|
Letizia Maduli
|
| Adolescenza,
comportamenti a rischio ed incidenti |
| psicologia dell'età evolutiva.
Valutazione dei comportamenti a rischio negli
adolescenti |
|
I
comportamenti a rischio adolescenziali possono essere
considerati dei modi per provare sensazioni nuove e forti,
con la componente relativa alla sfida e alla sperimentazione
di se.
Negli ultimi anni è aumentato considerevolmente lo studio
sui comportamenti ad alto rischio dei giovani adolescenti,
comportamenti messi in atto da soli o in gruppo, segnalati
perché contengono elementi di auto o etero-distruttività:
lanciarsi da un ponte legati ad un elastico; camminare sui
cornicioni; attraversare torrenti in piena; guidare a forte
velocità; sdraiarsi sulla riga di mezzeria di una strada;
sfidarsi a chi si toglie per ultimo da una situazione
pericolosa come: dai binari del treno, da uno scatolone in
mezzo alla strada; uso di sostanze stupefacenti o alcoliche.
Il rischio che questi comportamenti hanno sulla salute può
essere immediato, come nel caso della guida pericolosa,
prima causa di morte in età adolescenziale, oppure
posticipato nel tempo come nel caso dei disturbi
dell’alimentazione, delle condotte sessuali a rischio, del
fumo di sigarette, dell’assunzione di droghe e
dell’abuso di alcol.
In generale, correre dei rischi fa parte della norma in
questa fase dello sviluppo; A. Tursz (1989) infatti,
sottolinea la necessità di considerare gli aspetti positivi
e funzionali del rischio che, per l’adolescente, può
corrispondere ad una volontà profonda di rinnovarsi, ad un
desiderio di indipendenza e di autonomia oppure
all'esplorazione delle proprie capacità e dei propri
limiti.
Jeammet (1991) sottolinea come la stessa fase adolescenziale
potrebbe costituire di per se un rischio, mettendone in
evidenza la dimensione di crisi evolutiva corrispondente ad
una esigenza di cambiamento puberale, psichico e
psicosociale.
Ciò che caratterizza l’adolescenza, statisticamente
parlando, è infatti la presenza di alcuni compiti evolutivi
specifici, che riguardano l’acquisizione di una identità
sessuale stabile, il riconoscimento del sé corporeo, il
distacco dal mondo infantile, la costruzione degli ideali.
Bisogna quindi sottolineare come i comportamenti a rischio
assolvono spesso, a questa età, funzioni ben precise,
sebbene siano dannosi dal punto di vista fisico, psichico e
sociale, sembrano fornire all’adolescente una via di
uscita alle insicurezze e alle incertezze sperimentate in
questa fase della vita. Per quanto pericolosi per sé e per
gli altri, essi potrebbero venire ricercati perché
permettono di raggiungere alcuni obiettivi che sono molto
importanti per gli adolescenti quali ad esempio
l’affermazione della propria identità e la costruzione di
relazioni sociali affettive.
Molti ragazzi riescono a raggiungere questi scopi attraverso
strade adattive, senza mettere in pericolo il loro benessere
fisico, psicologico e sociale, sono, quindi, in grado di
gestire le ansie ef i problemi della discontinuità senza
distruggere il loro senso di unità interiore, altri
adolescenti, invece, non trovano altro modo per realizzare
questi obiettivi se non attraverso quelli che abbiamo
definito comportamenti a rischio.
Per affermare la loro "adultità" ed autonomia,
essi ricorrono allora a condotte sessuali sconvenienti e, a
volte, molto precoci, all’opposizione alle norme sociali
e/o familiari, ecc… (molte fra le condotte a rischio
aiutano l’adolescente a sentirsi adulto facendo ciò che
fanno i “grandi”). Inoltre alcuni comportamenti fase
specifici, permettono anche l’identificazione con il
gruppo dei pari: fumare sigarette, bere, avere rapporti
sessuali come fanno i propri amici permette di sentirsi come
loro e facilita l’accettazione nel gruppo. Il gruppo dei
coetanei ha, infatti, una funzione molto precisa e
fondamentale per lo sviluppo e la crescita individuale; nei
coetanei il ragazzo ha modo di riconoscere meglio la propria
identità di adolescente, ha una conferma di ciò che egli
è per stesso e per gli altri e la possibilità di
condividere con loro nuove norme e nuove esperienze.
I conflitti e le crisi possono essere considerati una
componente insita di questo periodo, una sorta di
“patologia latente” che va seguita con attenzione e
vigilanza allo scopo di evitare che essa si radichi nei
meccanismi profondi di maturazione della personalità (Laufer,
Laufer, 1986).
Choquet, Marcelli, Ledoux (1993), sulla stessa linea
affermano che l’adolescenza stessa è un rischio ovvero
che non ci sarebbe adolescenza senza assunzione di rischi, a
tal punto che un'adolescenza silente, senza nessun colpo di
testa, potrebbe anche insospettire.
Jack (1989) ha osservato che l’assunzione di rischi e la
"sperimentazione" in genere, durante
l’adolescenza, sono considerati comportamenti normali
perché aiutano gli adolescenti a raggiungere una sana
indipendenza, una identità stabile ed una maggiore maturità.
Ciò nonostante l'assunzione di rischi sembrerebbe essere
una delle maggiori cause di mortalità tra gli adolescenti
soprattutto quando vittime di incidenti. L'autore osservò
che anche le gravidanze adolescenziali sono spesso favorite
dalla convinzione di una sorta di "immunità
personale" rispetto alle conseguenze negative, come se
gli "incidenti", ad esempio, capitassero solo
"agli altri", come se si fosse superiori anche al
contagio di malattie come l'AIDS, insomma, come se gli
eventi negativi reali della vita non riguardassero
l'adolescente che, quindi, potrebbe ritenersi sempre al di
sopra di tutto questo. Putroppo le cronache, così come
anche i dati statistici confermano, ci mostrano il
contrario.
Tuttavia anche questo punto di vista può nascondere dei
rischi: ritenere che l’adolescenza comporti
inevitabilmente manifestazioni comportamentali autolesive,
può indurre la convinzione che qualsiasi condotta bizzarra
e pericolosa rientri nella normalità; adottando un punto di
vista simile, il rischio è quello di minimizzare la gravità
di certe manifestazioni e quindi di non prevenire e di
compromettere l’avvenire dell’adolescente (Carbone,
2000).
Una serie consistente di studi ha messo in rilievo che i
“comportamenti a rischio” sono tra loro collegati; tali
comportamenti includono il consumo di alcol, di tabacco e di
droghe, il sesso non protetto, la guida pericolosa. Il
lavoro di R. Jessor e dei suoi colleghi (1977-1978) propone
l’idea che i comportamenti problematici non solo siano
spesso correlati, ma indichino anche una disposizione a
passare da una forma di comportamento problematico
all’altra.
Emerge, così, un altro aspetto molto importante dei
comportamenti a rischio, questi non si presentano in modo
isolato, ma si collegano in vere e proprie sindromi, o
costellazioni, che comprendono differenti comportamenti
(Bonino, Fraczek, 1996).
Come emerge dall’indagine della Bonino sui rapporti di
coppia (1999) gli adolescenti a massimo rischio (13% M e 10%
F), protagonisti di rapporti sessuali promiscui e non
protetti, sono altresì coinvolti, rispetto ai soggetti non
promiscui sessualmente, negli altri comportamenti a rischio.
Nel sottogruppo dei promiscui il consumo forte e abituale di
tabacco riguarda il 37% dei soggetti, il consumo forte di
alcol riguarda il 60%, e quello abituale di marijuana sfiora
il 44%. Ma anche la guida pericolosa e la devianza sono più
frequenti fra gli adolescenti promiscui rispetto ai non.
Si riscontrano risultati analoghi anche esaminando la
ricerca sul consumo di sostanze (Bonino, 1999), gli
adolescenti che usano abitualmente marijuana sono in maggior
misura forti bevitori, forti fumatori di sigarette e sono
maggiormente coinvolti nella guida pericolosa e
nell’attività sessuale a rischio. Anche la guida
spericolata, così come quella in condizioni psicofisiche
alterate, non si presenta come un comportamento isolato, ma
è legata ad altri comportamenti a rischio.
La metà dei soggetti che guidano pericolosamente, tra
quelli del campione a cui la ricerca si riferisce, è
altamente implicata anche nell’uso di sostanze psicoattive
e nelle condotte devianti. All’interno del gruppo dei
soggetti che guidano infrangendo il codice penale (poiché
guidano in condizioni psicofisiche alterate) e che
rappresentano il 10% del campione totale, i 2/3 fumano
sigarette e consumano alcolici, i 3/4 fumano spinelli e
inoltre sono maggiormente coinvolti in forme persistenti di
devianza.
Altri risultati a sostegno della teoria secondo la quale
impegnarsi in qualunque comportamento problematico aumenta
la disponibilità ad impegnarsi in altri comportamenti
simili, sono stati riportati da Gregersen (1994).
L’obiettivo della sua indagine era quello di identificare
il profilo di vita specifico dei giovani guidatori ed
analizzare le relazioni esistenti fra stile di vita ed
incidenti in cui i giovani sono stati la causa. Egli ha
impiegato, quindi, un questionario che poneva domande sullo
stile di vita (sport, cinema, ballo, auto, letture, impegno
sociale, alcol, droghe) e domande sul coinvolgimento negli
incidenti chiedendo di includere eventuali danni riportati.
Dall’analisi dei cluster sono emersi quattro gruppi ad
alto rischio e due gruppi a basso rischio.
A titolo esemplificativo verrà descritto solo il primo
gruppo ad alto rischio e il primo gruppo a basso rischio di
incidente stradale. Il gruppo ad alto rischio è
caratterizzato da scarso impegno sportivo, assunzione
frequente di alcol, maggiore tendenza ad uscire, più
interesse per le auto. Il gruppo a basso rischio è
caratterizzato da punteggi alti su cultura e impegno
sociale. La relazione fra uso del tabacco e assunzione di
altre sostanze è stata esaminata da Everett et al. (1998)
su un gruppo di studenti delle scuole superiori. I dati
riguardanti l’uso del tabacco e delle altre sostanze
provengono dal “Youth Risk Behavior Survey” effettuato
dai “Centers for Desease Control and Prevention”. I
risultati mostrano che i fumatori abituali, rispetto ai non
fumatori, hanno più probabilità di fare uso di altre
sostanze (uso saltuario di cocaina e di altre sostanze
illegali, uso contemporaneo di più sostanze, uso abituale
di alcol, episodi di ubriacatura).
Del resto anche il sistema culturale e sociale sembra dare
al concetto di “rischio” significati diversi che in
passato.
Se un tempo al concetto di rischio erano collegate
valutazione negative ed era visto come un “disvalore”,
oggi si sta imponendo un modello di derivazione anglosassone
che considera il rischio positivamente.
Nella pubblicazione “Giovani verso il duemila”, quarto
rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia (Buzzi e
al. 1997), la diversa percezione del rischio segnala lo
spostamento di prospettiva da un orientamento verso
traguardi di sicurezza ad obiettivi nei quali trova spazio
il “mettersi in gioco” e il “non accontentarsi”,
molti giovani sembrano essere consapevoli che il saper
rischiare faccia parte delle abilità che la società
attuale richiede a chi vuole farsi strada nella vita.
Sempre nel rapporto IARD 1997 la valutazione del rischio
percepito dai giovani raggiunti dalla ricerca esprime, con
preoccupante ricorrenza, alcuni comportamenti che possono
essere lesivi della loro sicurezza e della loro salute. In
particolare la guida spericolata caratterizza l’esperienza
di più di un terzo del campione, la guida in stato di
ebbrezza riguarda un giovane ogni sette ed un quinto dei
giovani contattati ammette esplicitamente di aver avuto
rapporti sessuali a rischio (le incidenze nei maschi tra i
18 e i 24 anni sono notevolmente superiori).
In un'altra ricerca effettuata su una popolazione di 335
giovani allievi delle Scuola Guida di Bergamo (Vidotto,
Noventa, Armati, 1999) ben il 19,7% afferma di aver guidato
la moto dopo aver “bevuto troppo”, inoltre i soggetti
che hanno avuto incidenti stradali abbastanza gravi erano
coloro che avevano ottenuto un punteggio medio più elevato
alle scale della “sensation seeking” (Zuckerman, 1979) e
delle esperienze inusuali e che probabilmente avevano più
abusato di alcol e droga e ricercato più comportamenti a
rischio. Dall’analisi dei dati emerge che il campione è,
contemporaneamente, sia poco consapevole del rischio di
incorrere in incidenti stradali (mettendosi alla guida di un
auto dopo aver bevuto bevande alcoliche o aver assunto
droga), sia amante del rischio e desideroso di ricercare
sensazioni forti.
L’esistenza di una costellazione di comportamenti a
rischio è confermata da molte ricerche e porta ad affermare
che il tentativo di cambiare un singolo comportamento si
potrebbe rivelare inutile, poiché altri comportamenti
andranno a sostituire la funzione assolta dal comportamento
eliminato. Nell'intervento psicologico, in questo caso, sia
preventivo che di trattamento, dovranno essere valutate le
funzioni psico-sociali dei comportamenti a rischio e
studiato il sistema di riferimento che li mantiene. Solo a
questo punto l'intervento potrà essere costruito "ad
hoc" per specifiche situazioni ed esigenze. Lo stesso
vale per gli interventi di prevenzione messi in atto da
organismi sociali ed istituzioni come quella scolastica.
Prevenire il rischio è possibile ma non si dovrebbe
"correre il rischio" di aggravare la situazione.
Utilizzare strumenti preventivi che tengano conto della
maggior parte delle variabili implicate nell'insorgenza di
tali condotte che, sintetizzando, potremmo definire "multi-impulsive",
è la condizione necessaria affinché un intervento
psicologico preventivo possa essere realmente efficace.
Dott.ssa
Letizia Maduli
Maduli, M.L. (2004)
Adolescenza, comportamenti a rischio ed incidenti.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 01 dicembre 2004.
Riferimenti
Bibliografici
Bonino,
S. (1999) Tra sesso e affetti. Rapporti di coppia. Psicologia
Contemporanea, 153, 20-27.
Bonino,
S. (1999) Tra volante e ottovolante. La guida
pericolosa. Psicologia Contemporanea, 154, 18-25.
Bonino,
S. e Fraczek, A. (1996) Incursioni nel rischio. Psicologia
Contemporanea, 137, 50-57.
Buzzi,
C., Cavalli, A. e De Lillo A. (a cura di) (1997).
Giovani verso il 2000. IV rapporto IARD sulla condizione
giovanile in Italia. Bologna, Il Mulino.
Carbone,
P., Capocaccia et Al. (2000) Prevention of accident risk
in adolescence: a
research model. New Trends in Experimental and Clinical
Psychiatry, 16, 21-29.
Everett
S.A., Giovino, G.A. (1998) Other substance use among
high school students who use tobacco. Journal of
adolescent Health, 23, 289-296.
Gregersen,
N.P. e Berg, H.Y. (1994) Lifestyle and accidents among
young drivers. Accident analysis and prevention, 26,
297-303.
Jack,
M.S. (1989) Personal fable: A potential explanation for
risk-taking behavior in adolescent. Journal of Pediatric
Nursing, 4, 334-338.
Jeammet,
P. (1991) L’adolescence est-elle un risque? In Tursz,
A., Souteyrand, Y., Salmi, R. (a cura di, 1991) Adolescence
et risque. Parigi, INSERM.
Jessor,
R., Jessor, S.L. (1977) Problem behavior anf
psychological development: a longitudinal study of youth. New
York, Academic Press.
Laufer,
M. e Laufer, E. (1986) Adolescenza e breakdown
evolutivo. Torino, Boringhieri.
Tursz,
A. (1989) Le risque accidentel à l’adolescence.
Neuropsichiatrie de l’Enfance et de l’adolescence, 37,
265-273.
|