| Terapia Breve
della Bulimia Nervosa in Psicologia Emotocognitiva |
| il colloquio psicologico per la
cura della bulimia in psicologia emotocognitiva |
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Marco Baranello
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Premessa
La psicologia emotocognitiva, il modello teorico
sistemico-relativista elaborato dal Dott. Marco Baranello e
dal suo gruppo di studio e ricerca con la co-direzione della
Dott.ssa Emanuela Sabatini, analizzando i diversi
metodi di trattamento della bulimia, valutando i
fallimenti di alcune metodologie sia psicologiche che farmacologiche e verificando in letteratura le tecniche
che sono risultate efficaci e coerenti con il nuovo modello
di funzionamento sistemico proposto, è riuscita a realizzare
protocolli clinici di tipo puramente psicologico per la cura
in tempi breve della maggior parte dei sintomi bulimici.
Anche per la bulimia nervosa così come per la maggior parte
dei disturbi trattati presso i nostri centri clinici, si
utilizza lo schema del loop disfunzionale (Baranello, 2006)
ed i concetti di sofferenza primaria e secondaria (Baranello,
2006).
La complessità dei vecchi interventi per il disturbo
dell'alimentazione noto come bulimia nervosa viene ridotto,
attraverso specifiche tecniche cliniche, ad un intervento
per l'evitamento fobico della sofferenza. Il nuovissimo
metodo che abbiamo definito "ABC del trattamento" elaborato
dal centro studi e ricerche in psicologia emotocognitiva sta
producendo sorprendenti risultati per la terapia breve della
bulimia attraverso lo strumento sanitario del colloquio
psicologico senza uso di farmaci.
Terapia Psicologica della Bulimia Nervosa in
Psicologia Emotocognitiva
Come sappiamo la bulimia nervosa è caratterizzata dalla
classica abbuffata, generalmente incontrollata, e da
ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie tra le
quali il più noto è il vomito autoindotto ma esistono anche
altre condotte frequenti come l'uso di lassativi e
diuretici, digiuno, esercizio fisico eccessivo, ecc. (DSM-IV,
1994).
Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi
mentali, la condotta compensatoria è tesa a prevenire
l'aumento di peso. Questo è vero da un punto di vista
fenomenologico.
Quello che in realtà il paziente cerca di prevenire, è, in
psicologia emotocognitiva, la sofferenza che segue
l'abbuffata. Tale sofferenza, definita primaria rispetto
all'abbuffata, varia da soggetto a soggetto e può prendere
la forma di senso di colpa, disagio, ansia, angoscia,
fastidio, paura, ecc. Il tentativo di risoluzione della
sofferenza causa però uno stato di disagio che definiamo
sofferenza secondaria. La sofferenza secondaria è il vero e
proprio problema da risolvere.
Una discriminante importante per valutare se il paziente
tende ad evitare la sofferenza associata alla condotta
incontrollata dell'abbuffata è la valutazione del pattern
bulimico sull'asse piacere-dolore.
Un pattern bulimico sul versante del piacere fa emergere,
quasi invariabilmente, tratti di personalità dello spettro
impulsivo, in particolare il disturbo borderline di
personalità, mentre un
pattern bulimico sul versante del dolore, evidenzia un'organizzazione di personalità del gruppo ansioso
(dipendente, evitante, ossessivo-compulsivo).
In entrambi i casi la terapia dei sintomi bulimici risulta
breve. Nella maggior parte dei casi l'efficacia terapeutica
si evidenzia entro le dieci sedute e risulta ben visibile.
Uno spostamento sull'asse del dolore per cui il paziente
dichiara la sofferenza associata alla condotta di abbuffate
e alla conseguente condotta compensatoria, come ad esempio
il vomito autoindotto, ci permette di trattare il sintomo
bulimico con tecniche per l'evitamento fobico della
sofferenza secondo lo schema ABC del trattamento proposto
dalla psicologia emotocognitiva.
L'abbuffata provoca la sofferenza che, al fine di essere
evitata, crea un tentativo da parte del paziente di ridurre
l'abbuffata cercando di controllare alcune variabili come ad
esempio evitare di riempire frigorifero o dispense oppure
cercando distrazioni, ecc. oppure ridurre successivamente la
sofferenza utilizzando metodi compensatori.
Al fine di evitare la sofferenza la persona cercherà di
sforzarsi di evitare l'abbuffata che, però, risulterà alla
fine inevitabile e, di conseguenza, sarà quindi quasi sempre
inevitabile anche l'uso delle condotte compensatorie e/o di
eliminazione. L'uso di quella che viene comunemente
definita "forza di volontà" è destinato a fallire. Il
paziente percepisce quindi una sensazione di incapacità e di
impotenza ovvero, utilizzando la terminologia proposta dalla
psicologia emotocognitiva, una carenza del proprio senso di
volizione. La frase più comune che un paziente pronuncia è
il classico "è più forte di me". Psicofisiologicamente il
vomito e le altre condotte compensatorie vengono utilizzate
per risolvere lo stato di disagio causato dalla perdita di
tale senso di volizione. Il paziente che non desidera né
abbuffarsi, né vomitate si trova di fronte ad un paradosso
per cui l'organismo provoca autonomamente il sintomo
bulimico mentre lo stesso organismo, razionalmente, cerca di
bloccarlo (teoria del conflitto attuale in psicologia
emotocognitiva).
La forza di volontà ed i tentativi di controllare
la situazione non potranno mai funzionare in quanto,
fisiologicamente, il dovere incrementa stati di tensione che
l'organismo tende a risolvere, secondo il concetto di loop
disfunzionale e del conflitto attuale, proprio attraverso la manifestazione
sintomatologica. Secondo questo schema le sedute con il
paziente vengono
costruite in modo da definire le variabili che provocano la
sofferenza e valutare quali condotte del paziente e del suo
campo di esperienza che stanno mantenendo il problema. Lo
psicologo eviterà di focalizzare l'attenzione su arbitrarie
cause mentre sarà orientato a scardinare ciò che nel qui-e-ora sta provocando, mantenendo e potenzialmente
aggravando la sintomatologie. L'orientamento verso tali
modalità disfunzionali di risoluzione del disagio permette
di scardinare in tempi davvero molti brevi i processi
psicofisiologici che sostengono il sintomo ripristinando
senso di volizione ed un normale processo di funzionamento.
Lo psicologo porrà domande specifiche circa il funzionamento
di determinati comportamenti sia del paziente stesso che del
suo ambiente che sono stati attuati nel tentativo di
risolvere il disturbo ed i sintomi associati. Un errore
molto comune è perseverare in trattamenti e modalità che
però non producono risultati visibili. E' facile che un
paziente che prende farmaci riscontri in realtà un
peggioramento della situazione. Nonostante questo si
continua l'assunzione del farmaco, come se la sospensione
(sempre e necessariamente graduale) possa peggiorare una
situazione che già sta andando verso l'aggravamento.
Lo psicologo dovrà valutare con attenzione tutto quello che
non sta producendo risultati operando un netto viraggio
nelle modalità di gestione della sintomatologia soprattutto
agendo sulle azioni disfunzioali.
Lo spostamento del pattern bulimico sull'asse del piacere
cambia invece la strategia di intervento psicologico. Si
utilizzano le stesse metodologie utilizzate per i pazienti
che vivono la bulimia come qualcosa da risolvere però con
forme di comunicazione diverse. Quando il paziente
percepisce il vomito come piacevole e non sente l'esigenza
di interrompere la condotta, lo psicologo dovrà valutare ciò
che il paziente percepisce come qualcosa da risolvere e ciò
che invece vuole che rimanga inalterato. In questi casi
quello su cui si focalizzerà paradossalmente l'attenzione è
sulla libertà di avere e produrre la propria condotta
bulimica. La strategia utilizzata permette di ripristinare
il senso di volizione che il paziente percepisce soltanto
durante gli atti impulsivi. Nella maggior parte dei casi,
infatti, provare piacere nel pattern bulimico fa emergere
tratti di personalità fortemente impulsivi e la condotta
bulimica è quasi invariabilmente associata ad altri
comportamenti simili (es. spendere eccessivamente, uso di sostanze,
promiscuità sessuale, costante rabbia, alterazioni rapide
dell'umore, dell'immagine di sé e degli altri, ecc.).
Esistono, quindi, due forme principali di bulimia in
relazione alla modalità con la quale la persona percepisce
il pattern bulimico. Le diverse modalità modificheranno
nella forma il trattamento psicologico che, comunque, si
avvale quasi sempre di tecniche di prescrizione sintomatologica.
La prescrizione va eseguita in modo da rimanere coerenti con la
modalità di percezione del paziente rispetto alla
sintomatologia.
Quello che in sintesi si richiede al paziente che
desidera risolvere un sintomo bulimico non è la sua forza di
volontà ma soltanto motivazione. La differenza tra forza di
volontà e motivazione può essere così schematizzata. La
prima si evidenzia nel tentativo della persona di cercare di
controllare la situazione, con un enorme sforzo che, come
sappiamo, non produce risultati, mentre la motivazione al
trattamento è il considerare che esista qualcosa che non si
riesce a risolvere con tutti i tentativi finora messi in atto per
farlo ma si desidera poter tornare liberi di vivere la
propria vita. La motivazione spinge la persona a chiedere l'intervento di uno psicologo esperto mentre la non
motivazione spinge la persona a sforzi disperati.
Lo psicologo deve tenere in considerazione tale variabile.
Capita sovente infatti che molti pazienti, soprattutto
adolescenti, siano costretti dai propri genitori a
rivolgersi ad uno psicologo e, quindi, non presentino
motivazione al trattamento. Sono necessarie pertanto
specifiche strategie di comunicazione che, però, non
dovranno mai essere orientate al convincimento cognitivo del
paziente a risolvere qualcosa che non vuole risolvere.
E' infatti inutile in questi casi informare che l'intervento
psicologico può essere davvero risolutivo e che è il metodo
d'elezione per la risoluzione dei sintomi bulimici. E'
altresì inutile spiegare che il colloquio psicologico è in
grado di scardinare in tempi brevissimi i processi che
sostengono il disturbo.
Va anche ricordato che molti pazienti vengono da altri
tentativi terapeutici falliti con metodi sia psicologici che
farmacologici. Molti pazienti che si rivolgono presso i
nostri centri clinici hanno già intrapreso anni di terapia,
spesso di tipo analitico, ma senza risultati apprezzabili.
In genere accenniamo al paziente che la scienza non è
statica e che si aggiorna costantemente e che oggi i nuovi
metodi psicologici sono orientati alla risoluzione dei
processi di mantenimento del problema anziché ricercare
arbitrarie cause inconsce ma senza focalizzare troppo
l'attenzione su questo. E' invece consigliato utilizzare
tecniche e strategie in grado di dimostrare concretamente al
paziente l'efficacia dell'intervento in tempi brevi.
Una rapida modificazione del processi disfunzionali che
sostengono la sintomatologia permette di verificare la
possibilità dell'organismo di ripristinare il suo normale
funzionamento ed offre la chiara visione al paziente delle
proprie capacità e risorse.
Lo psicologo terrà in considerazione che l'andamento
della terapia psicologica è costituito da alti e bassi ma
sempre con una tendenza generale al miglioramento rispetto
all'inizio delle sedute. Il trattamento è efficace già nelle
prime sedute ed in grado di produrre alcuni cambiamenti
concreti. Si ricorda che gli psicologi ad orientamento di
psicologia emotocognitiva non vanno ad oltranza nel
trattamento quando il paziente non ottiene beneficio dalla
terapia psicologica. Quindi un eventuale peggioramento della
situazione nelle prime sedute (generalmente quattro-cinque)
prevede da parte dello psicologo l'interruzione del
trattamento od una più approfondita indagine del caso.
Il trattamento si compone di diverse posizioni:
1) diagnosi e valutazione del funzionamento globale
2) valutazione delle modalità di evitamento della sofferenza
3) valutazione sull'asse piacere-dolore del pattern bulimico
4) informazione sui processi di mantenimento del problema
5) comunicazione dei tempi massimi di intervento
6) trattamento sintomo-specifico
7) conclusione del trattamento e definizione dei follow-up
Le tecniche base utilizzate sono:
1) uso dello schema ABC del trattamento
2) schema andamento del trattamento
3) processi tecnici di sintonizzazione
5) gestione delle aspettative
6) prescrizioni di azione
7) problem-solving
8) tecniche di mantenimento dei risultati
Oggi lo psicologo dispone di metodologie che stanno
dimostrando un'altissima efficacia nel trattamento della
bulimia nervosa. L'apprendimento di tale tecniche si
configura quindi come una necessità per tutti coloro che si
occupano di disturbi del comportamento alimentare.
Dott.
Marco Baranello
riferimento bibliografico per citare questa fonte:
Baranello, M. (2007)
Terapia breve della bulimia nervosa in psicologia
emotocognitiva
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 22 aprile 2007.
Bibliografia di Riferimento
American Psychiatric Association
(1994) Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi
Mentali, IVa ed. (DSM-IV). Masson, Milano
1996.
Baranello,
M. (2006) I concetti di sofferenza primaria
e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 giugno 2006.

Baranello,
M. (2006) Psicologia emotocognitiva: il loop
disfunzionale. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 10 marzo 2006.

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