbing).
La definizione giuridica del Mobbing deve definire i criteri
in base ai quali le azioni di Mobbing possono essere
individuate inequivocabilmente, distinte cioè dalle altre
forme di scontro sul lavoro.
Occorre chiarire con precisione in quale momento e in base a
quali atti il normale conflitto interno sui luoghi di lavoro
travalichi in azioni non lecite e diventi reato.
La sentenza che per prima ha accolto il termine Mobbing nel
lessico giurisprudenziale è stata emessa dal Tribunale di
Torino, Sez. Lav. l° grado datata 16/11/1999.
Il caso esaminato dal Tribunale torinese riguarda una
lavoratrice dipendente che aveva richiesto il risarcimento
del danno biologico (crisi depressiva) subìto a causa delle
condizioni di lavoro gravose e dalle continue e mirate
vessazioni e umiliazioni da parte del capo reparto.
Il giudice ha citato nella premessa il fenomeno del Mobbing
e la letteratura scientifica relativa, ne ha dato una
spiegazione ed un'interpretazione servendosi anche dell'Art.
115 del Codice di procedura civile, che al comma 2
stabilisce il "fatto notorio", cioè oltre alla
Costituzione (Art. 32), l'Art. 2087 del Codice Civile
(Tutela delle condizioni di lavoro).
Importanti sono i passaggi della sentenza che rigettano la
tesi del datore di lavoro secondo la quale il ricorrente subì
danni perché afflitto da particolare "labilità
emotiva". Al riguardo il Giudice ci dà una grande
lezione di civiltà umana prima ancora che giuridica:
"La Costituzione, nel suo Art. 32 e la Legge, nell'art
2087 c.c., tutelano infatti indistintamente i cittadini,
siano essi forti e capaci di resistere alle prevaricazioni
siano viceversa più deboli e quindi destinati anzitempo a
soccombere."
Lo stesso Tribunale e lo stesso giudice ha emesso anche una
seconda sentenza il 30/12/1999 dove è stato riconosciuto
che la malattia della ricorrente è stata provocata da una
singola azione ostile.
Secondo il dr. Ege la prima sentenza italiana riferibile ad
un caso vero e proprio di Mobbing (lui aveva il ruolo di CTU
durante la causa) èquella recentissima della Sezione Lavoro
del Tribunale di Forlì, n. 847/2001, emessa il 23/02/2001 e
pubblicata il 15/03/2001 (rapporto di lavoro, vessazioni
morali, trasferimento e demansionamento con inattività,
attualizzanti la fattispecie di Mobbing).
Nella sentenza si legge che per il danno da vessazioni
morali, trasferimento illegittimo, pregiudizio all'integrità
dello stato di salute (sindrome ansioso - depressiva
somatizzata, in fattispecie) la tripartizione danno
biologico - danno patrimoniale - danno morale ormai appare
riduttiva per l'interprete in quanto lascia troppi spazi
privi di adeguata tutela.
Sul punto è ormai acquisito, seppur recentemente, il
concetto di danno esistenziale, o danno alla vita di
relazione, che si realizza ogni qualvolta il lavoratore
viene aggredito nella sfera della dignità...
Non a caso il Mobbing è stato definito violenza morale e
non a caso il danno esistenziale appare particolarmente
congeniale a tale situazione. Spetterà al dato re di lavoro
che vorrà evitare profili di responsabilità
ogni qualvolta che il lavoratore abbia subito un danno
esistenziale dimo
strare di aver posto in essere tutte le misure necessarie a
tutelare l'integrità psicofisica del lavoratore (in questo
caso, non dimostrate dalla banca convenuta).
Quali parametri risarcitori per una liquidazione equa, ex
art 1226 c.c., è stato ritenuto di utilizzare quello della
"durata" della situazione di inadempienza
congiunta a quella di una percentuale della retribuzione
mensile "lorda" (calcolata a seconda del danno
inferto o della sofferenza subita).
Si tratta quindi di un nuovo accento posto, nella
giurisprudenza, sul "danno esistenziale" inteso
come "danno a ciò che la persona è", e non a ciò
che la persona "ha", danni cioè di qualsiasi
natura che pregiudichino il benessere e l'agio della
persona, ovvero "un mutamento in negativo del complesso
delle relazioni dell'individuo in quanto persona".
Questa linea è ancora d'avanguardia e di minoranza, potendo
vantare sì e no un paio di sentenze della Cassazione, ma va
rafforzandosi nella dottrina giuridica, come sostiene un
autorevole protagonista di processi per Mobbing, in un
articolo apparso su "Guida al lavoro - il Sole 24
Ore" del 20 giugno 2000.
Mentre trova spazio nelle aule giudiziarie, il Mobbing ha le
porte aperte anche nelle coperture assicurative: lo stesso
INAIL infatti lo inserisce negli studi su nuove patologie
nelle malattie professionali ex art. lO comma 4 D.L.vo
38/2000.
Le linee di indirizzo dell'Istituto sono leggibili nel
dettaglio nel sito www.inail.it che contiene appunto un
formale riferimento al Mobbing quale nuova patologia.
I progetti di legge
Di
fronte a un caso di prepotenza, di aggressione fisica o
morale, o di violenza sessuale, il giudice può intervenire
individuando l'azione di reato e il responsabile.
Ma nei casi di Mobbing chi è il responsabile? Colui che ha
comincia to la persecuzione, o tutti coloro che l' hanno
ripresa e continuata?
La competizione è la legge che governa l'acquisizione dei
mercati: diventa un grave errore estenderla ad altri campi
del vivere associato e farne l'unica legge che governa
l'attività umana.
Occorre una legge che stabilisca chiaramente cos'è il
Mobbing. Dovrà essere una legge a stabilire chiaramente in
quale momento si supera il confine della normale
conflittualità e si entra nella sfera della persecuzione.
Il paradosso dal punto di vista giuridico è questo: una
serie di atti presi isolatamente non costituiscono violenza,
se ripetuti e "composti" in una serie continuativa
diventano strategia oppressiva, violenza, e possono
configurare un reato. Questa è una novità per il nostro
sistema giudiziario perché introduce nella valutazione del
fatto la variabile tempo. Il responsabile cercherà di
dimostrare che i vari atti persecutori erano staccati tra
loro, nasconderà le sue responsabilità dietro la posizione
"facevano tutti così".
La legge dovrà prevedere i modi di individuazione dei
responsabili.
Un'altra delle difficoltà da affrontare in una causa di
Mobbing contro un'azienda è la raccolta delle prove: la
vittima deve dimostrare che c'è una continuità delle
azioni ostili a suo danno e che questa risponde di fatto ad
una strategia distruttiva.
Esiste,da un punto di vista normativo, solo una Legge della
Regione Lazio (L,R, 11 luglio 2002, n. 16) che contiene
disposizioni per prevenire e contrastare il fenomeno del
Mobbing nei luoghi di lavoro. Inoltre sono stati presentati,
ad opera di varie forze politiche, ben sette progetti di
legge, tre alla Camera quattro al Senato, ai quali bisogna
aggiungere un progetto di legge regionale avanzato presso la
Regione Piemonte.
Nessuna discussione peraltro è finora iniziata seriamente;
soltanto alla Camera nel marzo 2000 è cominciato l'esame
congiunto dei progetti in sede di commissione.
Il primo progetto, presentato nel 1996 dall'On. Cicu (Camera
n. 1813) propone di istituire il reato di Mobbing, definito
"terrore psicologico nell'ambiente di lavoro" e di
"perseguire penalmente tale comportamento,
equiparandolo ad un reato verso la società. Il reato di
Mobbing comporterà una condanna detentiva, nei confronti
del mobber, fino a tre anni e l'interdizione dai pubblici
uffici fino a tre anni".
Sulla stessa linea è la proposta di legge (Camera n. 6667)
presentata dall'On. Fiori il 5 gennaio 2000 che definisce il
Mobbing "violenza psicologica più o meno strisciante
volta a provocare in modo subdolo e sistematico
l'annientamento morale e professionale.. .".
Nell'art. 2 propone di inasprire le pene fino a 5 anni di
reclusione in casi di "danni psico-fisici o danni
materiali ed economici".
Diversa impostazione ha il progetto di legge (Camera n.
6410) del 30 settembre 1999 d'iniziativa dell' Onorevole
Benvenuto e altri dove non si parla di reato, ma nello Art 2
si parla di "annullabilità di atti discriminatori..
.riconducibili alla violenza e alla persecuzione psicologica
a richiesta del lavoratore danneggiato".
Nell'art. 3 (prevenzione e informazione) il Ministero del
Lavoro e delle Politiche sociali, i datori di lavoro,
pubblici e privati, e le rispettive rappresentanze sindacali
"devono adottare tutte le iniziative necessarie allo
scopo di prevenire la violenza e la persecuzione
psicologica.. . ".
Esiste quindi una notevole disparità di vedute sul
possibile inquadramento del fenomeno Mobbing nel panorama
legislativo e; di conseguenza, le interpretazioni giuridiche
sono molteplici.
Conclusioni
Come
si può agire sul versante della prevenzione del Mobbing e
del conflitto sul lavoro? Secondo Ege le direzioni nelle
quali è possibile operare sono due: puntare sull'azienda
con una formazione mirata che corregga ed indirizzi
adeguatamente il lavoro dell'Ufficio Risorse umane oltre a
creare la "cultura del litigio-; dedicarsi ai singoli
individui, con una formazione personale che prepari le
persone al conflitto insegnando loro le tecniche di
autodifesa verbale.
Entrambi gli interventi mirano ad impedire che un banale
conflitto possa diventare un vero caso di :Mobbing.
Creare all'interno di una azienda la "cultura del
litigio" significa intervenire sulla politica e
sull'atteggiamento direttivo, rivedere determinate scelte e
metodi per arrivare a una migliore gestione delle situazioni
critiche in generale.
Possedere "la cultura del litigio" non significa
avere nuove armi con cui reagire al conflitto, bensì avere
una visione più chiara e definita del conflitto stesso, a
beneficio dell'azienda, ma anche dei dipendenti e delle loro
famiglie.
L'obiettivo principale della cultura del litigio è la
trasparenza del conflitto, vedere un conflitto come una pura
e semplice diversità di vedute o di opinioni. Per giungere
a questa visione imparziale ed obiettiva occorresecondo il
dotto Ege de-emozionare il conflitto.
Il conflitto non riconosciuto e adeguatamente affrontato
continua a muoversi e ad espandersi sotto la superficie
dell'apparente "normalità, creando malumore,
scontentezza ed insicurezza".
Se si ha il coraggio di parlare apertamente dei problemi,
dei disagi e delle incomprensioni, o se si è incoraggiati
da determinati atteggiamenti aziendali di apertura e di
ascolto, il conflitto non è più tabù.
In certe aziende tedesche esistono delle vere e proprie
Konfliktzimmer, cioè delle "stanze del conflitto"
in cui i dipendenti possono riunirsi per discutere e
chiarire i problemi; se la discussione si rivela più aspra
del previsto e i contendenti non riescono a trovare un punto
di accordo, c'è la possibilità di far entrare in gioco un
Konfliktmanager cioè uno specialista del conflitto.
In un ambiente privo della cultura del litigio, un conflitto
lavorativo consuma le energie dei due contendenti le une
contro le altre. La cultura del litigio permette di
utilizzare insieme le risorse dei due contendenti. Dalla
sinergia possono scaturire nuove e rivoluzionarie
prospettive e soluzioni creative ed efficaci.
Dott.ssa
Francesca Lamanna
Lamanna, F. (2004)
Mobbing. Gli aspetti deteriori del lavoro.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 22 febbraio 2004.
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