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La psicologia emotocognitiva è
un modello sistemico-relativista ovvero focalizza la sua
attenzione su specifici sistemi di riferimento. Un sistema
di riferimento può essere ad esempio un singolo individuo,
così come una coppia, una famiglia, un gruppo, ecc. Di ogni
sistema di riferimento rintracciamo le sue costituenti (o
sottosistemi) e i sistemi più ampi (ambiente) di cui quello
di riferimento è esso stesso un costituente. Questa ottica
viene definita bio-psico-sociale. Dato quindi un sistema di
riferimento questo si troverà in specifici contesti. In
questa sede parleremo nello specifico del singolo individuo
e dei suoi processi di funzionamento. Abbiamo infatti
riscontrato che c'è una tendenza molto comune negli esseri
umani a definire, attraverso regole, specifici contesti in
cui ci si muove. In diversi contesti ci sono quindi diverse
regole e di conseguenza diverse modalità di organizzazione.
Ad esempio lavoro, amicizie, relazioni sentimentali,
famiglia, contesti sportivi, religiosi, ecc. In ogni
ambiente ognuno di noi adotterà specifiche modalità di
comportamento. Questa è una normale e funzionale tendenza
dell'individuo che viene agevolata non soltanto dalla
percezione del contesto ma anche dal strutturazione del
contesto. Quindi contesto ed individuo si regolano
mutualmente.
Dobbiamo ricordare che comunque è sempre lo stesso soggetto
che vive ogni contesto in cui si trova. Sono però i contesti
ad essere separati ma non l'organismo. Quindi c'è un solo
organismo che vive più ambienti. Dal punto di vista
emotocognitivo la capacità di scissione dei contesti è un
prodotto dell'organismo che avviene attraverso la gestione
di specifiche tensioni. I processi attentivi che il soggetto
mette in atto per "ricordare" quali regole definiscono un
contesto (anche se sono processi che diventano automatici)
generano tensioni centrali e periferiche rispetto al sistema
nervoso. Queste tensioni le abbiamo definite
contesto-specifiche e sono per lo più funzionali ovvero
permetto all'organismo di muoversi liberamente in più
contesti.
Questo è ciò che accade anche nel gioco. Infatti per poter
essere liberi di giocare a scacchi i giocatori devono
definire, accettare e muoversi secondo regole comuni.
Comunque essendo l'organismo umano non scindibile realmente
se non attraverso processi attentivi quindi attraverso
incremento di tensioni,quando problemi relativi ai diversi
contesti si integrano possono generare un incremento di
arousal nell'organismo che il soggetto deve risolvere.
Quando la tensione è contesto-specifica e quindi legata a
rappresentazioni conosciute la soluzione di tensioni può
avvenire più facilmente ed è circoscritta, ma quando le
tensioni sono generalizzate ovvero non più legate a
specifiche rappresentazioni allora l'organismo troverà altre
vie per risolverle. La maggior parte delle volte queste
"vie" sono sintomi che, quindi, di per sé, rappresento la
più rapida soluzione di tensioni messa in atto
spontaneamente dall'organismo. Sappiamo che un sintomo non è
un disturbo. Il disturbo nasce nel momento che il soggetto
tenta di risolvere il sintomo stesso che, come abbiamo
detto, è già una soluzione.
In questa sede proveremo a studiare quei fenomeni in cui un
soggetto cerca volontariamente di separare i propri contesti
quando questi, inevitabilmente, potrebbe incrociarsi o
comunque non essere così nettamente separabili. Questa
modalità di gestione della vita è estremamente frequente in
quei soggetti con una forte tendenza al controllo. Un
controllo che avviene su base volontaria e che spesso si
trasforma in una perdita generale dell'effettivo controllo
della propria vita. Sappiamo infatti grazie alle intuizioni
della psicologia emotocognitiva che il controllo avviene
proprio quando non c'è un'attenzione volontaria al controllo
di ogni dettaglio (Sabatini, 2007).
Questa modalità, purtroppo disfunzionale ed in grado di
generare molti disturbi d'ansia e psicosomatici, la
definiamo metaforicamente come una vita a compartimenti
stagni.
La Vita a Compartimenti
Stagni
Per comprendere ciò che poi spiegheremo su base
psicofisiologica iniziamo con un esempio di una situazione
relazionale in cui il soggetto cerca di tenere separata la
propria relazione sentimentale da altri contesti di vita
come la famiglia oppure le amicizie.
Immaginiamo quindi una situazione in cui una persona
intraprenda una relazione affettiva e si trovasse nella
condizione di non voler condividere tale esperienza con
altri non necessariamente per chissà quali problemi ma per
una iniziale banale preoccupazione.
All'inizio della relazione questa è una tendenza normale e
comune per cui le persone tendono a far passare un periodo
di verifica personale del rapporto per poi gradualmente
inserirlo nella sfera delle altre relazioni (famiglia,
amicizia, lavoro,...). Per poter scindere i contesti però
ogni soggetto deve creare specifiche regole (intrinseche)
accettate da entrambi i partner. L'attenzione a non far
entrare in contatto le diverse relazioni genera un
incremento di tensione che viene rafforzato dal proprio
comportamento. Così ad esempio si evita di uscire con amici
e partner insieme oppure si tende ad omettere l'esistenza di
un partner o a mentire su semplici situazioni come una cena
o un'uscita. Questo diminuisce la libertà di azione della
persona ed il suo senso di volizione generando anche
sentimenti a volte di colpa. La ricerca della propria
libertà in realtà conferma la sua assenza dal punto di vista
emotocognitivo. Infatti una persona libera non cerca di
essere libero.
L'incremento di tensione che si genera è il segnale che
l'organismo si dà per "ricordare" emotocognitivamente le
regole del "gioco". Quando la tensione supera un livello di
soglia l'organismo inizia a provare uno stato di disagio che
diviene a sua volta il segnale di qualcosa che non sta
funzionando secondo le proprie aspettative (spesso
disfunzionali).
La tendenza dell'organismo è quindi quella di evitare tale
sofferenza primaria (Baranello, 2006) cercando di
ristabilire un equilibrio, cosa che in genere fallisce
sempre per il concetto psicologico che chi cerca di evitare
la sofferenza lo fa perché soffre. Quindi l'evitamento della
sofferenza in realtà la confermerebbe.
Questa tendenza però è agita su base volontaria e contrasta
con l'inevitabilità, a volte, dell'interazione tra i diversi
contesti che è normalissima. In assenza di condizioni che
possono giustificare tale scissione l'organismo si troverà
presto a gestire o cercare di controllare ciò che non è
controllabile. Una situazione che può essere semplice
diviene quasi inevitabilmente complicata o meglio percepita
come tale.
E' qui che l'organismo si trova a vivere un conflitto
sistemico. Se la persona non è in grado di vivere tale
tensione tenderà probabilmente ad incrementare l'attenzione
per evitare successivamente le stesse situazioni di disagio
(ansia anticipatoria). L'incremento di attenzione avviene
per incremento di tensione nell'organismo.
In questo modo l'organismo in realtà, anziché risolvere il
disagio, genera un aumento dello stesso. Per tornare
all'esempio della relazione affettiva quando i partner
possono casualmente incontrare amici o familiari o quando il
tempo di durata della relazione lo prevede e ciò si pensa
possa causare inevitabilmente disagio allora la tendenza può
essere quella di evitare tale situazione riducendo la
libertà di movimento della coppia ad esempio riducendo i
luoghi di incontro e così via.
In questo modo però la tendenza alla separazione dei contest
non permette di vivere adeguatamente la relazione stessa che
quindi può essere compromessa. Nel caso di relazioni in cui
entrambi i partner accettano tali regole (comuni ad esempio
in molte relazioni extra-coniugali) la situazione può anche
continuare per anni mentre quando c'è un'intenzione alla
relazione da parte dei partner ma uno dei due tende per
paura di soffrire al controllo della situazione e alla
scissione volontaria dei contesti causata dall'ansia
anticipatoria, questo può generare tensioni che tendono a
produrre proprio la sofferenza che la persona cerca di
evitare. Ciò può compromettere la relazione stessa anche se
ci può essere sentimento di fondo ma in senso più ampio
compromette la salute del sistema.
Quello che si genera è uno schema del tipo NOI = SOFFERENZA
-> (quindi) EVITARE NOI.
In realtà non si evita realmente il NOI ma la sofferenza
associata e spesso molte relazioni possono essere
compromesse esclusivamente, ed indipendenemente dall'amore
che si può provare, proprio dalla paura anticipatoria della
sofferenza che definiamo primaria. Una sofferenza che in
realtà potrebbe non esistere ma viene soltanto
anticipatamente prevista.
I comportamenti conseguenti tendono a confermare alla
persona tale percezione fino alla rottura definitiva anzi
l'attenzione della persona sarà orientata a ricercare ciò
che conferma le proprie aspettative disfunzionali secondo i
processi del ragionamento verticale di cui accenneremo
successivamente.
Rimane in realtà una tensione non risolta che può generare
contratture trasformandosi in tensioni a-specifiche che
l'organismo tenderà nel futuro di risolvere attraverso
sintomi anche gravi a base ansiosa come sintomi fobici,
panico, disturbi sessuali, disturbi psicosomatici, disturbi
alimentari, depressione, ecc.
Una vita quindi può essere compromessa sulla base di scelte
fatte per evitare uno stato di disagio autopercepito e
spesso non esistente nella forma in cui la persona se lo
aspetta. E' infatti una forma di ansia anticipatoria come
abbiamo avuto modo di indicare. Quello che si genera è ciò
che già noto agli psicologi come "profezia che si autoavvera".
Da una semplice condizione si può così generare una
patologia anche molto seria.
Quello che succede
all'organismo che si trova in tensione è quello di
scaricarla prima possibile e ripristinare una condizione
armonica. Una situazione in cui si tende a separare
volontariamente situazioni che vanno inevitabilmente ad
intersecarsi porta l'organismo ad avere una base tensiva (arousal)
molto elevata. La soluzione di tale tensione può arrivare
sotto forma di sintomi come rabbia e aggressività
apertamente espresse. Tale reazione non risolve realmente la
tensione ma genera un conflitto sistemico che conduce
all'incremento stesso della tensione. Dato che la tensione
va comunque risolta e che l'organismo utilizza le stesse
modalità ecco che c'è anche un incremento della
sintomatologia. La tendenza all'evitamento è quindi molto
comune ma come abbiamo detto non funzionale.
Questa tendenza a separare
passa come abbiamo detto attraverso specifici comportamenti
volontari come omissioni o bugie (anche apparentemente
innocenti). Quello che si produce è il noto effetto valanga.
Secondo la psicologia emotocognitiva infatti definita una
premessa la maggior parte delle persone tende a mantenerla
ovvero a generare conseguenze rispetto a quella premessa
(effetto coerenza). Questa modalità di ragionamento viene
definita verticale.
-
Premessa: Non voglio che i
miei familiari sappiamo della mia relazione per una
semplice paura iniziale generica non legata alla
relazione
-
Conseguenza: Evito di
parlarne anche quando lo chiedono o pure dico una bugia
-
Conseguenza: Per confermare
la bugia e non essere incoerenti si cercherà di evitare
altre situazioni
-
Conseguenza: Dirò altre
bugie a copertura della prima
-
Conseguenza: Riduco la mia
libertà di azione nel tentativo di separare i contesti
-
Conseguenza: Ciò genera
tensioni che fanno percepire sofferenza
-
Conseguenza: Tale
sofferenza vuole essere evitare
-
Conseguenza: Per evitare la
sofferenza evito la relazione
-
Conseguenza: evito qualcosa
di bello per evitare la paura della sofferenza primaria
(una sofferenza non reale ma anticipatoria).
Quindi una relazione può essere
compromessa anche soltanto da una sofferenza che non è
generata dalla relazione stessa ma dal comportamento di
evitamento di un'ansia anticipatoria che ha portato alla
separazione dei contesti. Una situazione del genere non si
risolve realmente ma lascia una inevitabile conseguenza che,
come abbiamo detto, può generare anche gravi forme
psicopatologiche.
Ogni evitamento di sofferenza genera una sofferenza
successiva (secondaria) maggiore di quella che la persona si
aspetta. Di questo la persona però non è realmente cosciente
perché altrimenti non eviterebbe.
Questa divisione non influenza
soltanto la relazione dell'esempio ma anche tutti gli altri
contesti di vita del soggetto che quindi fallisce nel
tentativo di controllo. Ciò influenza lo stato di salute
generale. Lo stesso esempio può essere fatto per qualsiasi
altra attività.
Sono noti purtroppo alla
cronaca situazioni in cui un figlio evita di dire ai propri
genitori di non frequentare più l'università quando i
familiari hanno un'aspettativa diversa. Si può arrivare al
giorno della "laurea" e scoprire che tutto ciò che si sapeva
era falso. Purtroppo molti suicidi scaturiscono dalla paura
della sofferenza anticipatoria legata ad una semplice
verità. La paura è che ciò possa generare qualcosa di grave
ma che in realtà è sempre molto meno grave delle conseguenze
create dalla paura di affrontare la realtà.
Alla nostra attenzione clinica
ma anche nella vita quotidiana queste tendenze sono
frequenti ed una ricerca di libertà ed autonomia diviene la
propria camicia di forza che non lascia liberi. Ricordiamo
che ognuno di noi non è fatto realmente a compartimenti
stagni e la ricerca di una situazione di vita di questo tipo
altro non può generare che gravi forme di disagio.
L'intervento psicologico,
secondo l'approccio della psicologia emotocognitiva, tende a
rompere il loop disfunzionale (Baranello, 2006) generato
dalla tendenza al controllo volontario cercando di
ripristinare il senso di volizione nell'individuo. Si lavora
non tanto sul passato della persona ma sui processi
ridondanti e circolari che sostengono tali fenomeni e che
sono alla base del potenziale aggravamento della situazione.
Questo tipo di modalità però diviene rapidamente automatico
e la persona si trova spesso in uno stato di ansia
generalizzata da cui non riesce ad uscire e di cui non
conosce l'origine.
Dal punto di vista
psicofisiologico il tentativo di separazione della propria
vita in compartimenti stagni avviene grazie ad incremento di
tensione. L'aumento di tensione non genera immediatamente
sofferenza ma mette l'organismo in allerta, in uno stato di
attenzione che però non raggiunge livelli di soglia tali da
far accedere alla coscienza la situazione. Maggiori sono le
tensioni specifiche maggiore sarà anche la tensione
generalizzata a-specifica dell'organismo (per via di
integrazione).
La tensione a-specifica non è più legata ad un oggetto od un
contesto quindi l'organismo non ha mezzi razionali per
risolverla.
Lo stato di allerta generalizzato è la base da cui
l'organismo parte e la differenza tra lo stato basilare il
livello di soglia diminuisce. Ecco che nelle situazioni in
cui si avvicina la sensazione che i contesti stiano per
intersecarsi avviene l'incremento della tensione che,
raggiungendo livelli di soglia critici, crea uno stato di
disagio percepito che rafforza l'allerta.
La tensione a-specifica è in
realtà generata del tentativo di controllo su ogni singola
situazione. Come abbiamo già detto mentre i contesti sono
teoricamente separabili (ma non praticamente), l'organismo è
uno solo ed integrato e non può essere diviso in più
organismi.
Di fatto il tentativo di controllo fallisce inevitabilmente.
Lo psicologo ad indirizzo di
psicologia emotocognitiva dovrà tenere presente tale
teorizzazione in sede clinica in quanto spiega molte delle
situazioni di ansia generalizzata che spesso i pazienti si
trovano a vivere.
L'obiettivo dello psicologo ad indirizzo di psicologia
emotocognitiva è interrompere la sequenza disfunzionale
fornendo strategie per ripristinare un normale funzionamento
sistemico. Vanno quindi valutati con attenzione i processi
di organizzazione sistemica fino a ridurre il trattamento
psicologico ad un trattamento per l'evitamento fobico della
sofferenza. Per raggiungere tale obiettivo durante il trattamento
vanno distinti i contenuti simbolici della vita di una
persona dai processi psicofisiologici che sostengono il
problema o la sintomatologia. Mentre i vecchi metodi
lavorano ancora sui contenuti simbolici oggi la psicologia
emotocognitiva agisce sui
processi ripristinando in tempi molto brevi la normale
funzionalità dell'organismo al fine di ridurre i rischi che
una tendenza al controllo può causare in termini di salute.
Dott.ssa
Carlotta Quagliarini
Dott.
Marco Baranello
riferimento bibliografico per citare questa fonte:
Quagliarini, C., Baranello, M. (2007)
Psicologia emotocognitiva nello studio delle relazioni
interpersonali.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 luglio 2007.
Bibliografia di Riferimento
Baranello,
M. (2006) I concetti di sofferenza primaria
e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 giugno 2006.

Baranello,
M. (2006) Psicologia emotocognitiva: il loop
disfunzionale. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 10 marzo 2006.

Sabatini,
E. (2007) Terapia psicologica del disturbo
ossessivo-compulsivo (DOC). Approccio della
psicologia emotocognitiva alla cura del DOC.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 05 giugno 2007.

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