|
Marco Baranello
|
| Fattori
Eziologici del Disturbo Borderline di Personalità |
| trauma e borderline - memoria e
borderline - disturbo borderline e attaccamento |
|
Parte 3.
Trauma ed eziopatogenesi del disturbo borderline di
personalità
Tra i vari
fattori eziologici ipoteticamente associati allo sviluppo
del disturbo borderline di personalità, il trauma infantile
sembrerebbe il più significativo (Perry e Herman, 1993) e
nello specifico i casi di incesto sembrerebbero più alti in
pazienti con disturbo borderline e antisociale rispetto ad
altri disturbi della personalità (Stone, M.H, 1990).
In un altro articolo (Baranello, 2001b), abbiamo cercato di
descrive il concetto di trauma arrivando alla conclusione
che, per migliorarne l’uso dai punti di vista teorico e
clinico, sarebbe opportuno differenziare ciò che
attualmente viene considerato trauma, in sottocategorie.
È stata avanzata l’ipotesi di distinguere tra due
tipologie qualitative di eventi traumatici da affiancare a
quelle di tipo quantitativo già presenti come il trauma di
tipo I e II (Terr, 1994) e il concetto di “trauma
cumulativo” (Khan, 1963). La nostra proposta è di
distinguere tra “trauma sociale” e “trauma
relazionale”. Abbiamo invece introdotto il termine microtrauma
per segnalare quelle situazioni in grado di produrre più
che una “ferita”, un “graffietto” ovvero eventi di
per sé non traumatici che però producono un’esperienza
soggettiva temporanea di dolore (rimproveri, sgridate,
cattive sintonizzazioni, ecc.) e il cui accumularsi
(componente quantitativa) sarebbe in grado di
produrre un trauma (trauma cumulativo nel senso di Khan).
Nonostante eventi traumatici in senso ampio possano essere
rintracciati in quasi ogni tipo di “disturbo mentale”,
il nostro obiettivo è stabilire se esista o meno un nesso
(anche se non lineare) tra alcune tipologie traumatiche ed
il disturbo borderline di personalità.
Gli strumenti a nostra disposizione sono in grado di
rilevare, anche in modo piuttosto approssimativo, la storia
passata di un soggetto che abbia avuto una diagnosi di
disturbo borderline di personalità e confrontarla con
quelle di altri gruppi. Sarebbe comunque rischioso inferire
una regola generale.
Nonostante numerosi studi associno una storia di abusi
fisici e/o sessuali nei pazienti con disturbo borderline (Gowe,
J.R. et al, 1998, Paris et Al., 1994, Atlas, J.A., 1995,
Herman, J.L. et al, 1989), è piuttosto evidente che non
tutte la persone che subiscono violenze svilupperanno un
disturbo borderline di personalità, e che non tutti gli
individui valutati come “casi borderline” hanno avuto
una storia di questo tipo.
Infatti, nonostante negli stati uniti d’America circa il
30% delle donne sembrerebbe
essere stata vittima di abusi sessuali durante l’infanzia
(Paris, J., Zweig-Frank, H. 1992), soltanto il 2% della
popolazione generale potrebbe essere diagnosticato come
borderline (ibidem).
La domanda che ci poniamo è quale potrebbe essere lo
strumento non efficace nello studio del disturbo borderline.
È un problema diagnostico, di ricerca, di modelli
eziologici, tutti questi insieme od altro? La questione, per
noi, è ancora irrisolta.
Combinando i nove criteri diagnostici del BPD (borderline
personality disorder) proposti dal DSM-IV in gruppi di
cinque (numero minimo per una diagnosi positiva) emerge la
possibilità di distinguere tra centoventise (126) sottotipi
di “borderline”. Questo potrebbe aiutare ad analizzare
le diverse storie personali alla luce di una più
dettagliata valutazione diagnostica.
La maggior parte delle ricerche eziologiche da noi esaminate
sul disturbo borderline di personalità hanno utilizzato
come criterio per la diagnosi il DSM-III-R ed il DSM-IV. La
difficoltà inoltre di trovare “borderline” puri, cioè
senza diagnosi aggiuntive, limita notevolmente la ricerca.
Un problema ancora non risolto sembra proprio quello della
“diagnosi” differenziale.
Alcuni autori (Gunderson, Elliott, 1985) hanno riscontrato
una sovrapposizione tra il disturbo borderline ed il
disturbo affettivo maggiore compresa tra il 40% ed il 60%,
sia in pazienti ambulatoriali che ospedalizzati.
Questi dati possono stimolare alcune questioni di difficile
risposta come su cosa sia primario e secondario nella
diagnosi e nello sviluppo patologico.
Il disturbo affettivo maggiore sarebbe una conseguenza del
disturbo borderline oppure sarebbe più probabile il
contrario o ancora le due patologie potrebbero essere viste
meglio come nettamente distinte?
In quest’ultimo caso è davvero possibile pensare che le
percentuali di sovrapposizione prima citate siano frutto di
una mera casualità?
Una soluzione in linea con le tendenze attuali sembra quella
proposta da Gunderson ed Elliott (1985). Gli autori
attribuirebbero la sovrapposizione tra i due disturbi al
complesso di fattori che intervengono nello sviluppo, anzi
proprio l’integrazione di fattori diversi (congeniti ed
esterni), offrirebbe alla patologia il terreno per
svilupparsi. Gli autori sottolineano che forse i diversi
fattori, presi isolatamente, potrebbero non produrre alcun
quadro disfunzionale.
Secondo Gold e Silk (1993), la posizione di Gunderson ed
Elliott (1985) nascerebbe dal presupposto che la «base
eziologica dei fattori biofisiologici e ambientali che
causano la depressione sia la stessa che conduce ad
una patologia borderline o a una combinazione dei
disturbi».
Zanarini (1993) fa notare come i pazienti con diagnosi di
disturbo borderline di personalità non rispondano ai
trattamenti antidepressivi come i pazienti con disturbo
affettivo maggiore.
Secondo Gold e Silk (1993) nonostante diverse prove siano a
favore dell’ipotesi secondo la quale un sottotipo di
disturbo borderline apparterrebbe al “range” dei
disturbi affettivi, non sarebbe possibile creare una
categoria generale in cui questo valga per tutti i pazienti
valutati come borderline.
Un altro problema relativo alla diagnosi differenziale
riguarda gli altri disturbi della personalità.
Secondo Kernberg (1975) diversi quadri psicopatologici
sarebbero riconducibili ad una sottostante organizzazione
borderline. Ricerche abbastanza recenti mostrano come dal
punto di vista eziologico, gravi storie di abuso sarebbero
più frequenti nei disturbi borderline e antisociale
rispetto agli altri disturbi della personalità (Stone, M.H,
1990).
Considerando che la maggior parte dei soggetti borderline
sono donne mentre un numero maggiore di persone con diagnosi
di disturbo antisociale è composta da uomini e se
considerassimo questi gravi traumi come specifici del
disturbo borderline di personalità, potremmo affermare una
differenziazione nello sviluppo patologico legato alla
variabile sesso.
L’inferenza è un po’ azzardata in quanto le ricerche
attuali ci permettono al massimo di affermare che soggetti
con una specifica diagnosi sono stati esposti a situazioni
traumatiche ma non il contrario, cioè che il trauma
favorisca l’insorgere di quella particolare patologia.
Allo stesso tempo alcune inferenze sono necessarie per non
lasciare congelati i dati della ricerca e proseguire nello
studio delle cause della patologia.
Le gravi storie di abuso non sono state associate soltanto
ai disturbi della personalità ma, studi recenti (Manara,
Caruso et al, 1996), le individuano anche in soggetti con
diagnosi di disturbi dell’alimentazione, in particolare
anoressia purging, bulimia purging e disturbo
da abbuffate compulsivo (Binge Eating Disorder) mentre non
verrebbero praticamente riscontrate nelle anoressiche
restrittive.
Questo mostrerebbe come le storie di abuso siano peculiari
per quelle pazienti con sintomi di tipo “bulimico”, dato
che si presentano con maggiore frequenza in chi ha
comportamenti come abbuffate e vomito.
I sentimenti cronici di vuoto e la noia che spesso
caratterizzano i soggetti “borderline”, li portano a
cercare sempre qualcosa da fare, come a dover riempire
proprio un “buco”.
Seguendo le linee di Lichtenberg (1989), nel caso in cui ci
sia stato un malfunzionamento nel sistema motivazionale
della regolazione fisiologica dei bisogni di fame-sazietà,
potrebbe accadere che “quel qualcosa” da fare venga
interpretato come bisogno di cibo. Nel borderline, data la
labilità dell’immagine di Sé, è possibile che si
verifichino comportamenti compensatori di eliminazione come
il vomito, probabilmente attivati da un sentimento
a-specifico di colpa.
Sembrerebbe che il proprio corpo fosse usato come un oggetto
transizionale nel senso di Winnicott, cioè il soggetto
eserciterebbe su se stesso, un tentativo di controllo
onnipotente limitato dalla realtà dell’oggetto. Sembra in
altre parole esserci un tentativo di auto-regolazione che
deve fare i conti con i feedback dell’ambiente esterno. Ed
ecco il passaggio da due estremi opposti come l’abbuffata
e il vomito, come l’odio e l’amore, ecc., senza altre
possibilità intermedie.
Sembra che non sia avvenuta una buona integrazione tra
diversi sensi del Sé. Crediamo infatti che mentre siano
riusciti a sviluppare un buon senso del Sé nucleare (Stern,
1985), i soggetti “borderline” non abbiamo avuto la
possibilità di arrivare ad un senso del Sé soggettivo
stabile (ibidem), cioè mancherebbe la capacità di
condividere il proprio peculiare stato mentale con quello
dell’altro. Da qui la necessità di continue prove imposte
agli altri per testare il loro pensiero e rassicurarsi circa
un eventuale abbandono.
Spesso i pazienti diagnosticati come borderline
cercano nell’altra persona la prova del loro stesso
pensiero, sotto un’altra ottica, cercherebbero di
ritrovare quello che attraverso l’identificazione
proiettiva (Klein, 1943) le hanno “messo dentro”. Anche
l’altro da Sé potrebbe essere utilizzato in modo
transizionale, ovvero come un oggetto sul quale esercitare
pieno controllo, non creato dal soggetto, ma un oggetto
della realtà di cui l’individuo si appropria. Il tema del
controllo è centrale. Infatti il processo di
identificazione proiettiva spesso verrebbe messo in atto dai
pazienti borderline ai fini di controllare l’altro.
In una ricerca (Cardasis, et al. 1997) viene fatto notare
come i pazienti con disturbo borderline della personalità
investirebbero gli oggetti di significati speciali anche in
età adulta e con frequenza significativamente maggiore
rispetto ai non-borderline.
Sarebbe supportata l’ipotesi, avanzata dagli autori della
ricerca, che i soggetti borderline continuino ad utilizzare
in età adulta oggetti transizionali, come rassicurazione e
al fine di diminuire i livelli d’ansia nei periodi di
stress, separazione o tensione.
Si è notato, ad esempio, come i pazienti con diagnosi di
disturbo borderline di personalità, portavano oggetti
ritenuti “transizionali” in ospedale in una percentuale
significativamente più alta rispetto ai non-borderline. In
particolare, i pazienti “limite” avrebbero maggiori
probabilità di possedere oggetti transizionali in età
adulta.
Questo potrebbe suffragare l’ipotesi di una difficoltà
incontrata nell’infanzia da questi soggetti, in un periodo
di cambiamento evolutivo.
Seguendo questa linea di pensiero potremmo affermare che una
vera transizione non ci sia potuta essere, cioè un
passaggio da un mondo sul quale esercitare il proprio controllo
“onnipotente” ad una realtà fatta di altre individualità.
Il bambino non sarebbe in grado, cioè, di condividere gli
stati mentali dell’altro (Stern, 1985).
Cercando di mettere insieme questi diversi punti di vista,
notiamo che sia l’uso transizionale dell’oggetto (Winnicott,
1988), sia il senso del Sé soggettivo (Stern, 1985) che la
sottofase di riavvicinamento ipotizzata dalla Malher (1971),
si presenterebbero più o meno nello stesso periodo di vita.
Questa convergenza ci aiuta a pensare che per una migliore
comprensione dell’eziopatogenesi del disturbo borderline
di personalità, oltre alle qualità e quantità dei traumi
e ai fattori costituzionali, occorre tener conto del periodo
di vita in cui avvengono eventuali situazioni traumatiche.
Ricerche sul disturbo post-traumatico da stress (Bramsen, I.
2000), di cui il borderline per alcuni è una forma,
utilizzano spesso come campione veterani, quindi persone in
cui l’avvenimento considerato traumatico è avvenuto in età
adulta.
Sembrerebbe che il co-fattore età possa essere
eziologicamente discriminante riguardo l’insorgere di una
patologia post-traumatica anziché di un disturbo borderline
di personalità.
Altre ricerche però affermano che un’ampia percentuale di
pazienti con disturbo post-traumatico soddisfino anche i
criteri per una diagnosi di “disturbo limite”.
In una recente ricerca (Bollinger, A.R., et al. 2000) sulla
prevalenza nei veterani con diagnosi di disturbo
post-traumatico da stress, di disturbi della personalità
emerge che, nel caso di singole diagnosi aggiuntive, il
47.2% soddisfi i criteri per il disturbo evitante, il 46%
paranoide, il 28.3% ossessivo-compulsivo ed il 15.1%
Antisociale di personalità.
Nel leggere questi dati dobbiamo necessariamente tener conto
del campione composto esclusivamente da maschi.
In questo articolo abbiamo accennato l’ipotesi che a parità
di fattori eziologici, la variabile sesso possa essere in
qualche misura discriminante nello sviluppo di un disturbo
borderline di personalità anziché di un disturbo
antisociale di personalità.
Anche se fosse vera questa opportunità, la percentuale di
disturbo antisociale, nella ricerca appena citata, non
sarebbe la diagnosi più frequente. Infatti abbiamo
accennato anche al co-fattore età come variabile
eziologicamente importante per una migliore comprensione del
disturbo borderline.
Zanarini et al. (1989), nello studiare eventi di separazione
subiti dai soggetti del loro campione (borderline, distimici,
antisociali), portarono in evidenza che il 74% dei pazienti
valutati come “borderline” riportarono storie di
separazioni prolungate o perdite prima dei diciotto anni di
età. I dati, comparati con quelli del gruppo di controllo,
non erano comunque specifici del disturbo borderline. Il
dato più interessante è offerto quando si prende in
considerazione il periodo specifico della prima infanzia. In
questo caso i pazienti con disturbo borderline di personalità
presentavano una percentuale di separazione e perdite,
significativamente maggiore rispetto al gruppo di controllo.
Questo ed altri studi specifici sul disturbo borderline (Bryer
et Al., 1987, Herman et Al, 1989, Ludolph et Al., 1990)
lasciano inferire l’alta probabilità che traumi infantili
abbiamo un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa
patologia.
In una ricerca (Bryer et al. 1987), il 59% delle pazienti
riportava storie di abusi prima dei 16 anni di età. Di
questo campione il 21% avrebbe subito abusi sessuali, il 15%
abusi fisici e il 23% entrambi. Delle abusate fisicamente
l’80% riportava una storia di abusi ripetuti anche in età
successive contro il 52% della pazienti con una storia di
abuso sessuale.
Utilizzando la SCL-90-R, i valori più preoccupanti erano
riportati dalle pazienti che avevano subito entrambe le
tipologie di abuso. Rispetto al gruppo di controllo (non-borderline)
le pazienti che avevano subito una singolo tipo di abuso
mostravano punteggi significativamente peggiori.
I parenti che abusavano maggiormente (ricordiamo che il
campione è composto soltanto da donne ricoverate), erano i
padri, seguiti dai fratello o sorelle e infine le madri.
Questo dato è importante se si tiene conto anche di
un’altra ricerca (Frank, H., Paris, J. 1981) che
dimostrerebbe come i pazienti con diagnosi di disturbo
borderline di personalità, a differenza dei pazienti
non-borderline, abbiano un ricordo della figura paterna come
“trascurante”.
La ricerca prevedeva tre gruppi, uno di controllo e due
psichiatrici (borderline e non-borderline). Rispetto al
gruppo di controllo, entrambi i gruppi psichiatrici
ricordavano le proprie madri come maggiormente trascuranti.
Seguendo i risultati di questo studio, appare un dato che se
venisse confermato da altre ricerche, sarebbe molto
interessante. Ovvero il ruolo svolto dalla figura paterna
come possibile co-fattore eziologico nella comprensione del
disturbo borderline di personalità.
È indubbio che la maggior parte delle teorie evolutive
abbiano considerato fondamentalmente il ruolo della madre
nello sviluppo, trascurando spesso quello paterno.
Lichtenberg (1989) nel parlare dell’attaccamento
padre-bambino pone la questione sulla possibilità
dell’esistenza di un processo simile a quello sostenuto da
Winnicott (1956) di “preoccupazione materna primaria”,
anche per la figura paterna. L’autore cita a questo
proposito una ricerca svolta da Greenberg e Morris (1972) su
un campione di trenta padri di neonati primogeniti. Gli
autori, riporta Lichtenberg, avrebbero dimostrato
l’esistenza di un processo da loro definito “assorbimento”
che consisteva in un forte coinvolgimento con il proprio
figlio da parte del padre. Il bambino veniva valutato
“attraente, bello e perfetto”. I padri mostravano il
desiderio di contatto “fisico” con il bambino
sostenendone la piacevolezza, e riportavano un accresciuto
senso di autostima ed euforia.
Per Lichtenberg il fenomeno dell’“assorbimento”
sarebbe parallelo a quello della “preoccupazione”
materna.
Peculiare del ruolo paterno sembrerebbe un coinvolgimento
attivo nel gioco con il proprio figlio. I bambini
preferirebbero il padre per la possibilità che egli offre
di socialità e di gioco. La madre sarebbe invece indicata
come preferenza nei momenti di tensione.
La madre tenderebbe ad essere considerata, nella coppia,
come responsabile dell’accudimento e dell’alimentazione.
Il padre, sostiene Lichtenberg, contribuirebbe «alla
diversità di esperienza del bambino, preparandolo alla
stimolazione più variata cha accompagnerà la sua capacità
di gattonare e camminare.».
Data l’importanza dei movimenti di allontanamento dalle
figure di accudimento in tema di separazione-individuazione,
sarebbe possibile sostenere il ruolo svolto dalla figura
paterna in questo importante processo.
I pazienti borderline studiati da Baker et al. (1992)
attribuivano ai propri padri un punteggio più svantaggioso
nelle scale di valutazione sia negative che positive
rispetto ai gruppi di controllo. I punteggi relativi alla
valutazione della figura paterna differivano, comunque, in
base all’età del soggetto, mentre il fattore età non
sembrava influenzare la valutazione delle madri.
Come sostiene Kohut (1981), un singolo atto abusivo potrebbe
essere molto meno grave dell’atmosfera cronica dominante
negli oggetti-Sé. Lo stesso autore in riferimento al
processo di «internalizzazione trasmutante» parla del Sé
come costituito di due «poli», che sarebbero determinati
dalle relazioni precoci del bambino.
Per Kohut entrambi i poli possono portare ad un sano
sviluppo del Sé e la personalità si organizzerebbe intorno
a due tendenze: una costituita da grandiosità ed
esibizionismo che verrebbe espressa sotto forma di «sana
ambizione o sicurezza di sé» (Greenberg & Mitchell,
1983) e determinata dall’oggetto-Sé riflettente che, in
genere, corrisponderebbe alla figura materna.
Un’alternativa, altrettanto valida in termini di sanità e
coesione del Sé, sarebbe quella determinata dal rapporto Sé-oggetto,
solitamente derivata dalla relazione con la figura
paterna e che sarebbe «espressa in termini di valori e
ideali ben saldi» (ibidem).
Secondo Kohut, qualora ci fosse un disturbo all’interno di
uno dei due poli del Sé, potrebbe avvenire una
compensazione grazie all’adeguato sviluppo dell’altro.
Le differenze individuali sarebbero determinate dai
contenuti dei due poli e la psicopatologia nascerebbe
dall’impossibilità di sviluppare una di queste
alternative.
Ecco che la ricerca di Frank e Paris (1981) prima citata,
sembra in accordo con quanto espresso da Heinz Kohut. Nei
pazienti con disturbo borderline di personalità, infatti,
il ricordo di entrambi i genitori come “trascuranti” era
più alto rispetto al gruppo non-borderline.
Come abbiamo affermato altrove (Baranello, 2001b), sarebbe
riduttivo parlare di trauma secondo una definizione
generalizzata.
Secondo noi, ad esempio, è possibile considerare i
fallimenti nella sintonizzazione (Stern, 1985)
caregiver-bambino come traumi di tipo relazionale (Baranello,
2001b) qualora l’esperienza fosse protratta nel tempo.
Slade e Haft (1999) sostengono che nei casi in cui i
caregiver si sintonizzino selettivamente con una specifica
emozione del bambino, questi apprenderebbe sia che
quell’emozione è più rilevante delle altre per le figure
con cui si sta relazionando, sia che «la possibilità di
ricreare lo stesso stato emotivo» risulta essere uno dei
pochi strumenti a sua disposizione per legarsi
intersoggetivamente con i caregiver.
Un’esperienza di sintonizzazione fallimentare tra bambino
e figure non considerate di accudimento, cioè lontane
dall’ambiente familiare, potrebbe, in alcune occasioni,
essere letta come microtrauma, senza lasciare traccia nello
sviluppo. Crediamo necessario distinguere quindi tra eventi
che avvengono nell’ambiente di vita quotidiano del bambino
rispetto ad altri eventi più “distanti” anche in fasi
della vita molto precoci. Per sostenere questo anche nella
primissima infanzia, abbiamo bisogno che venga ulteriormente
dimostrata l’esistenza di un Sé emergente (Stern, 1985),
cioè che il bambino riesca fin dall’inizio a
discriminare, anche grossolanamente, tra Sé e l’altro.
Se un evento probabilmente traumatico come un abuso sessuale
o un grave abuso fisico avvenisse all’interno del proprio
nucleo familiare crediamo sia diverso da uno stesso
evento avvenuto in ambito extrafamiliare. Nel primo caso
potrebbe essere abbastanza semplice pensare ad un ambiente
di per se disturbato, in cui l’abuso rappresenterebbe
soltanto la punta dell’iceberg.
In queste poche righe abbiamo commesso un errore nel
sostenere la possibilità che esista uno stesso evento
con parametri diversi. Concettualmente sarebbe più corretto
parlare di eventi diversi.
Sosteniamo infatti che un evento o situazione sia tale
integralmente ai propri parametri. Si può guardare alle
situazioni secondo molte prospettive. Se vedessimo
nell’abuso sessuale semplicemente l’atto di violenza,
oppure esclusivamente i fattori predisponesti, probabilmente
nel caso in cui volessimo creare una regola generale,
qualcosa andrebbe perso.
Un abuso sessuale extrafamiliare pensiamo sia completamente
diverso da un abuso da parte di un membro della propria
famiglia oppure di atti abusi avvenuti con la complicità o
grazie al silenzio dei genitori, ecc. Il tipo di
funzionamento familiare riteniamo che sia un fattore
essenziale per la comprensione del disturbo borderline di
personalità.
In una ricerca (Westen, D., Ludolph, P.S. et al. 1990)
sarebbe dimostrato come nelle famiglie di adolescenti
(femmine) borderline, l’atmosfera fosse stressata da
fattori sociologici, biologici e psicologici di tutti i
tipi.
Gli stessi autori affermano che generalmente le storie di
attaccamento problematiche coesistevano ed erano esacerbate
da condizioni di abuso, trascuratezza e rifiuto.
La Ludolph e
collaboratori (1990) hanno studiato la possibilità di una
diagnosi di disturbo borderline di personalità in
adolescenza. Nella loro ricerca sono stati utilizzati i
criteri diagnostici per il disturbo borderline di personalità
per distinguere un gruppo di ventisette ragazze adolescenti
“borderline” ricoverate, da un gruppo di controllo
composto da ventitre ragazze anch’esse ricoverate ma “non-borderline”.
I risultati sembrano suggerire che le ragazze diagnosticate
come “casi limite” hanno avuto una storia di
attaccamenti disturbati, trascuratezza materna, rifiuto
materno, comportamento genitoriale grossolanamente
inappropriato, un certo numero di surrogati materni e
paterni, abuso fisico ed abuso sessuale precoci. Le famiglie
delle adolescenti borderline erano cronicamente disturbate,
in particolare durante le prima infanzia delle pazienti.
Gli autori suggeriscono che le esperienze traumatiche
nell’infanzia delle adolescenti borderline siano simili a
quelle riscontrate negli adulti con BPD. Inoltre si
evidenzia come gli attaccamenti disturbati siano molto più
presenti nel gruppo dei pazienti borderline rispetto al
gruppo di controllo. Questo dato potrebbe favorire
l’ipotesi secondo cui le esperienze “pre-edipiche”
(parto prematuro, difficoltà nell’infanzia, separazioni o
perdite e abusi fisici o sessuali, prima dei cinque anni)
svolgano un ruolo importante nello sviluppo del disturbo
borderline.
Perry e Herman (1993) sintetizzano i risultati di alcune
ricerche in una tabella e riportano sia quelli che sembrano
essere i fattori maggiori di rischio per lo sviluppo di un
BPD sia quelle variabili considerate come fattori
facilitanti (tab 1).
|
Fattori Maggiori
|
Fattori Facilitanti
|
|
|
|
|
abuso sessuale
|
trascuratezza
fisica ed emotiva |
|
abuso fisico
|
separazione
dalle figure tutoriali |
|
essere stati testimoni di
violenza
|
abuso
verbale |
| |
temperamento
non invulnerabile |
| |
psicopatologia
dei genitori |
| |
mancanza
di rapporti protettivi e fidati |
| |
capacità
di dissociazione |
| |
ambiente
familiare caotico |
| |
comportamento
genitoriale fortemente inappropriato |
| |
|
| tabella 1. lo
sviluppo dei disturbi borderline di personalità
da Perry e Herman (1993) |
Lo schema a
nostro avviso andrebbe visto integralmente. Riteniamo
che la convergenza di fattori maggiori e facilitanti
descriva meglio la situazione che spesso i soggetti
“borderline” hanno vissuto, rispetto ad uno soltanto di
essi.
La visione multifattoriale sembra essere l’unica strada
percorribile per comprendere lo sviluppo in generale, e,
nello specifico, i fattori eziologici associati al disturbo
borderline.
Gli autori sostengono, senza specificare il “come”, che
in una percentuale di casi, potrebbero essere sufficienti i
fattori facilitanti a «causare» il BPD.
Nel parlare del trauma (Baranello, 2001b) abbiamo sostenuto
la necessità di considerare l’esperienza soggettiva
relativa agli eventi.
Sembrerebbe che molti teorici cerchino in realtà un modello
di tipo lineare per descrivere lo sviluppo normale e
patologico.
Crediamo difficile ri-costruire l’esperienza umana
seguendo uno schema così semplificato. La peculiarità
dell’uomo sta proprio nella soggettività e i fattori che
influenzano lo sviluppo, secondo noi, possono essere
considerati soltanto secondo un’ottica non lineare.
Un bambino è parte attiva ed integrante del contesto in cui
è inserito, così come lo è tutto l’ambiente.
L’esperienza soggettiva del bambino deve fare i conti con
la soggettività di chi lo circonda e viceversa. Lo sviluppo
riteniamo essere meglio comprensibile solo se si fanno
convergere tutti i fattori che intervengono nell’ambiente
fisico e relazionale. Il modo stesso di pensare il bambino
da parte dei caregiver potrebbe essere un fattore evolutivo
importante. Così come afferma Winnicott (1974) il modo in
cui la madre tiene il bambino in braccio sembra che doppi in
qualche misura il modo in cui lo “tiene in mente”, cioè
come lo pensa. A questo proposito Fonagy (1999) evidenzia
come nella relazione caregiver-bambino in cui l’adulto è
un abusatore, oppure risulta essere ostile o
“inconsistente”, il bambino potrà decidere di
distanziarsi dalla “mente dell’oggetto” poiché la sua
mentalizzazione viene vista come pericolosa ai fini
di una buona coesione del Sé. Il bambino a questo punto
potrebbe orientarsi verso un'altra figura più stabile e più
sicura.
Come abbiamo già detto citando Kohut, nel caso in cui
nessuno “polo” di sviluppo fosse percorribile,
probabilmente aumenterebbero i rischi di psicopatologia.
Sembra possibile affermare che un Sé sano e coeso potrà
svilupparsi soltanto nel caso in cui sia “pensato”
dall’ambiente delle cure. Quando un bambino piange per
qualsiasi motivo, se questo venisse considerato dal
caregiver come altamente “disturbante”, potrebbe
accadere che invece di una buona modalità di intervento nei
confronti dei bisogni del bambino, si cerchi semplicemente
di farlo stare zitto (o di non sentirlo). L’obiettivo, cioè
“quello che si ha in mente”, potrebbe non essere un
bambino da accudire amorevolmente, cercando di capirne i
bisogni, ma quello di raggiungere più in fretta possibile
la meta “farlo smettere di piangere”.
Tutti questi fattori non possono, a nostro avviso, essere
trascurati. Soprattutto se consideriamo i numerosi dati che
confermano la relazione tra traumi precoci e disturbo
borderline di personalità.
Nei pochi casi sostenuti da Perry e Herman (1993), in cui
“fattori facilitanti” (tab. 1) sembrano essere
sufficienti per lo sviluppo di un disturbo borderline di
personalità, secondo noi, ci sarebbe un’incapacità da
parte del bambino e quindi probabilmente dell’intero
sistema familiare, di elaborare anche eventi
microtraumatici.
In questo caso non possiamo non considerare il ruolo svolto
dai processi difensivi, messi in atto per proteggere un
nucleo più stabile del Sé. L’ultimo criterio, aggiunto
nel DSM-IV (APA, 1994) nell’elenco di quelli da
considerare per una diagnosi positiva di BPD, descrive «ideazione
paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati
allo stress».
Nello stesso manuale si afferma che spesso i gesti suicidari
e le automutilazioni messi in atto dai soggetti borderline,
avvengono in uno stato dissociativo transitorio.
I livelli di dissociazione elevati che si possono
riscontrare nei pazienti “casi limite” (Brodsky,
1995), comunque, non sembrerebbero tali da far
sovrapporre una diagnosi di disturbo dissociativo. La
ricerca di Brodsky dimostrerebbe che nei pazienti borderline,
l’associazione tra auto-mutilazione e dissociazione sia
indipendente da una storia di abuso nell’infanzia.
Altri studi (Paris e Zweig-Frank 1997) confermerebbero anche
l’assenza di associazione tra gesti auto-mutilanti e
dissociazione nei pazienti con disturbo borderline della
personalità.
La dissociazione potrebbe intervenire nel caso in cui si
presenti la necessità, per l’organismo, di risolvere un
“conflitto” pericoloso ai fini della propria salute. Così
il gesto auto-mutilante potrebbe rappresentare la
contemporanea identificazione tra due ruoli opposti come
quello di “vittima” e di “persecutore” (Perry,
Herman, 1993).
La posizione schizoparanoide teorizzata dalla Klein
spiegherebbe la “scissione” dell’oggetto in termini di
“oggetto cattivo e persecutore” e di “oggetto buono”
a cui corrisponderebbe un Io complementare. La difficoltà
di integrare tra gli opposti, potrebbe far pensare ad un
fallimento nell’integrazione di questi diversi aspetti del
Sé e dell’altro nell’infanzia e l’impossibilità di
avere una visione sfumata degli oggetti e delle relazioni.
Il soggetto con patologia borderline non avrebbe un Sé
stabile e coeso.
Questo porta sostegno all’ipotesi secondo la quale ci
sarebbe stata una crisi nello sviluppo non risolta, quindi
crediamo plausibile ipotizzare, alla luce delle numerose
ricerche sull’eziologia traumatica del borderline,
l’intervento di traumi infantili durante particolari
periodi della vita.
Nel parlare di eventi microtraumatici e di trauma cumulativo
(Khan, 1963) abbiamo sostenuto l’ipotesi che l’intero
ambiente familiare potesse essere disfunzionale. Baker e
colleghi (1992) riportano che i pazienti borderline sembrano
più portati, rispetto ai gruppi di controllo, a considerare
il mondo come negativo e cattivo.
Il trauma sarebbe identificabile, in questi casi, con
l’intera esperienza di vita del bambino. È quindi facile
immaginare come i momenti critici dello sviluppo, qualsiasi
essi siano, verranno vissuti all’interno di questo clima
non funzionale.
Ecco che un microtrauma, che come abbiamo affermato
rappresenta un’esperienza soggettivamente dolorosa
limitata nel tempo che, se isolato presenterebbe pochissime
probabilità di produrre effetti significativamente negativi
nel processo di sviluppo della personalità, avrebbe un suo
ruolo importante, soprattutto se inserito in un contesto di
per Sé traumatico ovvero non “sufficientemente buono” (Winnicott,
1974).
Quindi eventi microtraumatici ripetuti (trauma cumulativo),
oppure situazioni microtraumatiche avvenute in età critiche
ed inserite in un contesto non-funzionale, hanno, secondo
noi, maggiori probabilità di produrre effetti patogeni
duraturi rispetto ad eventi microtraumatici singoli oppure
isolati da un contesto funzionale.
L’esperienza soggettiva associata agli eventi, sia di tipo
cognitivo che emozionale, dovrebbe essere sempre tenuta in
conto, anche nella ricerca.
Il senso del Sé soggettivo, come abbiamo visto, si
svilupperebbe all’interno di un contesto familiare in
grado di favorirlo e sembrerebbe che un Sé sano e coeso si
consolidi nel bambino se “pensato” dai genitori (Fonagy,
1999). Ci sarebbe un circolo interattivo costante tra
bambino e caregiver tale da permettere ad entrambi di
regolarsi in base alle risposte dell’altro.
Il bambino sarebbe in grado, sin dalla nascita, di
rappresentarsi una figura che si prende cura di lui e le
modalità di relazione che ha con essa, ed il ripetersi di
esperienze d’accudimento faciliterebbe questo processo. Si
creerebbe nel bambino una RIG (Stern, 1985) relativa all’accudimento,
un corpus di aspettative nei confronti della relazione con
il caregiver.
I teorici dell’attaccamento (Bowlby, 1980) parlano di
modelli operativi interni (MOI o IWM), come di alcune
“strutture processo” in grado di integrare le varie
esperienze in un sistema che fungerà da base per le
esperienze successive. Ciò che va a formare un modello
operativo interno, sarebbero «schemi di una modalità di
essere-con” (Stern, 1994).
I MOI organizzerebbero e regolerebbero il comportamento sia
del bambino con le proprie figure di attaccamento, che
dell’adulto nelle varie relazioni che esso può
intrattenere, compresa quella con i propri figli.
Da queste teorie sarebbe nata una linea di ricerche sulla
trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento.
Diamond e Doane (1994) suggeriscono che il grado di affetto
negativo nei confronti del figlio da parte della figura
materna sarebbe associato ai disturbi nell’attaccamento
della madre al proprio genitore dello stesso sesso.
L’ipotesi sarebbe quella per la quale, un particolare
modello operativo interno del genitore, derivato dai propri
legami, favorirebbe un complementare sviluppo nelle modalità
di attaccamento del bambino.
A questo punto riteniamo doveroso considerare il ruolo della
memoria e dei processi integrativi. L’esperienza
relazionale, aggregata in modelli operativi o generalizzata
in rappresentazioni interne, crediamo passi forzatamente
attraverso un processo che ne offra una connotazione
particolare. In questo processo l’esperienza soggettiva
potrebbe svolgere un ruolo fondamentale. La questione è
infatti sul “come” le molteplici esperienze possano
essere rappresentate in maniera generalizzata, quindi
integrate in diversi modelli operativi o diverse RIG.
Dobbiamo supporre, infatti, che il bambino sia in grado, sin
dalla nascita, di discriminare tra esperienze e relazioni
differenti.
Riteniamo che la memoria possa essere organizzata secondo un
sistema gerarchicamente strutturato e in continuo
modellamento.
Così sarebbe possibile per un individuo, ad esempio,
rispondere sinteticamente a domande sulla qualità del
proprio passato (più o meno esteso).
Il bambino sarebbe capace di fare esperienze varie e
mantenerle mnemonicamente distinte. Quindi sarebbe in grado
di discriminare tra eventi e relazioni qualitativamente
diversi e raccogliere informazioni successive integrandole
nelle distinte esperienze precedenti.
Un’informazione, uno stimolo, un evento, potrebbero
entrare a far parte di un circuito mnestico in grado di
mantenerle unite creando quella che poi definiamo
esperienza.
La soggettività, ribadiamo, potrebbe essere fondamentale
per discriminare tra gli eventi e organizzarli nella
memoria.
Il concetto di Nachträglichkeit sostenuto da Freud, secondo
il quale la memoria sarebbe organizzata a partite dal
contenuto dell’esperienza successiva, torna utile nel
comprendere come episodi distanti nel tempo (anche molti
anni), in virtù di associazioni soggettive, perlopiù
“inconsce”, possano essere vissuti come facenti parte di
un’unica esperienza. Stiamo parlando di una memoria
dinamica.
Così un gesto, un’immagine del passato, potrebbero essere
riattivati e connotati grazie alle nuove esperienze.
Un trauma, allo stesso modo, potrebbe essere tale soltanto a
partire dall’esperienza successiva.
Così una situazione traumatica eclatante, come una guerra,
potrebbe, per mezzo di questo processo, integrarsi ad
esperienze passate e distorcere modelli operativi interni
oppure riattivare o ri-trascrivere esperienze
traumatiche e microtraumatiche infantili, ecc. A questo
punto sarebbe possibile spiegare come molti veterani abbiamo
diagnosi aggiuntiva di disturbo borderline e allo stesso
tempo discriminare tra disturbo borderline di personalità e
disturbo post-traumatico da stress. Consideriamo un fattore
“traumatico” anche un’atmosfera familiare
non-funzionale durante lo sviluppo.
L’ambiente, pensiamo, andrebbe considerato in maniera
globale tentando di far convergere i molteplici fattori che
possono intervenire nello sviluppo.
Così, anche nel parlare di attaccamento disturbato e di
modelli operativi interni dei genitori, dovremmo considerare
non soltanto il ruolo svolto dalla figura materna o dal
caregiver che sembra più prossimo al bambino. Prendendo
spunto da Lichtenberg (1989) quando parla di “attaccamento
padre-bambino”, secondo noi in perfetta sintonia con le
teorizzazioni di Kohut prima esposte, occorre rivalutare
l’importanza di figure alternative alla madre nella
comprensione dello sviluppo del Sé.
Con “figure alternative” ci riferiamo ad individui che
siano in grado di intrattenere una relazione con il bambino.
I risultati di uno studio condotto da Zanarini e
collaboratori (1997), sul tipo di esperienze infantili
associate allo sviluppo del disturbo borderline di
personalità, suggerirebbero che il fattore di rischio
maggiormente significativo corrisponde alla trascuratezza da
parte dei datori di cure di entrambi i sessi.
Nella stessa ricerca sono stati trovati quattro
“predittori” di una diagnosi di BPD: sesso femminile,
abuso sessuale da parte di un maschio non accudente, diniego
emozionale da parte del datore di cure maschio ed un
trattamento inconsistente operato da una figura di
accudimento femminile.
Nel leggere questi dati in maniera convergente, si
evidenzierebbe un sistema familiare fallimentare. Il bambino
non sarebbe in grado, probabilmente per incapacità
dell’ambiente delle cure, di soddisfare i bisogni legati
ad un “sistema motivazionale” dell’attaccamento. Non
avrebbe la possibilità di sostituti “materni”, cioè di
trovare una “base sicura” alternativa ovvero di
orientarsi verso un “polo” anziché un altro.
Anche quando un sistema familiare sembra funzionare, ed il
bambino sta acquisendo una buona coesione del Sé, potrebbe
intervenire un evento traumatico eclatante di difficile
elaborazione in grado di “distorcere” i modelli
operativi interni ante-formati e quelli in via di
formazione, creando una soluzione di continuità
“patogena” nella generalizzazione dell’esperienza.
In un certo senso l’esperienza soggettiva del bambino
abusato da una persona non accudente, potrebbe essere quella
di essere stato “trascurato” nelle sue necessità, dalla
propria famiglia.
Winnicott (1988) sostiene l’ipotesi secondo cui un
bambino, in seguito alle ripetute esperienze con
l’oggetto, sia successivamente in grado di allucinarlo.
L’esperienza che il bambino potrebbe fare, tra
l’allucinare un oggetto in seguito all’emergere di un
bisogno ed il successivo realizzarsi dell’esperienza
fantastica, sarebbe di essere stato “il creatore”
dell’oggetto, quindi una sorta di condizione
d’onnipotenza. Un bambino “traumatizzato” da un
non-caregiver, potrebbe aspettarsi l’arrivo di un
salvatore, cioè di un caregiver in grado di soddisfare il
suo bisogno più urgente.
Qualora “il desiderio” non fosse realizzato e l’abusatore
riuscisse nel suo intento, è allora facile immaginare “il
dubbio” precoce relativo alle proprie capacità di
evocazione della figura di accudimento, ed il fallimento
corrispondente dell’ambiente familiare. Potremmo tradurre
l’esperienza del bambino delle proprie figure genitoriali
nella questione “dove eravate quando succedeva questo?”.
Ribadiamo che secondo noi l’esperienza soggettiva
dell’evento è un fattore di importanza cruciale per lo
sviluppo.
Dubo e collaboratori (1997) riferendosi allo studio sulle
origini di alcuni tipici comportamenti “borderline” come
l’auto-distruttività, suggeriscono di considerare gli
effetti dell’abuso sessuale all’interno del contesto
ambientale in cui avviene e sostengono la multi-fattorialità
dell’eziologia dei sintomi borderline.
Nella loro ricerca il comportamento cronico auto-distruttivo
avrebbe discriminato i pazienti con BPD dal gruppo di
controllo formato da soggetti con altri disturbi della
personalità. Nel gruppo “marginale” l’abuso sessuale
da parte di un genitore era associato, in modo
significativo, al comportamento suicidario mentre l’abuso
sessuale da parte di entrambi i genitori e la
trascuratezza emotiva sarebbero stati significativamente
messi in relazione con i comportamenti auto-mutilanti.
Zanarini e collaboratori (1989) in una ricerca considerarono
tre forme di abuso infantile: abuso fisico, sessuale e
verbale.
Si notò come l’abuso verbale fosse riportato dal 72% dei
pazienti diagnosticati come borderline. L’abuso fisico e
l’abuso sessuale erano presente rispettivamente nel 46 e
nel 26% dei casi.
I dati non suggeriscono che l’abuso verbale sia un
fattore eziologico più importante rispetto ad altri tipi di
violenza. I risultati ci consentono però di visualizzare il
particolare clima familiare che i pazienti borderline
probabilmente hanno subito.
Questo tipo di ambiente potrebbe sfociare in uno sviluppo
eccessivo di un falso-sé (Winnicott, 1988) a protezione di
un nucleo più fragile del vero-Sé.
L’ambiente non in grado di sintonizzarsi (Stern, 1985) con
i bisogni del bambino, potrebbe portare ad un carente
evolversi di un Sé soggettivo in grado di condividere i
propri stati mentali con quelli degli altri.
Il contesto in cui questi individui sono cresciuti, sembra
essere estremamente poco sensibile ai bisogni del bambino
rispetto ai propri (Zweig-Frank, H., Paris, J. 1991).
Alcune ricerche (Zweig-Frank, H., Paris, J. 1991 )
dimostrerebbero come l’eccessiva protezione (iper-protezione)
da parte dei caregiver possa essere considerata un fattore
eziologico nello sviluppo della patologia marginale. La
forte dipendenza che questi genitori avrebbero nel rapporto
con il proprio figlio potrebbe impedire una buona riuscita
del processo di separazione/individuazione.
Melges e Swartz (1989) parlano di oscillazione
dell’attaccamento nei pazienti borderline. Gli autori
sostengono che il problema deriverebbe dal conflitto dei
soggetti con BPD tra la paura dell’abbandono e la
dominazione. Nell’avvicinarsi agli altri, i soggetti
borderline, avrebbero paura di essere dominati,
contemporaneamente nell’allontanarsi temerebbero
l’abbandono.
Questo rispecchierebbe quanto affermato in tema di
attaccamento disorientato/disorganizzato circa
l’esperienza del paradosso in cui questi bambini
verrebbero a trovarsi.
In questo lavoro abbiamo accennato al ruolo centrale del
controllo. Processi come l’identificazione proiettiva
sarebbero utilizzati in modo massiccio dai soggetti
“borderline” sia a fini comunicativi, sia per scopi di
controllo dell’altro. I modelli operativi interni relativi
alla relazione potrebbero essere stati trasmessi da un
ambiente a sua volta controllante, cioè l’intero sistema
sarebbe traumatico.
Quando ipotizziamo che l’intero sistema può essere
considerato traumatico stiamo parlando di quello che Kohut
chiama atmosfera cronica dominante, cioè aspetti interni
degli oggetti-Sé e non soltanto di singoli eventi
traumatici.
Dott.
Marco Baranello
Baranello, M. (2001)
Trauma ed eziopatogenesi del disturbo borderline di
personalità.
Parte 3. Il ruolo del trauma nell'eziopatogenesi del BPD.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 03 marzo 2001.
|