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Marco Baranello
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| Trauma sociale,
trauma relazionale e microtrauma |
| per una differenziazione
eziologica e patogenetica tra il disturbo
post-traumatico da stress (PTSD) ed il disturbo
borderline di personalità (BPD) |
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Abstract.
The
author sustains, there’s the possibility to separate the
concept of trauma in two different categories, social trauma
and relational trauma and also introduces the concept of
microtrauma. He makes an etiopathogenetic
distinction between the post-traumatic stress disorder (PTSD)
and the
borderline personality disorder (BPD) basing himself on the
previous trauma’s
concept differences. The author associates a social trauma
story to the PTSD and a
precocious and constant relational microtrauma
experience to the BPD, considered in the relational
trauma category.Referring to this disorder, in
general he deals with a power abuse undergone during
the childhood by significant figures.
Keywords.
Power abuse, sexual abuse, verbal and emotional abuse,
criticism, neglect, carelessness, indifference, disdain,
exaction, deterrence, Self, self-object, etiology,
pathogenesis, borderline personality disorder (BPD),
borderline pathology, post-traumatic stress disorder (PTSD),
trauma, social trauma, relational trauma, microtrauma,
dissociative disorders.
Per
poter adeguatamente differenziare il trauma (all’interno
di un contesto psicologico) in altre categorie occorre
ovviamente definirlo.
Secondo la quarta edizione del manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, 1994)
«un fattore traumatico… implica l’esperienza personale
diretta di un evento che causa o può comportare morte o
lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica; o la
presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o altre
minacce all’integrità fisica di un’altra persona; o il
venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di
grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un
altro membro della famiglia o da altra persona con cui è in
stretta relazione».
Appare chiaro che per il DSM-IV è
traumatico ciò che è violento, “oggettivo” ed
eclatante e che il trauma è tale in virtù delle
conseguenze che questi eventi o situazioni producono.
Molte ipotesi suggeriscono inoltre che
l’esposizione a situazioni "traumatiche" (per
noi sarebbe auspicabile definirle "potenzialmente
traumatogene") siano alla base di diversi disturbi tra
cui spiccano il “disturbo post-traumatico da stress” (PTSD),
il “disturbo borderline di personalità” (BPD) e la
categoria dei disturbi dissociativi.
Abbiamo analizzato le situazioni
cosiddette traumatiche associate ai due primi disturbi
accorgendoci di alcune differenze sostanziali che
suggeriscono anche il motivo di una differenziazione
nell'eziopatogenesi delle psicopatologie.
Dalla nostra analisi emergono dati
interessanti circa tale distinzione eziologia.
Primo, il "trauma" (la
conseguenza di eventi traumatogeni) legato allo sviluppo di
un PTSD è, nella maggior parte dei casi, avvenuto in
un’età maggiore rispetto agli eventi a cui è stato
sottoposto chi ha poi sviluppato un disturbo borderline.
Secondo, nel trauma associato al
disturbo post-traumatico, l’evento (o gli eventi) era
condiviso o potenzialmente condivisibile come una guerra (ci
sono molti studi sui veterani del Vietnam), una calamità
naturale ed altro. Nel borderline invece gli eventi
traumatici sembrano strettamente custoditi e relegati
all’interno di una relazione. Qui introduciamo un concetto
chiave. Nel BPD il trauma è, secondo noi, un trauma
relazionale cioè che coinvolge una o poche relazioni
interpersonale, nella stragrande maggioranza dei casi con un
familiare (in senso allargato).
Non intendiamo creare falsi legami
causa-effetto tra specifiche classi o tipologie di eventi
che potenzialmente possono produrre un trauma e la patologia
che ne potrebbe conseguire (che in fondo rappresenterebbero
il trauma stesso).
Per entrambi i disturbi l’eziologia
è sicuramente più complessa e legata a fattori multipli.
Non di poca importanza, tra ciò che
è possibile osservare, è il fattore cambiamento in
funzione del contesto. Nel caso di una guerra si è
costretti a modificare abitudini, modelli
cognitivo-emozionali, atteggiamenti, cioè tutta una gamma
di configurazioni al fine di potersi adattare alla nuova
situazione.
Un disturbo può emergere quando si è
di nuovo costretti a modificare tutto quello che già a
fatica si è dovuti “riconfigurare”, stavolta in
relazione alla cessata calamità.
Ipotizziamo che gli individui che poi
svilupperanno un disturbo post-traumatico, probabilmente non
hanno la possibilità di sperimentare in modo maturo
(consideriamo la gravità degli eventi) diversi «livelli di
realtà» (Modell, 1990) come separati, seppur in relazione
tra loro, e si trovano a confonderli.
Questa non è una trattazione
specifica sull’eziologia del PTSD ma volgiamo presentare
degli elementi che, se colti, possono aiutare il clinico a
considerare più fattori nella genesi di tale disturbo e a
differenziarlo dal BPD o da altri disturbi a presunta
eziologia traumatica.
Nei casi dell'organizzazione
borderline di personalità il trauma sembra legato a
complessi pattern di comportamento non funzionali. Cercherò
di spiegare meglio il concetto.
Molte teorie basate su casi clinici
affermano che la patogenesi di questo disturbo sia
fortemente legata a situazioni traumatiche come un abuso
sessuale e/o fisico (Zanarini, 1996), abbandono (Zweig-Frank,
H., Paris, J. 1991) e gravi abusi emozionali.
Finché si tratta di considerare
condizioni eclatanti ed oggettive, la maggior parte dei
teorici sembra concorde.
Cosa dire di tutti quei casi in cui
invece, nonostante una chiare diagnosi di BPD, il fattore
traumatogeno “oggettivo” non emerge?
Occorre, secondo noi, introdurre e
definire ora il concetto di microtrauma.
Con
microtrauma definiamo eventi o situazioni soggettivamente
dolorosi che, se isolati e nella maggior parte dei casi, non
producono effetti significativamente negativi sul processo
di sviluppo della personalità. I microtraumi non sono
traumi, ma può essere traumatica la costanza con cui essi
si ripetono.
Ad esempio un rimprovero, che spesso
ha una forte valenza educativa, può essere considerato, di
per sé un microtrauma, per il fatto che produce
un’esperienza soggettiva temporanea dolorosa. Traumatogena
può essere invece l’esperienza costante di tale evento
soprattutto se non motivato e inserito in un quadro
relazionale non funzionale.
Kohut
sostiene che «questi eventi [brutalmente traumatici]
lasciano l’impronta in un numero minore di gravi disturbi
del Sé, rispetto all’atmosfera cronica dominante, creata
da atteggiamenti profondamente radicati negli oggetti-Sé»
(Kohut, 1978).
Riteniamo, in accordo con quanto
espresso da Heinz Kohut che un evento potenzialmente traumatogeno
eclatante, per quanto drammatico possa rivelarsi,
all’interno di alcuni contesti, potrebbe non produrre
effetti così negativi.
Per un momento analizziamo cosa
potrebbe accadere all’interno di una relazione in cui è
avvenuto un abuso sessuale e forse si riuscirà a capire
cosa potrebbe produrre il vero danno.
Se un genitore, un insegnante o un
parente, abusa di un bambino cercherà di fare in modo che
questi non divulghi la notizia per ragioni di ovvia
inaccettabilità sociale, per le conseguenze penali, ecc.
Quindi utilizzerà tecniche come il ricatto,
l’intimidazione, minacce, ecc. Più in generale troviamo
un quadro di abuso di potere. Secondo noi l'abuso di
potere è uno dei più importanti aspetti eziopatogenetici
di patologie considerate a presunta eziologia traumatica.
In alcuni casi potrebbe essere più
traumatico ciò che consegue anche un singolo evento abusivo
che l’atto in sé anche se è necessario considerare la
frequente simultaneità dei vari fattori.
In una recente puntata di un noto
“talk show” televisivo, una donna di vent’otto anni
portava una storia di abuso sessuale subito da parte del
nonno materno durante l’infanzia. Emblematico è il fatto
che, nonostante l’attenzione del pubblico e del conduttore
fosse indirizzata all’evento abusivo, la donna disse
esplicitamente che oggi, diventata mamma, aveva capito che i
genitori non "l’abbandonavano ogni volta a casa del
nonno, ma che erano costretti a farlo per motivi di lavoro".
Emerge in tutta la sua drammaticità
un vissuto soggettivo di abbandono ed una incapacità da
parte dei genitori di stare attenti alle comunicazioni non
verbali della figlia.
Presumibilmente il nonno avrà usato
dei comportamenti altrettanto abusivi per non far emergere
l’accaduto (verbalmente) ma c’è stato un ulteriore
grave fallimento della relazione genitori-bambino. In questo
caso è impossibile scindere tra l’abuso e gli altri
eventi relazionali potenzialmente traumatogeni perché
compresenti. Non sappiamo neanche se l’uno e l’altro
indipendentemente porterebbero alle stesse conseguenze. Ciò
che invece sappiamo è quello che la donna racconta e ciò
su cui punta l’attenzione (il fallimento dei genitori). La
donna affermava inoltre di continuare a vedere il nonno e
che l’aveva perdonato.
È possibile, ma non possiamo esserne
certi, che in un sistema familiare che non funziona, il
nonno sia stato invece vissuto come l’unico che offriva
attenzione alla bambina (anche se in modo abusivo).
Questo è un solo esempio che serve ad
indirizzare il nostro pensiero verso altre cause più
“nascoste” e costanti rispetto al singolo evento.
Ovviamente esistono casi di abusi ripetuti, ma il pattern
relazionale, il tipo di attaccamento, ecc., risultano
disfunzionali.
Sarebbe pertanto più indicato parlare
in generale di abuso di potere perché se, facciamo
attenzione, è possibile notare che atteggiamenti quali il
criticismo, la svalutazione, la negligenza, il ricatto, l’indimitazione,
l’uso di nomignoli offensivi, ecc., altro non sono che
modalità per controllare l’altro attraverso un processo
che Melanine Klein (1946) ha chiamato «identificazione
proiettiva» e che ritroviamo quale meccanismo utilizzato
dai pazienti psicotici e borderline (Rosenfeld, H. 1987).
Un eccessivo criticismo, abusi
verbali, l’indifferenza ecc. sono eventi, di per sé
microtraumatici, ma che potenzialmente, se cronoci, possono
portare a conseguenze negative spesso inaspettate come
appunto una patologia grave come il disturbo borderline di
personalità.
Crediamo quindi possibile connotare
come evento traumatogeno la costanza della ripetizione di
tali modalità di comunicazione e atteggiamenti
disfunzionali che chiameremo "ambiente relazionale
disfunzionale cronico".
Sarebbe possibile pensare che
particolari stili di attaccamento (Bowlby, 1969) si
evidenzino attraverso questi comportamenti. Vogliamo
comunque sottolineare che l’effetto (comportamento) e la
causa (stile di attaccamento) sono in realtà interconnessi
da un sistema di retroazione per cui sono gli atteggiamenti
stessi che stabiliscono un certo stile di attaccamento che,
a sua volta, influenza il comportamento e viceversa.
Tornando alla distinzione tra eventi
traumatogeni implicati nella comprensione eziologica di PTDS
(disturbo post-traumatico da stress) e di BPD ci troviamo ad
operare una differenziazione concettuale.
Distinguiamo un trauma sociale,
nel senso di situazioni che coinvolgono un gruppo ampio che
può essere una comunità di riferimento od un’intera
popolazione, o che sia potenzialmente condivisibile, da un trauma
relazionale nel caso di eventi o situazioni
soggettivamente dolorosi che coinvolgano una o poche
relazioni interpersonali.
È ovvio che situazioni potenzialmente
traumatogene di tipo sociale e relazionale possano
coesistere. Un trauma sociale che disturbi ad esempio un
precario equilibrio familiare può produrre a sua volta un
trauma relazionale (secondario in ordine di tempo). A quel
punto si rintracciano entrambi ma la differenziazione si può
ancora mantenere.
Dato
che questo breve articolo vuole essere soltanto
un’introduzione ad un lavoro più ampio che stiamo
attualmente affrontando e che con molta probabilità verrà
pubblicato su questa rivista, crediamo sia possibile
interrompere qui la trattazione e ringraziare i lettori per
l’attenzione.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2000)
Trauma sociale, trauma relazionale e microtrauma.
Per una differenziazione eziopatogenetica tra PTSD e BPD.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 15 gennaio 2000.
Riferimenti
Bibliografici
A.P.A. (1994) Manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 4a
ed. (DSM-IV).
Masson,
Milano 1996.
Bowlby,
J. (1969) Attachment and loss, 1: Attachment,
Basic Books, NY. Tr. it. L’attaccamento alla madre.
Boringhieri,
Torino 1972.
Klein, M. (1946) Note
su alcuni meccanismi schizoidi. Tr.
it. in.: Scritti 1921-1958. Boringhieri, Torino
1978.
Kohut, H. (1978) La
ricerca del Sé. Bollati Boringhieri editore, Torino 1990.
Modell, A.H. (1990) Per
una teoria del trattamento psicoanalitico. Raffaello
Cortina editore, Milano
1994.
Rosenfeld, H. (1987) Comunicazione
e interpretazione. Bollati Boringhieri editore, Torino
1989.
Zanarini,
M.C. (1996) Role of sexual abuse in the etiology of
borderline personality disorder. American Psychiatric Press,
Washington DC 1997.
Zweig-Frank,
H., Paris, J. (1991) Parents’ emotional neglect and
overprotection according to the recollections of patients with
borderline personality disorder. American Journal of
Psychiatry, 127, pp. 867-871.
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