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Susanna Valori
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| La depressione in
età giovanile: l'infanzia. |
| caratteristiche peculiari della
depressione durante l'infanzia e la fanciullezza |
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Abstract
Così come in quella degli adulti nella depressione
infantile esistono delle vere e proprie categorie
all’interno delle quali collocare le diverse tipologie di
sintomi; a differenza dell’adulto però il bambino non ha
gli strumenti necessari per comprendere che sta vivendo una
malattia. Durante l’adolescenza si sviluppano le regole
linguistiche e il pensiero
logico-deduttivo con l’acquisizione dei quali
l’individuo formerà una immagine di sé non amabile, di
poco valore e responsabile di ogni insuccesso.
Introduzione
Studi sull’epidemiologia e osservazioni longitudinali
della depressione hanno prodotto elementi a sostegno della
tesi che questa può apparire precocemente, e che spesso può
evolvere in un disturbo cronico, contrastando il luogo
comune che vede l’infanzia e l’adolescenza come periodi
di spensieratezza e buonumore (Kovacs, Akiscal, Gatsonis, et
al., 1994), (Keller , Klerman, Lavori, et al., 1984).
L’infanzia e l’adolescenza sono dunque due momenti
evolutivi molto diversi, per questo alla depressione va data
una differente considerazione.
La Depressione nell'Infanzia
Il DSM IV, considera la depressione nei ragazzi in modo
analogo a quella degli adulti, tenendo però presenti alcune
differenze di origine evolutiva, (Stark, 1996). Ad esempio
potrebbero essere accettate nella diagnosi: l’ansia da
separazione, o il calo delle prestazioni scolastiche.
Al di là delle definizioni diagnostiche ci sono aspetti
della depressione infantile che la rendono potenzialmente
devastante se paragonata a quella degli adulti. Se
l’adulto è in grado di riconoscere che la sua situazione
non fa parte della “normalità”, che in qualche modo
“non è se stesso” in quanto i fenomeni che sperimenta
sono il risultato di una condizione patologica, il bambino
non ha i mezzi per operare delle distinzioni, e può
perdersi dentro la propria depressione. Inoltre se le
persone adulte tentano, tranne che nei casi più gravi, di
vincere questa malattia, i bambini non hanno le risorse
interne ed evolutive per farlo. Ma lo svantaggio più grande
della depressione in giovane età è che questa opera
effetti immediati in aree importanti per il funzionamento
della personalità, rendendo quindi lo sviluppo di
quest’ultima profondamente alterato. Questi bambini non
riescono a divertirsi, non giocano e non si creano sani
rapporti interpersonali, si sentono ipercritici e insicuri e
non credono nella bontà delle persone. Le prospettive
saranno probabilmente di un futuro di infelicità, con
sentimenti di autosvalutazione, cinismo e pessimismo (Shuchter
et al.,1987). Un contributo importante nello studio dei
disturbi psichici in giovane età lo possiamo ritrovare
negli studi di Bowlby. Egli venuto a conoscenza delle opere
di Lorenz e Timbergen, si rese conto che tra le osservazioni
compiute in ambito etologico e quelle in ambito
psicoanalitico ci potevano essere grandi corrispondenze (cfr:
Pruneti e Muratorio, 1996). Egli studiò l’attaccamento
come una tendenza innata del bambino a mantenere la propria
vicinanza con la madre. Secondo la teoria
dell’attaccamento e separazione di Bowlby, infatti, nei
primi anni di vita (0-5), l’attività del bambino è
finalizzata al mantenimento dell’attaccamento verso i
propri "caregivers". Con la crescita il bambino
riesce sempre di più a muoversi da solo nell’esplorazione
dell’ambiente (cfr. Reda e Liotti, 1982).
Secondo Bowlby (1979) il modello di comportamento di
attaccamento che si è strutturato nell’infanzia tende a
persistere nell’adulto e si basa sull’esperienza che il
bambino fa, sia con i genitori che con l’ambiente che lo
circonda. Il bambino deve potersi muovere anche da solo, per
compiere le proprie esplorazioni, sapendo che la madre è
sempre pronta ad assicuragli una base sicura dove poter
tornare. E’ questa sana relazione di attaccamento con la
figura materna che è importante per un sano sviluppo
dell’individuo. Tramite le informazioni degli adulti che
lo accudiscono (istruzioni, spiegazioni, valutazioni, ma
anche gesti, espressioni del viso) il bambino impara a
conoscere gli attributi che lo definiscono agli occhi degli
altri e, di conseguenza, ai suoi (Cooley, 1902;
Guidano,1981).
Il bambino si basa, quindi, sulle indicazioni che gli
provengono dai familiari per organizzare la propria vita,
perché non possiede le strutture interne per farlo. Più
cresce e più si forma in lui una conoscenza di base (tacit
knowledge) (Polanyi, 1968. cfr: Stark 1996); sono le figure
guida che determinano le sue prime sensazioni e gli
permettono di differenziarsi dagli
altri definendo la propria identità.
Il sentimento di identità del sé comincia a svilupparsi in
modo più tangibile nel periodo della seconda infanzia,
quando le attività sociali assumono più grande spessore,
soprattutto con l’inizio dell’attività scolastica. In
questo periodo il bambino mette in atto delle vere e proprie
strategie che gli permettono di ricercare conferme della
propria identità. Tra quelle più comuni troviamo:
l’imitazione di un adulto o di un coetaneo significativo;
la ricerca di approvazione e di attenzione. In tal modo si
vanno definendo nel bambino le caratteristiche sulle quali
si baserà il suo giudizio personale (Guidano e Reda, 1981).
La predisposizione alla depressione infantile è legata
comunemente ad una situazione di distacco precoce (Reda e
Liotti,1982).
Alcuni esempi di distacco possono essere così riassunti:
Perdita reale di uno o entrambi i genitori; Distacco fisico
e/o affettivo dai genitori (viaggi, separazioni, malattie,
ospedalizzazione del bambino,ecc); Mancanza di assistenza
dei genitori durante le prime attività del bambino che
impara a doversela cavare da solo fin da piccolo. Attenzione
dei genitori per doveri morali e sociali, con punizioni
frequenti se il bambino non si è comportato come richiesto
e minimi riconoscimenti quando ha adempiuto alla perfezione
il suo dovere.
La depressione infantile, come quella degli adulti, va al
di là del solo sintomo della tristezza, anzi è una vera e
propria sindrome che coinvolge una moltitudine di sintomi
concomitanti (Carlson e Cantwell, 1980). Le categorie nelle
quali si possono suddividere questi sintomi sono le stesse
principali categorie utilizzate per descrivere la
depressione negli adulti e sono: emotive, cognitive,
motivazionali, fisiche e neurovegetative (Kovacs e Beck,1977).
Per quanto riguarda i sintomi emozionali, quello che
maggiormente rappresenta la depressione è l’umore
disforico, ovvero la tristezza. Questo può essere
riscontrato anche in bambini che hanno un qualsiasi altro
disagio psicologico (Carlson e Cantwell,1979), ma la gravità
e la durata permettono di inserirlo nel quadro depressivo.
Un diverso sintomo del disturbo dell’umore che può
sostituire la tristezza è la rabbia, che molto spesso è
presente nei bambini depressi. Brumback, Dietz-Schmidt e
Weinberg (1977) riferirono che l’88% del loro campione di
bambini depressi aveva manifestazioni di ira.
Oltre ad essere molto presente, la rabbia è un sintomo tra
i più resistenti al cambiamento terapeutico (Stark, Kaslow,
Reynolds, Kelley, 1990). La gravità di questo sentimento va
dalla semplice irritabilità, a un senso di insopportabilità
dello stato d’animo di rabbia, fino a giungere a pensieri
omicidi. Un modo per misurare la gravità del sintomo è
rapportarlo
all’ambiente: minori sono i legami con l’ambiente,
maggiore sarà la gravità (Stark,1996).
Fanno parte dei sintomi emozionali anche : l’anedonia, che
è uno dei sintomi diagnostici principali nei disturbi
depressivi (Carlson e Cantwell, 1979) e si riferisce alla
perdita della risposta di piacere (il bambino appare
annoiato, indifferente); la tendenza al pianto, dove questo
non è legato a eventi ambientali; la perdita di allegria,
il bambino non trova divertenti cose che al contrario fanno
ridere la maggior parte dei bambini; il non sentirsi amati,
e l’autocommiserazione, (Stark 1996).
L’altro grande gruppo di sintomi presenti nel bambino
depresso sono i sintomi cognitivi. Ne sono un esempio le
autovalutazioni negative (Kendal, Stark e Adam, 1990). Il
bambino depresso tende a valutare negativamente le sue
prestazioni e le sue capacità; in questo modo l’autostima
si abbassa notevolmente. Gli ambiti autodescrittivi in cui
la bassa autostima si fa notare nella maggior parte dei casi
sono: l’intelligenza, l’aspetto fisico, la personalità,
il profitto scolastico, l’abilità fisica (Stark, 1996).
Robbin e Alessi (1985) hanno fatto notare come le
autovalutazioni negative fossero associate a tentativi e
atti suicidari.
Un altro tipico sintomo cognitivo della depressione
infantile è il senso di colpa. Il rimorso che il bambino
prova viene considerato all’interno dei sintomi cognitivi
in quanto legato allo “stile attribuzionale”. Come
avviene per l’adulto, il bambino si sente colpevole e non
attribuisce mai la ragione dell’insuccesso all’esterno,
ritenendosi il principale responsabile del risultato
negativo (Seligman, Peterson, Kaslow, Tanenbaum, Alloy,
Abramson, 1984). Altri sintomi cognitivi della depressione
sono: la disperazione, che si esprime con l’incapacità di
vedere nel futuro la possibilità di risolvere qualsiasi
tipo di problema; essa comporta enormi difficoltà
terapeutiche oltre che rischi di suicidio; la difficoltà di
concentrazione derivante dal fatto che il bambino è troppo
preso nei pensieri della sua triste condizione e ciò
influisce in lui a tal punto che le prestazioni scolastiche
ne risentono; l’indecisione, che lo rende molto dipendente
dagli adulti; l’ideazione morbosa, nella quale il bambino
può avere frequenti preoccupazioni per la propria morte o
per quella degli altri. Per quanto riguarda invece i sintomi
motivazionali risalta in modo evidente la chiusura sociale.
Vi è nel bambino depresso una diminuzione dei contatti
sociali rispetto alla situazione precedente. Quindi il
coinvolgimento con i familiari, con gli amici e con tutte le
altre persone conosciute risulta largamente diminuito. Altri
sintomi motivazionali sono: l’ideazione e il
comportamento suicidari. L’ideazione suicidaria è uno dei
migliori predittori del suicidio vero e proprio e la gravità
di questa ideazione viene stimata in base al contenuto dei
pensieri: la specificità, l’organizzazione e la presenza
di dettagli nel piano indicano una maggiore probabilità che
il bambino passi all’azione (Stark, 1996).
Anche la diminuzione del rendimento scolastico viene
considerata un sintomo motivazionale della depressione
infantile. Alcuni bambini depressi evidenziano infatti un
peggioramento delle prestazioni scolastiche (Carlson e
Cantwell,1979). Questo è legato al fatto che spesso
appaiono demotivati ad apprendere, talora stanchi e apatici,
come se non possedessero le energie sufficienti a svolgerele
attività scolastiche. La difficoltà di concentrazione,
inoltre, rende difficile l’assimilazione delle spiegazioni
dell’insegnante, cosa che provoca maggiori difficoltà
nello svolgimento dei compiti a casa. La frustrazione che ne
deriva può rendere il bambino irritabile tanto da rendere
molto difficile l’aiuto anche da parte degli adulti (Stark,
1996). Infine troviamo i sintomi fisici e neurovegetativi.
L’affaticamento è uno dei più tipici e si riferisce alla
sensazione di stanchezza che il bambino prova durante la
giornata; tale sensazione inizia ad essere significativa se
diventa d’intralcio per le attività quotidiane. Anche Il
cambiamento nell’appetito e/o nel peso viene associato
all’episodio depressivo (Kashani, Barbero, Bolander,
1981). L’aumento di peso va controllato tenendo presente
il normale aumento dovuto alla crescita. E’ comunque più
frequente una perdita di peso a causa di una forte mancanza
d’appetito nel bambino.
Nel corso della depressione infantile si possono trovare
anche dolori e malesseri, che vengono considerati
sintomatici dal momento in cui non hanno una ragione medica
di esistere (Brumback et al., 1977). La gravità è stimata
in base a quanto questi sintomi interferiscono con le
prestazioni scolastiche o ricreative, e con la durata e la
capacità del bambino di farne fronte da solo (Stark, 1996).
Altri sintomi fisici e neurovegetativi sono i disturbi del
sonno, quali: insonnia, ipersonnia, inversione circadiana e
sonno non ristoratore; il rallentamento psicomotorio, che
viene valutato positivamente quando il bambino ha movimenti
corporei e linguaggio molto rallentati, quando sono presenti
latenze nelle risposte, o se il bambino non ha mai
iniziativa nel far procedere una conversazione. In ultimo
troviamo l’agitazione psicomotoria, dove il bambino appare
agitato, incapace di stare seduto, ha un linguaggio
estremamente veloce, talvolta è irritabile, arrabbiato, e
può diventare aggressivo (Stark, 1996).
Dott.ssa Susanna Valori
Valori, S. (2004)
La depressione in età giovanile: l'infanzia.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 21 settembre 2004.
Riferimenti
Bibliografici
i riferimenti bibliografici saranno
pubblicati nella seconda parte dell'articolo dal titolo
"la depressione in età giovanile: l'adolescenza"
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