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Premessa
Il disturbo di dismorfismo
corporeo è un disturbo somatoforme per il quale la persona
focalizza la propria attenzione su un supposto difetto
fisico, reale o immaginario, che tende a divenire il
pensiero dominante nella vita della persona fino a
condizionare inevitabilmente le proprie funzioni sociali,
lavorative, relazionali, ecc.
La psicologia emotocognitiva ha
già spiegato come i processi attentivi dell'organismo
incrementino gli stati di tensione centrali e periferici
rispetto al sistema nervoso ovvero l'organismo può prestare
attenzione esclusivamente incrementando i propri stati
tensivi.
Ad un certo punto della vita
della persona, indipendentemente dal "motivo", l'organismo
si è trovato a focalizzare la propria attenzione su uno
pseudo difetto fisico. Questo ha generato un incremento di
tensione difetto-specifico. L'incremento di tensione
raggiungendo livelli di soglia critici genera nell'organismo
uno stato di sofferenza. L'organismo a questo punto cerca di
risolvere il proprio stato di disagio tentando di
decrementare i livelli di tensione. Però l'attenzione sulla
tensione tende, per gli stessi processi psicofisiologici che
hanno generato i processi tensivi originariamente, ad
incrementare proprio la tensione che la persona cerca
volontariamente di risolvere. Essendo la tensione
sintomo-specifica il soggetto cerca di risolvere il proprio
difetto o comunque di controllarlo evidenziando la base
ansioso-ossessiva legata al disturbo. Questo significa che
il soggetto cerca volontariamente di agire sulle proprie
rappresentazioni (concetto di oggetto in psicologia
emotocognitiva) visto che non può controllare direttamente
lo stato di disagio causato dall'attenzione sul "difetto".
Quello su cui la psicologia
emotocognitiva focalizza la propria attenzione è sul
tentativo che la persona mette in atto nel cercare di
ridurre i livelli di ansia generati dalla focalizzazione
dell'attenzione sul presupposto difetto fisico.
La tensione prodotta genera la sofferenza che la persona
tende a ridurre attraverso i comportamenti sopra indicati. I
propri comportamenti così come le comunicazioni ed i
comportamenti di chi sta intorno al soggetto con disturbo di
dismorfismo, però, tendono a ridurre i livelli di sofferenza
soltanto temporaneamente e per periodi davvero molto
limitati (pochi giorni, poche ore o addirittura poche decine
di minuti).
Di fatto le azioni che tendono
a ridurre l'inevitabile sofferenza associata ai sintomi
generano un incremento di tensione che genera a sua volta
l'incremento della sofferenza che, la psicologia
emotocognitiva, ha definito primaria (Baranello, 2006).
Al fine di controllare la
situazione di ansia o angoscia prodotta dal problema
esistono comportamenti molto comuni come ad esempio:
-
guardarsi costantemente allo specchio oppure evitare
tutti gli specchi e le superfici riflettenti (come
vetrine). Spesso i soggetti coprono gli specchi oppure
non ne possiedono;
-
usare lenti di ingrandimento per verificare la presenza
del difetti
-
camuffare il difetto
-
ricercare continue rassicurazioni
-
evitare situazioni potenzialmente imbarazzanti
-
ricorrere a chirurgia estetica
-
ricorrere a modificazioni estetiche transitorie (trucco)
-
eccessiva pulizia
-
eccessivo esercizio fisico
-
cambiamenti di abito frequenti
-
ecc.
Il controllo è soltanto però un
tentativo della persona che di fatto fallisce in quanto il
soggetto non risolve il proprio stato di sofferenza ma lo
attenua soltanto in modo transitorio. In psicologia
emotocognitiva tutte le azioni che non funzionano nel
raggiungimento dello scopo terapeutico sono in realtà azioni
patogenetiche o di mantenimento della stessa sintomatologia.
Questo avviene sempre per incremento di tensione.
Quello in cui la persona si
trova viene definito dalla psicologia emotocognitiva come
loop disfunzionale (Baranello, 2006) ovvero un circolo
vizioso che la persona vive fatto di tentativi costanti di
ridurre stati di ansia e sofferenza che però falliscono.
Nascono così sentimenti di impotenza, incapacità e sono
frequenti sintomi depressivi reattivi secondari.
Lo psicologo lavora proprio sui
processi di mantenimento della sintomatologia scardinando,
in genere in tempi brevi, ciò che sostiene e potrebbe
aggravare il disturbo.
Sinteticamente lo schema
utilizzato dagli psicologi ad indirizzo di psicologia
emotocognitiva è il seguente:
Percezione del
Difetto --> Sofferenza Primaria --> Controllo del Difetto
Il controllo del difetto
avviene per tentare di ridurre la sofferenza primaria
associata alla percezione del difetto. La sofferenza
primaria (ansia, angoscia,...) è però inevitabile e non
controllabile direttamente. Di fatto il controllo del
difetto, generando tensione, incrementa la percezione del
difetto e quindi produce lo stato di angoscia. La sofferenza
che la persona vive nel tentativo di controllare l'ansia è
definita "secondaria" (Baranello, 2006), ovvero è generata
dal tentativo della persona di ridurre la sofferenza
primaria inevitabile.
Lo psicologo ad indirizzo di
psicologia emotocognitiva non focalizza l'attenzione né
sulla percezione del difetto né sul controllo dello stesso
ma sul tentativo dell'organismo di evitare la sofferenza
primaria. Di fatto il trattamento viene ridotto ad un
intervento clinico per la terapia dell'evitamento fobico
della sofferenza.
Diagnosi Fenomenologica del Disturbo di Dismorfismo Corporeo
Il disturbo di dismorfismo
corporeo secondo la classificazione internazionale proposta
dal DSM-IV-TR (APA, 2000) è classificato all'interno della
più ampia categoria dei disturbi somatoformi. Noto
popolarmente come dismorfofobia il disturbo, dal punto di
vista fenomenologico, si presenta all'evidenza del clinico
come caratterizzato dai seguenti criteri diagnostici:
-
Preoccupazione per un supposto difetto nell'aspetto
fisico. Se presente una piccola anomalia, l'importanza
che la persona le dà è di gran lunga eccessiva.
-
La preoccupazione causa disagio clinicamente
significativo oppure menomazione nel funzionamento
sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
-
La preoccupazione non risulta meglio attribuibile ad un
altro disturbo mentale (l'insoddisfazione riguardante la
forma e le misure corporee nell'anoressia nervosa).
Si ricorda al clinico che tutti
i criteri A,B e C devono essere contemporaneamente presenti.
Qualora si evidenziasse una preoccupazione per un difetto
fisico soltanto supposto ma senza disagio clinicamente
significativo o senza alcun deficit a livello sociale o
relazione allora la diagnosi non può essere presa in
considerazione.
Il criterio C è un criterio di
esclusione su cui il clinico deve prestare attenzione
durante la valutazione diagnostico-differenziale.
L'attenzione della persona con
disturbo di dismorfismo corporeo è focalizzata molto speso
su difetti lievi o, a volte, immaginari che possono
riguardare diversi distretti corporei come la faccia, la
testa, i capelli, acne, rughe, cicatrici, asimmetrie o
sproporzioni del viso, oppure eccessiva peluria, ecc. così
come manifestazioni vascolari quali pallore e rossore,
sudorazione (DSM-IV-TR).
Altre parti del corpo
comunemente interessate possono riguardare forme e
misure come la grandezza del pene, grandezza e forma del
seno, forma della vulva, pancia, fianchi, ecc.
Il ricorso alla chirurgia
estetica è inoltre molto frequente. Un bravo chirurgo
dovrebbe consigliare in assenza di un evidente difetto un
esame di valutazione da parte di uno psicologo. Un disturbo
di dismorfismo è ad esempio abbastanza evidente in quei
soggetti che ricorrono costantemente alla chirurgia per ogni
nuovo "difetto" percepito. Così capita che un soggetto che
focalizza la sua attenzione sulle proprie labbra, una volta
subito un intervento di chirurgia correttiva, inizi a
focalizzare la propria attenzione su un'altra parte del
corpo e così via.
Essendo il disturbo un problema
che, in psicologia emotocognitiva, definiamo a base ansiosa
sono frequenti anche tratti ossessivi di personalità, così
come tratti evitanti e dipendenti. Ciò è evidente anche dai
pensieri di natura ossessiva relativi al proprio difetto.
Sono infatti pazienti che tendono a passare diverse ore ogni
giorno a pensare ai propri difetti. Spesso tali pensieri
tendono ad essere intrusivi e dominanti nella propria vita.
Inoltre il clinico dovrà ricordare che difficilmente il
paziente, a causa soprattutto dell'imbarazzo, descrive
dettagliatamente il proprio pseudo-difetto e tende a parlare
in modo più generalizzato della propria condizione.
Ricordiamo allo psicologo
clinico che tratta pazienti con disturbo di dismorfismo
corporeo che per scopi diagnostico-diffenziali vanno tenuti
in considerazione soprattutto i seguenti disturbi:
-
disturbi
dell'alimentazione;
-
disturbo dell'identità di
genere (quando la preoccupazione del soggetto riguarda
disagio e senso di estraneità rispetto ai propri
caratteri genitali primari e secondari);
-
episodio depressivo
maggiore (quando le rimuginazioni appaiono soltanto
durante l'episodio). Si ricorda inoltre che episodi
depressivi possono essere reattivi-secondari rispetto al
dismorfismo;
-
disturbi di personalità del
gruppo C (cluster ansioso) come disturbo evitante,
dipendente ed ossessivo-compulsivo
-
fobia sociale
-
disturbo
ossessivo-compulsivo (ansia). Il DOC può essere
attribuito quando le ossessioni non sono limitate
all'aspetto fisico. Va comunque ricordato che tratti
ossessivi possono essere alla base del disturbo di
dismorfismo.
-
quando l'intensità del
disturbo raggiunge livelli deliranti è possibile una
diagnosi aggiuntiva di disturbo delirante, tipo somatico
(DSM-IV-TR).
Lo psicologo ad indirizzo di
psicologia emotocognitiva associa ad una valutazione
diagnostica di tipo fenomenologico la valutazione dei
processi di organizzazione sistemica ovvero una valutazione
delle modalità di funzionamento dell'organismo all'interno
del proprio contesto.
La valutazione del
funzionamento del soggetto è direttamente legata alla
terapia psicologica. Infatti non è sufficiente
l'attribuzione di una diagnosi per il trattamento.
In questo la psicologia emotocognitiva si differenzia
notevolmente dai metodi medico-psichiatrici per i quali ad
un'attribuzione diagnostica corrisponde l'uso di speciali
classi farmaceutiche.
In psicologia non è previsto
l'uso di psicofarmaci che, stando alla nostra casistica
clinica, tenderebbero a peggiorare o mantenere la situazione
patologica anziché risolverla. Di fatto nella migliore delle
ipotesi gli psicofarmaci possono risultare metodi di cura
puramente palliativi. Nella maggior parte dei casi gli
effetti collaterali sono maggiori degli effetti
"terapeutici". Capita sovente che l'azione del farmaco
risulti patogenetica.
Lo psicologo ad indirizzo di
psicologia emotocognitiva interviene sui processi
psicofisiologici di organizzazione e mantenimento della
sintomatologia proponendo specifiche strategie per lo
sblocco del loop disfunzionale (Baranello, 2006) in cui il
soggetto si trova, come vedremo nella parte dedicata al
trattamento.
Terapia Psicologica in
Psicologia Emotocognitiva
Come abbiamo già avuto modo di
indicare, la psicologia emotocognitiva tende a ridurre
l'intervento clinico sul disturbo di dismorfismo corporeo ad
un trattamento per l'evitamento fobico della sofferenza
primaria. Questo avviene per ogni disturbo clinico ed è una
delle principali innovazioni teoriche e tecniche prodotte
dal modello.
Lo psicologo, quindi, per poter intervenire deve valutare
con estrema attenzione tutti i processi organizzativi
disturbo-specifici ovvero come il paziente ed il proprio
ambiente si sono organizzati in funzione del disturbo.
Lo psicologo potrà così, attraverso le tecniche del
colloquio psicologico, arrivare ad una definizione sintetica
del problema in termini di evitamento fobico e quindi
intervenire attivando i processi terapeutici.
Tale attività viene svolta nelle primissime sedute dove va
verificata l'effettiva possibilità terapeutica che,
ricordiamo, deve essere visibile sia al clinico che al
paziente.
Sappiamo che spesso il paziente tende a non parlare del
problema. Nei casi però in cui un paziente coinvolga, nel
suo tentativo di essere rassicurato, anche la propria
famiglia allora lo psicologo valuterà anche i processi di
comunicazione e comportamento dei familiari del soggetto.
Infatti capita sovente che gli atteggiamenti siano di tipo
rassicuratorio con tendenza a minimizzare il difetto
cercando ad esempio di spiegare, far capire o
tranquillizzare direttamente.
Questi atteggiamenti però contrastano con quello che viene
automaticamente e spontaneamente espresso dal paziente che,
ricordiamo, non simula il proprio stato di disagio. Quindi
se il paziente dichiara di vedersi distorto allo specchio
questa percezione è reale per il soggetto e nessun
atteggiamento rassicuratorio può risolvere il problema anzi,
spesso, genera una maggiore frustrazione e sensazione di
incomprensione ed impotenza. Di fatto incrementa gli stati
di tensione in grado di generare la sintomatologia.
Lo psicologo interviene
scardinando tale situazione lavorando sui processi
bio-psico-sociali che sono alla base del mantenimento del
disturbo attraverso specifiche tecniche del colloquio
utilizzate in psicologia emotocognitiva.
A differenza dei vecchi metodi
psicologici di tipo analitico non c'è una focalizzazione al
passato della persona né un'attenzione a cercare di
comprendere pseudo cause inconsce. Tutta l'attenzione dello
psicologo ad indirizzo di psicologia emotocognitiva è
focalizzata sul qui-e-ora ovvero su ciò che oggi mantiene il
problema e su ciò che nel futuro potrebbe aggravarlo.
Sappiamo che i processi che hanno generato il problema sono
reversibili e lo psicologo agisce proprio su questa
possibilità di reversibilità automatica dell'organismo.
La terapia psicologica secondo
l'approccio della psicologia emotocognitiva inoltre si
differenzia anche dai classici approcci cognitivi e
comportamentali in quanto prescinde dall'azione schematica
di controllo del soggetto e si differenzia dagli interventi
strategici in quanto non utilizza metodi ipnotici,
suggestioni o inganni terapeutici.
Il trattamento psicologico
attraverso le metodologie prodotte dalla psicologia
emotocognitiva è generalmente breve e con un'alta
aspettativa di efficacia. Occorre comunque ricordare allo
psicologo che è abbastanza alto il rischio di drop-out da
parte del paziente. Molti pazienti infatti non sono motivati
al trattamento e spesso vengono in terapia soltanto su
richiesta esterna.
In questi casi lo psicologo potrà intervenire anche in modo
indiretto ovvero lavorando esclusivamente su almeno un
familiare significativo che viva in contatto con il soggetto
con diagnosi di dismorfismo.
Scardinando i processi
ridondanti che sostengono la sintomatologia si attiva un
cambiamento rapido che permette al paziente di ripristinare
anche un normale senso di volizione, ovvero di percepire la
propria capacità di essere soggetto attivo nella propria
vita. Questo incrementa l'efficacia del trattamento in tempi
brevi.
Essendo il trattamento
riducibile alla terapia per l'evitamento fobico della
sofferenza associata ai sintomi del disturbo di dismorfismo,
verranno utilizzati strumenti clinici come lo schema ABC
(strumento proprio della psicologia emotocognitiva) e
tecniche di prescrizione sintomatologica.
Possiamo oggi affermare che la
maggior parte dei sintomi del disturbo possono essere
risolti in tempi brevi agendo con due forme principali di
intervento. Da una parte l'intervento diretto sul paziente
quando c'è motivazione al trattamento e dall'altra nuove
tecniche di terapia indiretta agendo su almeno un familiare
significativo.
Nella terapia indiretta lo psicologo fornisce alla famiglia
specifiche strategie di comunicazione e comportamento che
andranno a scardinare i processi psico-sociali che sono alla
base del mantenimento della sintomatologia. Il trattamento
indiretto ha una frequenza in genere minore ma i tempi del
trattamento possono essere lievemente più lunghi anche se,
in termini di sedute, il trattamento complessivo sarà molto
breve.
La presenza comunque di gravi
disturbi di personalità o di sintomi psicotici potrebbe
peggiorare la progonosi e rendere l'intervento più lungo e
complesso. Nella maggior parte dei casi, comunque, il
trattamento risulta di media-breve durata.
Dott.ssa
Laura Comerci
Dott.
Marco Baranello
riferimento bibliografico per citare questa fonte:
Comerci, L., Baranello, M. (2007)
Terapia in psicologia emotocognitiva del dismorfismo
corporeo
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 6 agosto 2007.
Bibliografia di Riferimento
APA (2000) Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali, IV edizione text revision (DSM-IV).
Masson, Milano 2001.
Baranello,
M. (2006) I concetti di sofferenza primaria
e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 26 giugno 2006.

Baranello,
M. (2006) Psicologia emotocognitiva: il loop
disfunzionale. SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 10 marzo 2006.

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