Sulla scienza e la libertà di scelta


L’essere umano, allo stato evolutivo attuale (adottando una visione evoluzionistica), codifica la realtà basandosi sulla propria capacità di “osservazione”. Capacità che potrebbe pertanto non coincidere con una verità assoluta ma sempre relativa all’osservatore, anche qualora l’osservatore si avvalesse di strumenti in grado di trasformare il “non percepibile” in “rappresentazioni” quindi in “oggetti” sui quali può, più o meno, intervenire. Il cannocchiale, il microscopio, la matematica, la scienza, l’arte, e così via, sono tutti strumenti, conoscitivi e/o tecnologici, che hanno permesso all’essere umano di vedere oltre il “biologicamente” osservabile, sono tutti strumenti estensori delle capacità percettive umane, sono quindi strumenti in grado di trasformare “l’invisibile” in “visibile” rispetto alle capacità umane di osservazione e ragionamento.
L’essere umano quindi “osserva” e, in base ai propri strumenti, definisce dei sistemi di riferimento. Abbiamo più volte avuto modo di spiegare ai nostri allievi di teoria emotocognitiva che questa tendenza alla “discriminazione” è una naturale funzione umana ma anche che l’essere umano, conscio di tali processi, può arginare i rischi derivanti da un eccesso di “frammentazione” culturale.

Il nostro obiettivo di scienziati è quello di utilizzare il più basso grado di astrazione possibile, ovviamente nei limiti dello stato delle nostre attuali conoscenze e capacità. Ridurre l’astrazione non significa eliminarla in quanto ogni pensiero umano è di fatto un’astrazione. Significa tuttavia cercare di mantenere il livello di astrazione funzionale allo scambio d’informazione, quindi concreto e pragmatico. Questa è una necessità quando si opera in ambito scientifico mentre in ambiti più “umanistico-culturali” potrebbe apparire riduttivo. Pertanto invitiamo a inquadrare questo testo nella cornice dell’ambito di una lettura scientifica.

Sapendo, ad esempio, che un limite umano è quello di non potersi rendere immediatamente conto di una rivoluzione rispetto alle proprie conoscenze, soprattutto quando si cerca di leggere un’innovazione teorica alla luce del già noto, dovrebbe essere norma di diritto quella della libertà di studiosi e ricercatori, ovvero di tutti, di poter proporre innovazione, renderla accessibile attraverso insegnamento e discussione e poterne verificare i risultati attraverso applicazione. Sappiamo che lo stesso metodo scientifico, che parte da un principio sostanzialmente determinista, oggi applicato da buona parte della cosiddetta “comunità scientifica”, è una teoria e che come tale può essere soggetto a confutazione. Non possiamo quindi discriminare a priori ciò che riteniamo oggi scientifico da ciò che non lo sia.

La libertà di scegliere da parte di tutti, nessun essere umano escluso, è il primo passo per arginare i rischi derivanti da una potenziale oligarchia o dittatura scientifico-filosofica. Credo fermamente che la scienza potrebbe salvare tutti coloro che l’ignoranza altrimenti condannerebbe. Per questo è necessario rispettare il principio dell’autodeterminazione e della libertà di scelta di qualsiasi essere umano. Il rispetto del dissenso e il rispetto del pensiero altrui si manifesta non nell’accordo o accettazione di ciò che viene proposto, ma nella tutela dell’esercizio della libertà di pensiero, di applicazione e d’insegnamento.

Nessun essere umano, né come singolo, né come comunità, può essere realmente in posizione dominante rispetto a un suo simile. L’essere umano può organizzarsi in società nelle quali siano eletti rappresentanti per questioni relativamente funzionali alla gestione di “oggetti” comuni tuttavia spesso le regole imposte da un piccolo gruppo di persone alle quale è stato attribuito un certo potere potrebbe allontanarle da una posizione di rappresentanza popolare e renderle così parte di un sistema oligarchico non realmente democratico. In questo caso solo la trasparenza massima derivata dalla costante accessibilità all’informazione, senza segreti di Stato, permetterebbe a tutti gli esseri umani che si organizzano in “società” di esercitare un controllo continuo e diretto sui propri rappresentanti.

Oggi sorridiamo rispetto a quando gli esseri umani, forse, credevano che la terra fosse piatta o che il sole girasse intorno alla terra, pensiamo che si tratti di altre epoche così remote che errate convinzioni non potrebbero più essere così diffuse! Beh, fino a poco tempo fa l’amianto sembrava innocuo, il DDT assolutamente non nocivo, soltanto per esemplificare. Di questo la responsabilità spesso è proprio della “scienza di Stato” quella che molti ritengono la “scienza ufficiale” o “scienza accademica”. Quando si entra nel “business” fin troppo spesso la tutela della salute e della libertà di scelta viene meno. Potremmo portare infiniti esempi dell’uso strumentale della “scienza” in funzione del potere istituzionale o commerciale e di come l’organizzazione politica sfrutti una certa ignoranza popolare su determinati ambiti.

Proviamo oggi a pensare come potrebbe essere la nostra società tra ben millecinquecento anni. Nel bene o nel male, la maggior parte di noi penserebbe comunque a un incremento delle nostre conoscenze dove molte delle odierne convinzioni potrebbero essere spazzate via da una sempre più raffinata verità. Ora pensiamo di porre la domanda agli esseri umani di duemila anni fa, più o meno ai tempi del profeta Gesù. Forse avrebbero pensato che nessuno avrebbe più crocifisso qualcuno per questioni ideologiche. Invece circa 1600 anni più tardi, sono proprio i “figli” di Cristo, o meglio, per non offendere nessuno, gli usurpatori del titolo di “cristiano” avrebbero bruciato al rogo Giordano Bruno nella pubblica piazza (1600 d.c.) ed esiliato, nonché censurato e costretto ad abiurare Galileo Galilei (1633 d.c.), per citare soltanto i nomi più noti al grande pubblico.
Da Galileo Galilei a oggi abbiamo visto la scissione tra “scienza” e “religione”, un “cartello” tra i più imponenti. Il mondo diviso tra scienza e scienziati, da una parte, e religione e religiosi dall’altra. Un scissione tra la “materia” e ciò che trascende la “materia”! Tutto si è sviluppato con il tacito consenso dell’intera comunità.

Oggi, circa cinquecento anni dopo Galileo (molto meno dei millecinquecento del nostro esempio), sono proprio i “figli” di Galileo, quelli che si definiscono “scienziati” ma che spesso sono gli usurpatori di tale titolo che, quando acquisiscono una posizione dominante, censurano, radiano, “uccidono” chi dissente dalle loro convinzioni come se un’ideologia dominante fungesse da pietra di paragone assolutista che rende falso tutto ciò che da essa diverge! In pratica cambiano i nomi al potere ma la formula dell’inquisizione sembra oggi passata dalle mani della Chiesa alle mani delle accademie.

Questo dovrebbe farci riflettere e portare le società umane a impedire per norma che chiunque, in posizione dominante, possa esercitare diritti di scelta su base teorica e ideologica al fine di garantire a tutti, “loro” compresi, la possibilità di pensare, creare, intuire, professare la propria arte e la propria scienza. La vera forma di tutela deve essere la trasparenza dell’informazione che va garantita e resa accessibile a ogni livello, l’informazione di chi sostiene una cosa alla pari dell’informazione di chi sostiene altro (entrambi sostenitori di qualcosa, entrambi dissidenti l’uno rispetto all’altro). Molto spesso il termine “dissidente” viene utilizzato mediaticamente per indicare chi “critica” un’imposizione da parte di un governo o comunque di un’istituzione che detiene un certo potere in un determinato momento. Tuttavia il dissenso rispetto a posizioni momentaneamente dominanti è ciò che ha determinato la maggior parte delle scoperte più innovative e ci ha avvicinato a quelle verità che altri avrebbero voluto censurare.

Attraverso un sistema di completa trasparenza ognuno potrà essere libero di valutare e scegliere con la propria capacità, con la propria naturale intelligenza. Chiunque decidesse per un’altra persona o un gruppo imponendo la propria ideologia metterebbe in dubbio la personale capacità di intendere e di volere di ognuno di noi, la nostra intelligenza, influenzerebbe il libero arbitrio, la nostra autodeterminazione, la nostra libertà di scelta. Il rischio di ingerenza da parte di istituzioni, ordini e accademie, nelle autonomia scientifiche e professionali è davvero troppo alto. Spesso l’istituzione utilizza il “braccio armato” della magistratura la quale, in assenza di conoscenze in una determinata materia, si potrebbe avvalere proprio di alcuni “accademici interessati” come consulenti tecnici, di fatto cortocircuitando il sistema e impedendo di uscire da un “loop”.

Pensiamo quale rischio si correrebbe se qualcuno impedisse la libertà di scelta di un essere umano. Per comprendere utilizzeremo un semplice esempio, la questione delle “sigarette”, l’imponente business del tabacco. Ricerche scientifiche sembrerebbero dimostrare che il “Fumo Nuoce Gravemente alla Salute” (malattie cardio-vascolari, tumori, malformazioni, ecc.) ma i Governi continuano a garantirne la vendita, tutelando se stessi, i produttori e lasciano liberi i consumatori di scegliere, semplicemente indicando a caratteri cubitali, sul pacchetto di sigarette, la dicitura “Nuoce Gravemente alla Salute”. Allo stesso tempo, al fine di garantire la libertà dei non fumatori di non fumare, l’esercizio della libertà di fumare ha limite nella garanzia dell’esercizio della libertà di non fumare, quindi di qui il divieto di fumo nei luoghi pubblici o in luoghi dove è a rischio la libertà del non fumatore.
Mentre, è bizzarro e alquanto paradossale, che una terapia medica per il cancro come la terapia “Di Bella” (Prof. Luigi Di Bella), nonostante molte ricerche dimostrino la sua capacità di rallentare, se non eliminare il processo neoplastico in alcuni casi specifici, nonostante molte persone ne avessero apprezzato e dichiarato i benefici, sia stata bandita nonché politicamente e mediaticamente censurata. Secondo la mia personale opinione, qualora le ricerche dell’istituto superiore di sanità non avessero confermato i dati, utilizzando i protocolli esattamente come erano stati indicati dal Prof. Di Bella, comunque i legislatori non avrebbero dovuto impedirne l’esercizio ma semplicemente informare, esattamente come con le sigarette, lasciando liberi gli altri scienziati che invece la sostenevano d’informare a loro volta.
Perché questa differenza? La risposta più banale è probabilmente legata al concetto di “business” ma ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero. Di fatto un gruppo di “scienziati in posizione dominante“, consulenti tecnici istituzionali, ha condannato un altro gruppo di scienziati, tutti membri di fatto della “comunità scientifica”. Il legislatore ha quindi accolto soltanto la posizione degli scienziati in posizione dominante, i sostenitori della scienza accademica, la scienza di Stato. In pratica tutti coloro che hanno trovato beneficio nella terapia Di Bella sono stati conseguentemente considerati non in grado di valutare, con la propria intelligenza, ciò che essi stessi hanno potuto verificare. Questo atteggiamento non sembra quindi soltanto offensivo per gli scienziati che hanno portato dimostrazione scientifica all’uso della terapia del nostro esempio, sulla quale in questa sede non stiamo discutendo circa la reale efficacia o meno, ma soprattutto è offensivo per tutti coloro che, nella loro autonomia nella scelta della cura, avevano potuto concretamente apprezzarne i benefici. Va precisato che la scienza dovrebbe essere apolitica e aconfenssionale, invece troppo spesso diviene “politicizzata”. Alla “scienza di fatto” quindi agli “scienziati di fatto” non importa l’appartenenza politica o ideologica, importa la ricerca della verità.
Ci chiediamo ora, quali sono per la scienza di “Stato” i benefici del tabacco da fumo? Da quello che troviamo scritto per obbligo di legge sul pacchetto di sigarette, sembrerebbe proprio nessuno, anzi, è ben evidenziata la pericolosità! Quindi, in uno stesso Stato, va bene la vendita di ciò che nuoce gravemente alla salute, ma non va bene l’applicazione della terapia Di Bella che, comunque, molti ricercatore nonché testimoni diretti ne confermano i benefici. Questo è soltanto un esempio, ovviamente.

La scienza deve quindi poter essere libera al 100% così come tutti possiamo partecipare allo sviluppo dello scibile. Nessuno può essere aprioristicamente escluso perché non sappiamo dove può nascere il “genio”, perché non sappiamo cosa sia realmente “giusto”, perché non sappiamo se ciò che conosciamo sia davvero la verità assoluta e se le conoscenze più diffuse siano davvero quelle più funzionali; l’unica cosa che sappiamo è che una certa idea potrebbe essere solo più diffusa di altre, ma i motivi di una specifica diffusione non sempre sono legati alla sua “qualità” ma a variabili che potrebbero far capo a ben altri interessi.

Se in una giornata di sole una persona alzasse gli occhi al cielo vedrebbe il sole muoversi. Un movimento apparente, relativo al punto di osservazione. Ma i suoi occhi, se non fosse stato informato del fatto che in un’altra realtà, relativamente al sistema solare, il Sole è centrale e i pianeti come la Terra sono orbitanti rispetto al Sole, avrebbero fornito una “verità” parziale, funzionale al calcolo del tempo e delle stagioni ma sempre una conoscenza parziale, quindi sempre relativa. Siamo a volte così convinti di alcuni dati basati sull’oggettività e l’obiettività delle nostre osservazioni sensoriali, conoscitive e strumentali che non ammettiamo che tali conoscenze, che reputiamo “oggettive”, siano confutabili. Ma l’essere umano non vede realmente con gli occhi, vede con il cervello e per vedere la verità con questo prezioso strumento occorre tenerlo sempre aperto!

Lo scienziato non può, dal mio punto di vista, parlare di verità assoluta ma sempre di conoscenza relativa o di “verosimiglianza” rispetto all’oggetto di studio. Infatti è l’osservatore stesso che discrimina tra loro gli oggetti e i fenomeni per poi cercare leggi che ne regolino le funzioni. L’essere umano quale osservatore della propria realtà definisce dei confini rispetto all’uniformità del tutto basandosi sulle proprie capacità (o limiti) di discriminazione. Abbiamo codificato “la scienza” come un insieme di conoscenze e acquisizioni tali da permettere all’essere umano di prevedere fenomeni e comportamenti, renderli ripetibili, creare tecnologia e, più in generale, migliorare o semplificare la vita umana. Le scienze “deterministe” sono basate sui concetti di causa ed effetto quindi basate sul concetto di tempo lineare e di memoria che sono funzionali al limite/capacità umana di discriminazione ma che, come tali, sono parziali come tutte le osservazioni. Maggiore è la complessità dei fenomeni minore la capacità delle scienze deterministe di trovare regole univoche. L’essere umano, come centrale rispetto alle proprie osservazioni e creazioni (e la scienza è una creazione umana), può soltanto trovare legami probabilistici relativi al proprio “ristretto” campo di osservazione.

Oggi le teorie emotocognitive stanno cercando di superare i concetti deterministi di causa-effetto sostenendo che, nel qui-e-ora, causa ed effetto coincidano ovvero che causa ed effetto siano simultanei. In termini assoluti non sarebbe quindi corretto parlare di causa ed effetto come entità scisse. I principi deterministi che legano cause ed effetti sono, per le teorie emotocognitive, relativi all’osservatore quindi funzionali solo temporalmente e solo limitatamente a specifiche osservazioni. Il punto di osservazione sistemico-relativista della teoria emotocognitiva integra sia i concetti di determinismo che quelli di costruttivismo in un unico processo.

Per tornare al nostro discorso sulla scienza e la libertà di scelta dobbiamo quindi iniziare ad essere più umili e iniziare a considerare ogni conoscenza sempre una conoscenza relativa ai costrutti umani. Ad esempio, relativamente alle capacità di osservazione umana, biologica-conoscitiva-strumentale, oggi molti sono convinti che la velocità della luce sia sostanzialmente insuperabile. La maggior parte della nostra vita è condizionata dalla “luce”, i nostri calcoli, il tempo, lo spazio. Però esistono fenomeni che non riusciamo completamente a spiegare. Questi ovviamente continuano a essere esempi di come sia a volte necessario scardinare le premesse per porci in modo aperto verso ogni forma di conoscenza.

Occorre essere inoltre molto cauti perché spesso i calcoli, le tecniche e le tecnologie derivanti da una teoria potrebbero non dimostrare l’esattezza di una teoria in senso generale ma semplicemente adeguarsi a quella teoria. Così gli scienziati portano esempi, metafore, dimostrazioni statistiche o matematiche per giustificare le proprie acquisizioni. Ma ogni teoria potrebbe sempre essere soggetta a confutazione, anche la più solida in un certo momento storico, anche la più “temporalmente” funzionale alla vita quotidiana.

Le scienze, soprattutto quelle umane, si sono spesso avvalse della statistica per dimostrare la propria efficacia o la propria validità teorica. Ma siamo sicuri che la statistica sia una scienza esatta? La statistica, ad esempio, potrebbe essere utilizzata per confermare una teoria errata. Ad esempio, se penso a una regione del mondo e vedo che c’è il numero più elevato di centenari, potrei tentare di isolare delle variabili come “clima”, “genetica”, “psicologia”, “territorio”, “cibo”, “elettromagnetismo”, “radioattività”, ecc. ovvero fattori che come “osservatore” ritengo possano influenzare la durata della vita. Mettere in relazione due o più variabili può portare anche ad ottenere ottimi risultati ma c’è sempre una “teoria” di base che determina la scelta delle variabili da includere e quindi delle relazioni da cercare. Vale a dire che alla fine di tutto c’è sempre un essere umano al centro di tale scelta, il suo intuito, le sue capacità e, quindi, anche i suoi limiti.

Immaginiamo che nei paesi in cui si consumi più papaya ci sia una minore incidenza percentuale di casi di Parkinsonismo. La relazione potrebbe addirittura portare a un mercato della papaya per curare il parkinson o per prevenirlo. Però la relazione potrebbe anche essere dovuta al fatto che in quei paesi non si consumino alcuni cibi (sempre partendo dalla teoria che il cibo possa essere un fattore legato allo sviluppo del parkinson) o ancora potrei pensare che la durata della vita media sia più bassa o ancora che in quelle regioni si sia sviluppato un ceppo genetico specifico, oppure che il tipo di organizzazione sociale sia diversa, e così via all’infinito. Insomma non è difficile immaginare come la statistica possa essere utilizzata solo per giustificare alcune scelte, a volte per giustificare alcuni mercati. Questo non significa condannare la statistica ma renderci conto dei suoi limiti.

Allo stesso modo con il quale si può utilizzare la statistica si utilizza il concetto di “comunità scientifica”. Insomma, chi fa parte della comunità scientifica? La sentiamo continuamente chiamata in causa quando dobbiamo esaltare o condannare qualcuno. “Questo è stato approvato dalla comunità scientifica internazionale!”, “questo non è stato approvato!”, e così via. Parliamoci chiaro e semplicemente, la comunità scientifica non esiste di per sé, è come dire “la società”! Cosa significa? La comunità scientifica è semplicemente l’insieme di tutti gli scienziati, nessuno escluso così come la “comunità europea” è l’insieme di tutti gli Stati quindi di tutti cittadini europei e delle loro interazioni e funzioni. Nella cosiddetta “comunità scientifica”, almeno quella di fatto, non vige la discriminazione basata su sesso, etnia, ideologia, né su titolo o posizione. La comunità scientifica di fatto è quindi composta da tutti coloro che aderiscono a un sistema comune di definizione di “scienza” e adottano le regole della “scienza” che, in sintesi, sono molto semplici. Attualmente la “scienza” cerca di mettere in relazioni fenomeni, trovare leggi che regolano il funzionamento del sistema relativo (sistema di riferimento) che si sta studiando e siano in grado di prevederne il comportamento, renderlo ove possibile sintetizzabile, realizzare tecniche e tecnologie in grado di intervenire su quel fenomeno con il più alto grado possibile di precisione rispetto alle aspettative di funzionamento.

Ovviamente può esserci una visione diversa di scienza basata ad esempio sulle prove di efficacia della tecnologia derivata oppure una scienza del “caso”. Di fatto possiamo affermare che, sempre relativamente allo stato attuale delle conoscenze, la scienza è per forza di cose relativa e probabilistica. Finché non ci sarà una vera e propria teoria del tutto che possa rispondere al 100% (e non meno) ai quesiti posti ovvero rendere prevedibile e riproducibile al 100% esatto ogni fenomeno, dobbiamo essere più umili e non impedire alla scienza la sua libertà di azione. La scienza è relativa al suo creatore, l’essere umano.

Crediamo che a livello “etico” possa valere la regola generale che la libertà di ognuno trovi limite soltanto nel diritto all’esercizio della libertà di un altro, in un sistema mutualmente regolato e nel rispetto e nella tutela dell’ambiente di vita comune. Quando sentiamo un medico affermare “occorre aspettare e vedere se supera la notte” oppure “ci vuole tempo, occorre vedere come reagisce il corpo”, altro non sta affermando che “non conosce” al 100% il funzionamento dell’oggetto d’intervento e della scienza che applica, ovvero che la scienza che propone è dotata di un elevato grado di incertezza. Questo non impedisce al medico, informando adeguatamente il paziente su tutti i “costi” (rischi e benefici), di utilizzare le conoscenze acquisite, dotate di incertezza, quindi di applicarle. Allo stesso modo non si dovrebbe obbligare alcuna persona a una specifica cura o alla somministrazione di un qualsiasi farmaco. In genere il medico, o più in generale l’istituzione che stabilisce un protocollo di cura, si prende la responsabilità della somministrazione della cura, mentre la responsabilità dei suoi effetti collaterali, quella se la prende sempre il paziente firmando e accettando il trattamento.

In campo oncologico, un campo “politicamente” delicato, ad esempio, quanti parlano di “vittime della chemioterapia?” ovvero di coloro che sono morti per gli effetti collaterali degli interventi chemioterapici? Quando una persona muore per gli effetti della chemioterapia si riduce il tutto alla locuzione “è morto di cancro” facendo così passare il messaggio che sia il cancro difficile da risolvere e non che la chemioterapia non abbia funzionato. Mentre chi utilizza metodi “alternativi” rinunciando alle “terapie accademiche” qualora dovesse morire, per la comunicazione mediatica sarebbe “morto per le cure alternative” anziché di cancro! Dovremmo semplicemente permettere a tutti, davvero a tutti, la libertà di scegliere.

L’informazione è una forma di tutela ma l’informazione non può essere filtrata, condizionata da gruppi in posizione dominante con potere decisionale o, come spesso avviene, omettere notizie. La scienza ha necessità davvero di essere svincolata da ogni legame politico-economico se vuole essere scienza di fatto, vera scienza. Chi da una posizione dominante parla di “comunità scientifica” escludendo da essa alcuni scienziati in realtà non è un vero scienziato ma, più probabilmente, un usurpatore di tale “titolo”. Gli scienziati veri non censurano, non condannano. Gli scienziati veri rimangono aperti, ammettono e cercano il cambiamento, e sostengono sempre i lori colleghi anche se non accettano alcune posizioni, anche se contrastano e dissentono rispetto ad altri. Lo scienziato, in particolare l’innovatore, è normale che difenda i propri costrutti con forza e spesso il dibattito scientifico è molto aspro e acceso, ma mai tenterà di censurare il collega che la pensa diversamente ma si metterà sempre in confronto sul piano scientifico.

Quando uno scienziato critica la posizione teorica di un altro è perché l’ha studiata, l’ha ascoltata e ha cercato di capirla. Chi alla domanda “di cosa parla la teoria che sta criticando” la risposta fosse “non lo so” allora è impossibile che ci troviamo di fronte a uno scienziato ma più probabilmente siamo di fronte a un censore ignorante in quanto critica ammettendo di non conoscere. Scopo di ogni scienziato è sempre la ricerca di una più raffinata comprensione della realtà. Lo scienziato è sempre un curioso e mai un censore, non impone la sua ideologia anche se la difende con forza in un processo di libero pensiero e libero scambio.

Proviamo ora a pensare agli ordini professionali così “cari” agli italiani, in realtà il 60% degli italiani ne vorrebbe l’abolizione! Visto che gli ordini professionali sono composti da professionisti interni alla disciplina regolamentata è abbastanza ovvio l’elevato rischio di ingerenza nelle autonomie scientifiche e professionali quindi il rischio che un piccolo gruppo (spesso sono una manciata di persone) in posizione dominante, teoricamente orientato, possa prevalere e quindi detenere un potere istituzionale e decisionale.

Secondo me, per superare tale rischio, gli ordini professionali che regolano le professioni scientifiche dovrebbero essere “scientificamente laici” ovvero non promuovere uno specifico modello teorico come azione dell’ordine, ovvero esimersi dal proporre iniziative scientifiche da posizione dominante e limitarsi ad amministrare l’organizzazione ordinistica e fungere da connessione tra i professionisti iscritti e le altre istituzioni. Sarebbe auspicabile, comunque, la chiusura degli ordini professionali quindi una riforma nel nostro paese, l’Italia, al fine di favorire il pluralismo scientifico attraverso le associazioni scientifico-professionali che tutelino l’utenza e i propri iscritti rispetto a uno specifico settore dell’arte e della scienza che si professa.

Auspico l’emergere di sempre più associazioni, ad esempio, orientate secondo specifici modelli dichiarati nella propria disciplina. Al limite un “ordine” potrebbe fungere esclusivamente da raccordo tra le diverse associazioni garantendo il pluralismo e condannando la monopolizzazione politico-economica quindi tutelando sia le maggioranze che le minoranze in ambito scientifico ma con poteri amministrativi limitati e composti da tutti i rappresentanti di ogni associazione libera presente sul territorio. È soltanto un modo per ridurre i rischi. Ogni dominanza, così come ogni estinzione, dovrebbe infatti essere “naturale” basata sulle capacità effettive che possono essere valutate esclusivamente da ogni persona che deve rimanere libera di scegliere.

Finché ci sarà una sola persona che la pensa diversamente tale diversità va tutelata. Il pensiero unico è un danno per tutta l’umanità. Nessuna scienza può essere istituzionalizzata. Non dovrebbe mai esistere una “scienza di Stato”, perché la scienza libera ripudia ogni forma di dittatura.

Che un piccolo gruppo organizzato al quale viene offerto un potere decisionale e sanzionatorio possa abusare della propria posizione dominante potrebbe essere un rischio troppo alto per essere corso. Perché potrebbe allontanare, dal nostro presente, nuove opportunità di tutela, comprese nuove possibilità di cura. Immaginiamo una cura per tutti già disponibile ma che un gruppo al potere vuole impedire che sia applicata per non intaccare il proprio business. La nuova cura verrebbe screditata, chi la applica minacciato, censurato. Per questo è anche indispensabile depotenziare gli ordini oppure fare in modo che ogni azione disciplinare di un ordine non sia mai esecutiva soprattutto quando il professionista di un’arte e di una scienza sia obbligato dalla Norma all’iscrizione a un ordine per poter esercitare la professione. Inoltre dovrebbe essere sempre garantita la possibilità di essere accolti in altri ordini, in caso di sanzioni, in modo da evitare il rischio di abuso del potere di rappresentanza o di posizione dominante di un certo collegio.

Torniamo ancora alla nostra “comunità scientifica”. Abbiamo quindi detto che non è identificata con una specifica entità, con uno specifico nome, non è un’associazione, non ha referenti univoci, non c’è un contatto al quale riferirsi e soprattutto non è certo composta dai soli accademici, tutt’altro. Molte delle innovazioni delle quali tutti usufruiamo nascono al di fuori delle accademie, dai liberi pensatori. Tutti gli “scienziati” e le loro interazioni sono già parte costituente la comunità scientifica.

I grandi nomi della storia hanno dimostrato come le rivoluzioni scientifiche partano sempre da persone che iniziano a mettere in relazione cose che gli altri avevano trascurato, ovvero che guardano con nuovi “occhi” i fenomeni già sotto gli occhi di tutti oppure riescono a organizzare in modo più funzionale e proficuo le conoscenze già acquisite.
La scienza è una scoperta incessante fatta tanto di entusiasmi quanto di delusioni. Gli scienziati, i teorici, non sono inventori, ma sono più assimilabili a “scopritori”. I grandi “rivoluzionari” scientifici hanno sempre comunicato le loro scoperte perché sicuri che l’intelligenza umana avrebbe accolto l’innovazione con favore o, comunque, avrebbe accolto l’innovatore con dignità, visto sia il lavoro svolto sia il potenziale miglioramento nella comprensione delle cose e quindi il potenziale miglioramento della vita di tutti. Sappiamo tristemente che non sempre è così, tutt’altro. Lo scienziato vero è in sostanza un ingenuo non sporcato dai giochi di potere politico-economici.

Dopo tanti “Galileo” ancora oggi sembra esistere l’ombra di quella che chiamo la “moderna inquisizione”. Come l’inquisizione romana accusava Galilei o Bruno di eresia e mascherava il suo potere oscurantista sotto il concetto di tutela oggi potrebbe avvenire la stessa cosa. Pseudo-scienziati in posizione dominante che, sotto la falsa maschera di tutela, condannano chiunque dissenta dalle proprie convinzioni cercando di operare una censura dell’innovazione per mantenere il proprio status politico-economico intatto.

La formula dell’inquisizione è davvero semplice tanto quanto terrificante ed è sostanzialmente questa “dato che sui testi a nostra disposizione c’è scritta l’unica verità, chi dissente rispetto a questo dichiara il falso e quindi va condannato“.
Spesso ci lasciamo ingannare dai contenuti diversi ma quando la formula è questa non importa di cosa si stia parlando, è palesemente un atto di abuso della propria dominanza da parte di chi sa di avere il potere di decidere della vita altrui. Se proprio dovessimo condannare qualcosa, dovremmo condannare chi abusa usando questa formula.

Tra le posizioni più aberranti ci sono quelle che condannano gli innovatori perché “non accademici” o perché il loro nome non è ancora noto o perché non hanno pubblicato sulla rivista accreditata dal “potere”, come se fosse il nome dello scienziato a definire cosa sia scientifico, come se fosse la notorietà di una rivista a stabilire cosa sia scienza da cosa non lo sia. Gli scienziati veri sono coloro che di volta in volta leggono il contenuto, lo valutano con la propria intelligenza e di certo non si lasciano ingannare dal nome o dalla notorietà di uno scienziato. E’ sempre il contenuto che va considerato dal punto di vista scientifico, mai il contenitore. Pensate se uno scienziato ascoltasse solo le parole di chi ha un nome già noto, sarebbe come l’ubriaco che cerca, sotto la luce di un lampione, la chiave che ha perso, anche se l’ha perduta in un altro posto, ma buio. E’ proprio dove non c’è ancora “luce”, nel non conosciuto, che si spingono i veri scienziati, i liberi pensatori perché lì è il luogo dell’innovazione.

Gli scienziati, i liberi pensatori, hanno offerto contributi importanti per tutta l’umanità che oggi sarebbe potuta essere diversa, più avanti anche di migliaia di anni, se piccoli gruppi che tutelano il proprio potere politico-economico, non avessero impedito la diffusione della conoscenza, non l’avessero filtrata, non l’avessero relegata a pochi eletti, non avessero bruciato libri. La conoscenza, l’educazione, l’informazione è l’unica vera forma di cura della persona, l’unica vera forma di tutela della quale dobbiamo riappropriarci perché, lo ripeterò ancora una volta con forza, la scienza può salvare tutti coloro che l’ignoranza condanna!

a cura di
Dott. Marco Baranello

come citare questa fonte bibliografica:

Baranello, M. (2010)
Sulla scienze a la libertà di scelta.
Psyreview, www.psyreview.org/?p=731. Roma, 5 novembre 2010.

Riferimenti Bibliografici

Baranello, M. (2006a) Psicologia emotocognitiva: il loop disfunzionale. www.psyreview.org. Roma, 10 marzo 2006.

Baranello, M. (2006b) I concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. www.psyreview.org. Roma, 26 giugno 2006.

Redazione Psyreview
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dal 1999 aperiodico online di psicologia scientifica a cura dell'associazione SRM Psicologia. Articoli di scienze psicologiche, psicologia clinica, psicologia di comunità, psicologia emotocognitiva, psicologia dell'età evolutiva, dello sviluppo, della famiglia e della salute, psicofisiologia, sessuologia clinica, educazione scientifica, disturbi mentali, psicopatologia generale e della personalità

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